20 Aprile 2022

Sia lode a quel bastardo di Kingsley Amis. In Italia nessuno ha il coraggio di pubblicarlo

Come Philip Larkin, Kingsley Amis è l’autentico cardine della letteratura britannica del secondo Novecento. Entrambi del ’22 – Sir Kingsley è nato il 16 aprile –, sono stati amici e hanno amato la stessa donna, Hilary Ann Bardwell, la prima moglie di Amis. In una recente autobiografia romanzata, Inside Story (2020), Martin Amis, romanziere altrettanto celebrato e non diversamente in disarmo, suppone di non essere il figlio di Kingsley, bensì di Philip. Ad ogni modo, Philip Larkin, che pare essere il poeta prediletto dai sudditi di Sua Maestà, ha scritto pochissimo, centellinando il talento in quattro granitiche raccolte – da The North Ship del 1945 a High Windows del 1974 –: è morto nel 1985, facendo incetta di premi e di lauree ad honorem; una lapide lo ricorda nel “Poets’ Corner”, in Westminster, tra John Keats, Henry James e T.S. Eliot. Kingsley è durato poco di più – muore nell’ottobre del ’95 –, ha scritto tantissimo – 25 romanzi, 7 raccolte di poesie, 11 saggi & molto altro – diventando “il vecchio diavolo” della narrativa britannica. Philip Larkin rifiutò la carica di “Poet Laureate”, che gli fu offerta nel 1984; Amis accettò l’elezione a Sir, capitata nel 1990. Entrambi erano donnaioli, supremi alcolizzati, sottilmente antisemiti, conoscevano la raffinata arte della cattiveria: Larkin riservava le proprie rasoiate agli intimi – le sue lettere sono una fiera di malvagità –, Amis, a contrario, era un esteta della provocazione pubblica; pur sempre elegante, leggermente sbronzo, intendeva il gesto letterario come una lotta, una gara di boxe, dove sapeva vincere il più smaliziato.

Larkin e Amis, appunto, sono la quintessenza del carattere inglese: ironia cupa, protervia dell’intelletto, un certo gusto nello scandalizzare i benpensanti, la rara qualità letteraria di fermare in uno sketch, in una smorfia, un ‘carattere’, un ‘tipo’. Il romanzo più noto di Amis è il primo, Lucky Jim (1954), con cui vinse il “Somerset Maugham Award” (andato prima di lui a Doris Lessing e dopo di lui a Ted Hughes, V.S. Naipaul, Seamus Heaney) e che gli garantì un ruolo di primo piano tra gli “Angry Young Men”, corrente letteraria da cui, tra l’altro, si tenne rabbiosamente a distanza. Nel 1968 scrisse, sotto il nome di Robert Markham, il più bel sequel della serie di James Bond, Colonel Sun. Sia Larkin che Amis, tuttavia, godono di scarsissimo interesse da parte dell’editoria italiana: forse sono troppo sottili e sottilmente torbidi. Ora, poi, a causa del loro pedigree politicamente scorretto – misogini, crudeli, ubriachi etc etc – vengono letti coi guanti perfino in UK, terra di pruderie, è vero, ma soprattutto, un tempo, di corroboranti malignità letterarie, di genio cinico strabordante.

Il caso di Kingsley Amis – messo in evidenza, di recente, da Antonio Gurrado su “il Foglio” – è ancora più eclatante: un tempo i nostri editori si facevano vanto di pubblicarlo (per dire: Quell’incerto sentimento e Perché resti con Bang? erano stampati da Einaudi, Illibata ventenne cercasi da Rusconi, La lega Antimorte da Feltrinelli, Il colonnello Sun da Garzanti), oggi, dopo qualche tentativo a vuoto (Vecchi diavoli e Lucky Jim sono stati riproposti da Dalai dieci anni fa), è trattato come una sorta di paria.

