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“Disintegrazione di me, della mia famiglia”. I diari di Mur, il figlio di Marina Cvetaeva

Marina Cvetaeva s’impicca nell’angusta casa di Elabuga, il 31 agosto del 1941. Era tornata in Unione Sovietica due estati prima; poco prima che il regime le arrestasse la figlia, Ariadna, e il marito, Sergej Efron. L’ultimo gesto fu un biglietto al figlio Georgij, detto ‘Mur’: “Perdonami, ma andare avanti sarebbe stato peggio. Sono molto malata, non sono più io. Capiscimi: non potevo più vivere. Di’ a papà e ad Alja – se li vedrai – che li ho amati fino all’ultimo momento, e spiega loro che ero finita in un vicolo cieco. La mamma”. Mur era nato in Boemia nel 1925, estremo frutto dell’amore tormentato tra Marina e Sergej, ufficiale dei ‘bianchi’ poi convertitosi alla causa sovietica, agente moscovita; era cresciuto in Francia. Marina amava moltissimo Mur. “Aveva a lungo desiderato con tutte le sue forze quel figlio maschio, nato tra fiamme azzurre (il disinfettante aveva preso fuoco intorno al letto della puerpera) e durante una tempesta di neve, come sottolineava nei suoi racconti, creando così fin dai primi giorni dell’esistenza di Mur il mito del Sonntagskind, che ‘comprenderà il linguaggio delle fiere de gli uccelli’” (Serena Vitale). Fu Mur ad avvisare la zia, Lilja, a Mosca, della morte della madre: “Credo vi sia arrivata la notizia del suicidio di M.I., avvenuto il 31 a Elabuga. La causa del suicidio: una grave depressione nervosa, la situazione disperata – l’impossibilità di lavorare nel proprio campo; a parte questo, M.I. sopportava con molta fatica le condizioni di vita a Elabuga – la sporcizia, la mostruosità, l’ottusità della gente. Il 31 si è impiccata. Più di una volta mi aveva parlato della sua intenzione di uccidersi come della migliore decisione che potesse prendere. Io la capisco e la approvo completamente”. Restò nella casa della suicida per tre giorni. Il 4 settembre arrivò a Čistopol’, ospite dello scrittore Nikolaj Aseev e della moglie, per irritata pietà. Tutti lo trattavano con frettolosa simpatia, togliendoselo di dosso: aveva sedici anni, la sorella nei Gulag, il padre – come si saprà – giustiziato, la madre ammazzata dal sortilegio dei delatori e dei traditori. Puzzava di morte. Per pagargli il vitto, vendettero abiti e oggetti di Marina; lui, il ragazzo, riuscì a piazzare il cappotto con bavero di montone della madre.

Il 22 settembre Mur sbarcò a Mosca, poi fu dislocato a Taškent, nell’attuale Uzbekistan. Spesso malato, cresciuto nell’incantesimo di una madre sciamana, rubò lenzuola e orologi all’anziana che gli affittava una stanza. Scrisse. Tra l’altro, scrisse della madre: “Aveva completamente perso la testa, era tutta sofferenza. Allora io non la capivo affatto e mi arrabbiavo con lei di quella repentina metamorfosi… Ma come la capisco adesso! Adesso posso facilmente seguire l’insorgere e l’evolversi della motivazione interiore di ogni sua parola, di ogni suo gesto, compreso il suicidio…”. Restò, come ricordava, “quanto a gusti letterari, essenzialmente francese”: amava Paul Valéry, scoprì Sartre e Aragon, leggeva William Faulkner e John Steinbeck. Fu costretto a vendere i libri che le aveva regalato la madre – “come chiamare questo se non… tradimento?” – per tornare a Mosca, nell’ottobre del 1943, e iscriversi all’Istituto di Letteratura. A Parigi frequentava Dimitri Sasemann: anche lui era rientrato in Unione Sovietica, con i genitori (la madre, come il papà di Mur, era un’agente dell’NKVD, accusata di ‘trotzkismo’); nel 1942 era stato arrestato per “propaganda antisovietica” e deportato in Siberia. Ritornato in Francia negli anni Settanta, scrisse un libro di memorie, si mise a tradurre Boris Pasternak e Majakovskij. La vita che sognava Mur, degno figlio di Marina Cvetaeva: il traduttore. In quel mondo dilaniato dalle ideologie e dalla perversione della fedeltà al partito, Mur fu ‘accompagnato’ per un po’ da ‘Moulia’, un’amica della madre: in verità, un’agente dei servizi sovietici, inviata a indagare su di lui. Mobilitato il 26 febbraio del 1944, morì, diciannovenne, a Drujka, in Bielorussia, il 7 luglio di quell’anno, nel folto della guerra: un proiettile gli aveva scassato il cranio.

