11 Aprile 2022

Di che parliamo, quando parliamo d’Ucraina? Di niente... Breve discorso intorno agli “spiegazionisti”

Ci sono adesso gli spiegazionisti – rispetto alla Storia e alla Politica, sono quelli che vogliono per forza dimostrare di avercelo più lungo e grosso degli altri (il libro delle spiegazioni storiche e politiche). Per esempio, è del tutto inutile pensare di dire qualcosa di sensato sull’Ucraina, anzi è perfino inutile sperare di concepire un pensiero relativo all’Ucraina: qualunque esso sia, troveremo sempre uno spiegazionista disposto a ricordarci tutto quel che colpevolmente dimentichiamo.

Di che parliamo, quando parliamo d’Ucraina? Di niente, perché a sentir loro tutto ciò che è determinante viene completamente ignorato. Bisogna fare un passo indietro, ben altra è la questione: e allora giù con le esercitazioni della NATO, il Donbass, l’annessione della Crimea, Maidan e non Maidan, il memorandum di Budapest, che ha fatto l’URSS, che han fatto gli ucraini con i nazisti, la Russia che non perde una guerra dai tempi di Gengis Khan e via retrocedendo. Alla fine di tutto (o meglio: all’inizio) probabilmente c’è una faida (trascurata, troppo trascurata) che risale al Duecento e che ha visto coinvolte le famiglie dei Lorussov e degli Espositensky – solo che gli spiegazionisti lo sanno che tutto è partito da lì, e siamo noi stupidi a sottovalutare con tanta superficialità quella brutta vicenda di confini tra campetti agricoli incoltivabili.

Insomma, un caso per cui il nome Ucraina rende onore al consonante termine ucronia: che sarebbe successo alla Storia, se qualcuno fosse intervenuto in Diritto e Giustizia in quella incresciosa vicenda quando era il momento giusto per farlo? È di questo che dovremmo parlare, secondo gli spiegazionisti.

(A sentir loro e a voler retrocedere, alla fine – per logica! – dovrebbe sempre rimanere quel povero pirla di Adamo, cacciato dal Paradiso Terrestre per via di una donna che neanche si era scelto, visto che quella era stata un’unione combinata, senza nessuna possibilità di evitarla. Sempre tutta colpa di Dio, dunque).

La Storia non insegna niente, tuttavia suggerisce che i rompipalle esistono, e che sono una forza. Uno può ritrovarseli alle assemblee di condominio, seduti di fianco al lavoro – oppure anche in testa a uno Stato. Non cambia niente. C’è un salto di qualità e di pericolo, ovvio, ma in fondo la stoffa di cui sono fatti è sempre la stessa. I rompipalle sono al mondo per fare il loro lavoro, e ci riescono benissimo. Magari alla fine possono anche essere sconfitti, ma non prima di aver rotto le balle a tutti. Per cui, in definitiva, non possono mai perdere. Cerchiamo di comprenderli e applichiamo per loro criteri di giudizio sofisticati, sottili, che quasi sempre non si meritano. Uno spreco di razionalità al cui confronto lo spreco di seme fa semplicemente sorridere.

Ora, c’è un termine che viene usato troppo spesso, e comunque troppo spesso a sproposito: geniale. Ammettiamo però che qualcosa di geniale esista davvero. Queste riflessioni sull’Ucraina – che non sono riflessioni su quel che sta accadendo, ma solo su quel che si sente dire tutti i giorni – conducono a un libro che davvero era geniale. O che lo sarebbe stato, visto che in fondo si tratta di un’opera incompiuta, dal momento che Flaubert – che ci si dedicò negli ultimi anni di vita – morì prima di portarla a termine. Si parla qui di Bouvard e Pécuchet.

L’argomento è noto: nella Parigi di fine Ottocento due simpatici inetti si trovano, si annusano, scoprono di essere e di avere nell’altro una spalla perfetta. Cambiano vita, si chiudono in campagna, si danno all’agricoltura. Ma come fare, senza basi, senza esperienza? B&C si buttano allora insieme a capofitto in uno studio mattissimo e veramente disperato, che dovrebbe condurli ad acquisire tutta la conoscenza necessaria per riuscirci. Ma lo studio dell’agricoltura non sarà mai sufficiente, manca sempre un pezzo: i due passeranno allora attraverso i più disparati campi dello scibile, dalla geologia allo spiritismo, dalla medicina alla pedagogia. Perché la Risposta deve esistere, da qualche parte, solo che è sempre un metro più in là, dove non sono ancora arrivati. Sono spiegazionisti ante litteram, insomma, anche se i due sono molto più simpatici. Intanto perché non pretendono di istruire il mondo, anzi: sperano da qualche parte nel mondo esista una risposta definitiva ai loro dubbi. E poi perché, in fondo, il riconoscimento della propria inadeguatezza li lascia sempre fondamentalmente umili di fronte alla vastità del Reale.

I due per molti aspetti sembrano anticipare di vari decenni Aspettando Godot, e infatti anche la loro attesa di approdare a qualcosa si scontra con l’impossibilità di riuscirci. Buttandola in filosofia, è un’impossibilità ontologica, perché – lo sappiamo – ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne possano trovare i due piccolo piccolo borghesi nella loro ricerca raffazonata. (E la fiducia nel Progresso cantata dalla borghesia dell’epoca costituisce il vero obiettivo del sarcasmo nero e sconsolato di Flaubert).

Un’ulteriore ragione per cui B&C sono molto più simpatici degli spiegazionisti è quella per cui, alla fine, riconoscono amaramente la propria inadeguatezza, e tornano amaramente alla vita di partenza, che è poi quella di due grigi copisti.

(Curiosissimo a questo punto considerare quanto i copisti abbiano dato alla Letteratura: se avessero chiesto ai due di tornare a provarci ancora una volta, ognuno di loro avrebbe probabilmente risposto come Bartleby: I would prefer not to, preferirei di no. Ne avevano avuto abbastanza, poveracci).

Gli spiegazionisti, molto meno simpatici di B&C, non accetterebbero mai di tornare a una vita che li privasse della possibilità di spiegarci tutto, trovando una spiegazione più risalente, a noi ignota fino a quel momento, che dovrebbe capovolgere ogni nostra convinzione. Ci hanno l’Internette, ci hanno la possibilità di smentire medici, economisti e storici – anche se nella loro vita privata non gli riesce di uscire dalla posizione di vice-sotto-vice-capo dell’ufficio sinistri che occupano ormai da quindici anni, senza possibilità di promozione.

Gli spiegazionisti rimangono silenti magari qualche tempo, ma restano sempre in agguato, anche per svariati mesi o anni, peggio della nuvoletta di Fantozzi. Poi, appena l’Attualità propone qualcosa di rilevante, si scatenano. E questi ultimi due anni, tra pandemia e Ucraina, sono stati per loro un vero Eldorado. Gli spiegazionisti non sarebbero un grave problema, non fosse che attecchiscono facilmente su terreni anche più incoltivabili di quelli dei Lorussov e degli Espositensky. E che sono molto contagiosi. Non che si possa fare granché, per arginarli. Ma constatarne l’esistenza, imparare a riconoscerli e starne alla larga, come con i funghi velenosi, è già qualcosa.

(Anche perché non sono affatto disprezzabili i copisti che si preoccupano di svolgere al meglio il proprio compito, senza aggiungere niente di sé perché sanno di non avere i numeri per poterlo fare).

Cino Vescovi