La ragione la rintracciamo – al di là di una cecità congenita, una congiuntivite italica indipendente dalle scelte, dalle ‘politiche’, magari esistessero… –, in parte, nel ritratto di Amis abbozzato da Eric Jacobs sul “Guardian”:

“Amis era membro a pieno titolo della specie più rara: l’uomo di lettere a tutto tondo. Ha scritto, in effetti, di tutto, dai testi per la pubblicità alle trasmissioni per la radio, dalla polemica politica – da destra come da sinistra – alla critica letteraria, dalla fantascienza al sequel di James Bond. Il suo stile era ricco, acuto, intrigante; inconfondibilmente suo. Non era apprezzato negli ambienti accademici, che non gli perdonavano alcune mancanze: era popolare, politicamente scorretto, poligrafo… Negli ultimi anni, la grandezza del suo lavoro è stata offuscata dalla sua icona pubblica di arcireazionario, misogino, ubriacone, flagello della modernità in ogni cosa, dalla poesia al cibo. Era un conservatore impegnato, ammirava Lady Thatcher in tutto, tranne nei toni in cui aveva trattato le università. Preferiva le opinioni estreme, che infastidivano l’uomo comune e che, dunque, ai suoi occhi erano le più divertenti da ostentare. Comunista da ragazzo, si spostò a destra perché detestava la tirannia comunista, cosa, riteneva, a cui gli intellettuali del dopoguerra davano poco peso. La cultura come possesso di classe gli era repellente tanto quanto la presa di ogni potere da parte di una qualsiasi classe sociale. Era a favore delle élite perché preferiva l’eccellenza. Ma le élite, pensava, sono tali solo se si guadagnano il proprio stato grazie al genio e al successo, non per privilegio ereditario o divenendo uno dei tanti autoproclamati ‘esperti’. Il crescente dominio degli ‘esperti’ in letteratura come in politica spiega la tendenza di Amis per il conservatorismo”.

Si è sposato due volte, ha divorziato da entrambe le mogli, ha avuto tre figli. Eric Jacobs era convinto che Amis “verrà letto finché le persone normali e intelligenti si occuperanno ancora di narrativa di qualità”; forse non esistono più le persone normali e intelligenti. Nel 1957 Amis firma un folgorante saggio, Socialism and the Intellectuals – da cui traduciamo alcuni stralci –, che sancisce, di fatto, il suo allontanamento dai laburisti. Sprezzante, ironico, spiazzante manifesto dell’istinto individuale contro le ragioni ‘di classe’, contro l’obbedienza inchinata alle opinioni di una ‘parte’, fu pubblicato nella collana di saggi della fatidica Fabian Society. L’editrice fu costretta a prendere le distanze: “questo testo non rappresenta la visione della Society, ma il punto di vista individuale dell’autore”. Kingsley Amis, impeccabile, ghignava.

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Il Socialismo e gli intellettuali

Non sono un politico, non mi interessa particolarmente la politica, non ne sono così bene informato. Ne leggo, a volte ne discuto. Provo a pensare in modo politico, ne parlo senza alcuna autorità. D’altronde, le mie opinioni sono assai diverse da quelle della Fabian Society. Questo saggio è la versione ridotta di un discorso tenuto in una scuola, un fine settimana qualsiasi: mi proponevo di attirare il minor numero di ascoltatori possibile; ci sono riuscito… Dunque, come dovrei descrivere me stesso? Come un perenne giovane intellettuale, con agganci nel mondo letterario e simpatie a sinistra.

Comincerò spiegando come mi inserisco nella lotta di classe. Mio padre era un impiegato, sono cresciuto in una casa modesta benché confortevole alla periferia di Londra. Ho studiato in uno dei college meno pretenziosi di Oxford. Lì ho passato la fase marxista più genuinamente ingenua della mia vita, una tappa pressoché obbligatoria per quelli della mia generazione. Poi venne l’esercito, che schiarisce meravigliosamente il cervello. Nel 1945 ho votato laburista per procura; da allora ho votato laburista in tutte e tre le tornate elettorali, e in tutte le elezioni locali. A meno che non accada l’inatteso, voterò laburista fino alla fine dei miei giorni, per quanto depravato possa essere il candidato laburista e virtuoso il suo avversario.