Per onorare Marina Cvetaeva, forse, la vera opera – al di là di dare degna sistemazione alla sua opera poetica, vastissima e proteiforme – sarebbe stata quella di pubblicare i diari del figlio Mur. Se di Ariadna ‘Alja’ Efron abbiamo le memorie (Marina Cvetaeva, mia madre, La Tartaruga, 2003), resta muta la voce del figlio, adorato. Eppure, nel 2014, in Francia, le Éditions des Syrtes hanno mandato in libreria il suo Journal (1939-1943), in parte pubblicato nel 2010 in inglese come The Diaries of Georgy Efron. August 1942-August 1943. Mur continua a scrivere dove la madre si è fermata, perduta. Egli, orfano della propria epoca, l’assoluto solo, il bimbo su cui grava la benedizione maledetta di una madre memorabile, non vedrà più nessuno, né padre né sorella né parenti. L’eco della sua singolare agonia giunge fino a noi come un singulto.

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“Mia madre ha un modo di pulire che esclude ogni possibilità di ordine. Eppure, lavora molto; la mancanza di organizzazione e i gesti febbrili, sparpagliano ogni cosa, aggrovigliando il disordine – siamo creature del caos”.

“Non mi apparento con gli emigrati di ritorno, eternamente occupati a garantirsi una posizione; non frequento nemmeno i comunisti, perché nulla mi lega a loro”.

“Disintegrazione di me, della mia famiglia”.

“Dio mio, Dio mio come è tutto immondo attraverso il prisma della fame”.

“Non faccio parte della ‘cerchia’, sono escluso dal ‘meglio’; non affermo nulla, neppure la mia vita”.

“Credo sia mia madre che mi ha indurito moralmente”.

“La felicità, dovuta per lo più a una totale impreparazione alla vita”.

“Quanto vorrei rileggere Montherlant, Gide, Maurois, Colette, Simenon!… In letteratura resto francofilo: stimo gli scrittori francesi, i più intelligenti di tutti”.

“Ah, Valéry… il più importante scrittore di Francia e d’Occidente”.

“Assenza di relazioni sociali: sparisce metà del piacere”.

“Mi ricordo la Sorbona, le librerie, i cinema, Montparnasse, gli Champs-Élysées… Devo prendere le distanze dalla Francia, e dimenticare quell’odore, l’amore per il buon gusto, il senso dell’ironia, una spensierata fatalità… Resto Gueorgui Efron, ora, uno studente, un allievo della scuola secondaria n. 355, presso la Guardia Rossa di Mosca”.

“La celebrità dona loro uno stile austero: l’odio per la borghesia etc etc, ma l’ideale di vita che propagano è lo stesso dell’aspirazione capitalista: buon vino, buon cibo, un bell’appartamento. Che imbarazzo: l’intellighenzia sovietica è intonata alla mancanza di disciplina, alla propensione al panico, alla paura animale di fronte alla realtà”.

“Non ho assolutamente nulla da dire a nessuno”.

Georgij Efron

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