Stando così le cose, mi chiedo perché non appartenga ad alcuna organizzazione politica, ad alcun club, se non all’Association of University Teachers, uno dei sindacati più miseri del nostro paese. Non faccio propaganda, a differenza di molti colleghi accademici… Il declino dell’attitudine politica tra gli intellettuali è un fenomeno evidente tra i romanzieri e i poeti più giovani.

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Fino a qualche decennio fa, per un uomo era naturale inclinarsi a sinistra. Un intellettuale che rifiutava di appartenere al movimento era considerato con lo stesso misto di disprezzo e di incredulità con cui oggi, mi dicono, viene salutato uno studente di Oxford che vuole andare in piscina ma si rifiuta ad entrare in Chiesa. Si potrebbe scrivere un pezzo interessante sul mutamento delle mode e sull’autenticità del sentimentalismo progressista della classe media. Negli anni Trenta abbiamo avuto Mister W.H. Auden, l’idolo dei giovani, che inneggiava alla gloria dei lavoratori per rovesciare il capitalismo con la forza. Sulla scia di Auden, sono sbocciate falangi di scrittori minori, colmi di vaste speranze, stuoli di giovani intellettuali che forse non sapevano reggere la penna ma scoprirono, quando scoppiò la guerra in Spagna, quanto fosse più semplice imbracciare un fucile. Per carità, è troppo facile ridere di loro in retrospettiva, soprattutto se si è un giornalista di destra, abbiente, certo di non volersi sporcare le mani (non che io gradisca di sporcarmi le mani se ciò significa la possibilità di essere accoppato).

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Va detto, tuttavia, che nonostante il colore politico dominante nelle opere di Auden, Spender e Cecil Day Lewis, non vi era alcuna profondità politica in esse. Perfino in un lavoro relativamente banale come The Dog Beneath the Skin, di Auden e Christopher Isherwood, il contenuto politico effettivo, perfino il significato antifascista, è risibile. Il desiderio di fondo di Auden & Co. pare quello di denunciare e ridicolizzare la borghesia di Flaubert più che quella di Marx, dal cui vocabolario si limitano a mimare qualche termine, qualche vago concetto. In un certo senso, questi scrittori conducono in pubblico una vendetta personale contro i propri genitori (vedi The Ascent of F6, del duo Auden-Isherwood) o contro le autorità che gli stanno antipatiche. Questa nozione di scrittura politica, dunque, è una specie di terapia per superare alcune difficoltà personali più che un contributo alla riforma della società: una chiave importante per capire l’intero approccio intellettuale alla politica, non solo negli anni Trenta. In effetti, a volte penso che l’intero ceto medio britannico prediliga la politica per una questione, diciamo così, di temperamento. Chi ama la consuetudine e la regola è attratto a destra; chi la odia opta per la sinistra. Lo stesso accade con la famiglia: ad alcuni pare un caldo nido, ad altri, come Isherwood, “l’enorme pipistrello sulla casa”, qualcosa da cui fuggire, contro cui ribellarsi.

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Ai vecchi tempi bastava premere sui salari più alti per la classe operaia: ora che i salari sono aumentati, il quadro è meno attraente. Alcuni operai stanno meglio di noi: non lo avremmo previsto. E ora i Laburisti premono per una uguaglianza ancora maggiore. Vogliono rendere tutti uguali. Cioè: livellare verso il basso. I vecchi Tory avevano ragione: redditi uguali e distruzione del sistema delle classi rende ciascuno la replica del prossimo, una anonima equivalenza.

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Più che altro, 1984 è un opuscolo politico, ci allerta intorno ai pericoli del totalitarismo. Orwell era un uomo malato, ossessionato dalla depravazione degli intellettuali britannici. Dubito che si sia mai ripreso dall’esperienza brillantemente narrata in Omaggio alla Catalogna: aveva visto con quale ferocia i comunisti trattino i propri alleati quando lo richiede la “necessità”… Di tutti gli scrittori che dal dopoguerra fanno appello all’intellighenzia, lui è di gran lunga il più potente. Il suo nome è pronunciato senza sosta, non possiamo passare un mese senza leggere un articolo su di lui. Ho contato almeno tre biografie che lo riguardano. Nessuno scrittore moderno ha l’aria di credere appassionatamente a ciò che dice quanto lui. Pensava che la politica di sinistra fosse una trappola. Il gioco politico, diceva Orwell, è sporco, disonesto, traditore; i suoi appelli sono pronunciati sempre a squarciagola. Andò alla radice delle cose, tentando di smettere i panni dell’intellettuale della classe media per diventare un membro della classe operaia. Da qui, i trucchi dolorosi come l’abitudine di sorbire rumorosamente il tè dal piattino – pratica che pochi operai registrerebbero come un gesto di solidarietà. D’altronde, mutare la propria classe verso il basso è più difficile che cambiare il proprio sesso, e dobbiamo ringraziare Orwell per avercelo dimostrato. Dopo averlo letto, nessuno scrittore onesto potrebbe credere che “l’identificazione con le classi lavoratrici” sia poco più che un gioco da baraccone. Orwell diventò un propagandista di destra per negazione. In ogni modo, fu un inconscio sostenitore del quietismo politico. Sospetto che i suoi toni altamente individualisti celassero un istinto romantico, che “l’indifferenza verso la realtà” di cui accusava gli intellettuali fosse una caratteristica delle sue tormentate profezie.

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Alcuni romantici estremisti, è vero, potrebbero ancora declamare le sorti della Russia, paese delle meraviglie culturali, anche dopo aver varcato la cortina di ferro. Alcuni mesi fa ho trascorso una serata stimolante con un amico marxista che mi ha descritto la scena, commossa, di un contadino cecoslovacco che recitava una pastorale social-realista mentre un membro del partito locale lo fissava con sguardo benevolo. A chiunque sappia crederci, i fatti d’Ungheria parranno un complotto occidentale. Eppure, a parte una frangia lunatica, che credo abbia smesso di essere reclutata tra i comunisti dopo il 1940, la defezione spirituale della Russia è data per scontata. Ciò ha avuto il fausto effetto di soffocare la sgradevole flatulenza dei marxisti da salotto, ma ha anche chiuso i tradizionali cancelli d’oro del movimento laburista. Senza un punto d’unione all’estero, sappiamo che la Gran Bretagna è mezza morta, a nessuno viene davvero in mente di unirsi in lotta per un’ipotesi di Stato sociale. Pochissime cause invocano il ribelle da crociera. Non ci sono più milioni di disoccupati, marce per la fame nel mondo, scioperi…

Per riassumere: il nostro romantico contemporaneo sarà attratto per lo più da problemi apolitici, i fumetti horror, la delinquenza giovanile, l’abolizione della pena capitale, la riforma delle leggi in materia di divorzio o omosessualità. Su quest’ultimo punto avrebbe molto da dire, il nostro progressista romantico, eppure dubito che tale riforma entri in campagna elettorale. Non riesco a immaginarmi il limpido propagandista spiegare a un pubblico di portuali la necessità primaria di occuparsi delle relazioni omosessuali tra adulti consenzienti.

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In conclusione, credo che il mobilio politico più efficace sia l’interesse personale. L’archetipo dell’assistente sociale che sa meglio di me ciò che è buono per me mi insospettisce. L’unico vantaggio dei conservatori sui socialisti è che, per lo meno, non fingono di fare il bene per gli altri, sono concentrati su se stessi. Non sorprenderà nessuno, dunque, se dico che non ho alcuna intenzione di bussare alla porta del quartier generale locale del Labour Party. La mia unica ragione, oltre a una volgare curiosità, sarebbe il senso di colpa; non è sufficiente. Deve essere piacevole avere un motivo rispettabile per essere degli attivisti politici.

Kingsley Amis    

Gruppo MAGOG