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“Chi non si è sentito, almeno una volta, irrimediabilmente ferito dal segno di Caino?”. Omaggio al “Manfred” di Byron

Non ha fiato la tua vita, nell’inseguire una morte che non può accoglierti. Allo stesso modo di una donna che non puoi raggiungere, tra i crepacci e i burroni della Svizzera, e del dolore, della colpa, e dell’inutile coscienza del male.

La pace ti è negata come nel capriccio di una sorte bambina e bizzarra, tu che domini gli spiriti, e potresti dominare il mondo, detenere ogni potere e ricchezza, sei invece l’immenso maledetto. Valuti con incanto indelebile la tua disperazione per cercare di spiegare l’errore, rinchiuso da una vita nelle torri, fluttui arcaico fra le candele in fondo alle stanze, pretendi l’esoterismo senza sapere cosa fartene delle più grandiose magie.

La tiepida e poi scottante seduta sul letto roccioso della consapevolezza è l’alba delle mitiche montagne, nel sole incapace di splendere sul tuo cuore. Eppure, il tuo piede è saldo, conosci il burrone, ma non ti lanci, quale morte cerchi, allora? Qual è la devastazione che nascondi, se sai che non incideresti in nessun modo sul tuo destino lasciandoti infine cadere, portandoti dietro l’aridità dello spirito e il cervello che turbina, senza avere riempito la scontata voragine.

Tra la nostra polvere e il nostro essere divino, non sai più quale sia la parte della degradazione e quella del gioire incorporeo, troppo facile differenziare il vile e il sublime nel banale concetto di vita e di morte. Non hai studiato tanto per questo, non hai sofferto tutto per questo, non puoi essere partito dal male per approdare unicamente all’evidenza del male. Il sommesso flauto dalle note incastonate fra i cuscini del più dolce richiamo non placa il rumore della dannazione, se perfino il sogno non è altro che l’ossessivo pensiero che si imbatte inevitabile sempre e solo in te stesso, o meglio “dentro di te”. Nemmeno il sogno ci può liberare, se il sonno è la trappola per incappare strenuamente in noi stessi.

La “verità fatale” apre inesorabilmente al dolore, è la tua saggezza. Tu sei stato nella filosofia, nelle scienze, nelle “fonti dello stupore”, lo hai percepito il senso, hai interpretato il bene, eppure non hai trovato la pace, tu che domini il male, per quel potere più alto che hai imparato a evocare, comunque non lo puoi sconfiggere. Il potere sugli spiriti l’hai acquisito con la conoscenza, la determinazione, lo studio, ma pare che la forza acquisita contenga essa stessa la maledizione, di non vincere nemmeno con la morte, con quella morte che non ti è concessa.

La tua conoscenza ci sbatte in terra, siamo noi, non tu, il bambino che non può accedere allo smisurato mondo del sapere iridescente, nella vastità cui tendiamo braccia sinceramente sfinite. La vita sfianca tutti, e nessuno si sa consolare, oppure tutti non abbiamo semplicemente compreso la commozione? E sarà ancora una volta la freddezza, smisurata a seppellire l’anima, a piegare il nostro collo alle forbici della terza Parca.

Tu sai del condottiero che distrugge per la disperazione e di chi lo vuole libero per sfruttarlo, per lasciarlo morire solo nella sua isola infernale, avendo già trovato altrove nuovi impeti di orrore. Se le Parche patteggiano per il male, nella facilità dei corpi da sfruttare, dove si realizza la vendetta del bene?

È la nostra la tua febbricitante impossibilità alla cura, e le grandi incomprensioni di ogni riga del tuo poema, scritto col sangue.

Non sappiamo perché tu sia colpevole della morte dell’amata sorella, mistero fra i tanti misteri, oppure la colpa appartiene a tutti, implacabile e inspiegabile, o volutamente inspiegata. Nessuno sa se tu sia disperato per aver amato tua sorella, o perché l’amore ti è stato impossibile, mentre avevi creduto, dominando gli spiriti del male, di riconoscere e vivere nella sua unicità. Possiamo solo lasciarci trascinare dalla tua ricerca del perdono, senza nemmeno capire dove risieda la colpa. Se non, forse, il non aver trasceso l’argilla, non aver raggiunto, dopo un’intera vita ad essa votata, la liberazione senza oblio.

Sei più potente di Satana stesso, la stessa Nemesi deve assentire al tuo volere, ma non basta, se pare la morte dell’amore stesso la condizione della nostra forma di fango. Eppure, il potere su cui né tu né tutti i signori del male possono niente, sta celando nella risposta lo spirito della tua amata.

È la morte o il peccato il tuo demone? O è la colpa la manifestazione inclemente della conoscenza cui il tuo immenso sapere ti aveva condannato?

Tu ti ritieni un vento mortale, che non può morire, che non cerca nulla, ma come il Simun del deserto, se viene incontrato, uccide. Proprio tu che hai rifiutato di essere “menzogna” vivente per dominare i meschini, che hai aborrito mondanità e politica, riconoscimenti e lacchè ben sapendo che il prezzo sempre è stato e sempre sarà, l’essere tu stesso schiavo. Come potresti tu, il “leone solitario”, dare la morte? 

“È troppo tardi – disse Nerone, dopo che i senatori che erano stati suoi schiavi l’avevano tradito e costretto a ferirsi per darsi la morte, al soldato che cercava di tamponare il sangue – È fedeltà, questa?”. È meglio pensare tu sia l’antidoto che come spesso accade, troppo tardi scorge il veleno. Il veleno che tenti di dissipare è dentro ciascuno, e tu non sopporti di diffonderlo nel vento, quindi a cosa serve il sapere, il potere, e soprattutto il perdono degli uomini, se già tutti abbiamo tradito?

Anche gli angeli che amarono le donne errano ancora sulla Terra, puniti, come te, costretti a non liberarsi, a restare uomini seppure eternamente spiriti. Forse anche tu sei uno di loro, che ama e non dovrebbe amare come ama.

La tua maledizione, la tua “stella condannata” o che ti condanna, vagando in fiamme in un universo infernale, ti dà il potere ma non ti offre il perdono. O la tua maledizione è in realtà la nostra, ossia il tuo stesso mistero, la mancanza come condanna, del modo e del perché.

Ti definiscono una veglia triste della notte, a differenza dei tuoi nobili antenati che combattevano il buio con divertimento e festini, un terrore che si aggira, uno scempio rinchiuso nella Torre. Luogo dell’ignoto, di riti esoterici e dell’ovvio peccato di cercare di trascendere: avresti dovuto riempire il buio di trappole, non buttartici dentro per esserne parte, dovevi rinnegarlo per essere accettato, ma tu non vuoi essere accettato.

Tu che domini gli spiriti chiedi proprio alla stella che ti ha condannato di donarti l’oblio, di dimenticare la sua stessa maledizione, o meglio la sua impossibile comprensione. E lo stesso implori agli altri sei spiriti che dominano il mondo: terra, oceano, aria, notte, montagne, venti. Come se potessero. Devono obbedirti, tutto puoi pretendere da loro, ma non l’oblio. Possono solo abbandonarti.

Cosa se ne dovrebbe fare un uomo di tutta l’opulenza mondana, se nel suo intreccio di argilla e spirito, non può essere ascoltato nemmeno nella più umile delle richieste. L’unica libertà, dissolvere, ci è negata.

La stella stessa, il settimo spirito, prende la fisionomia di tua sorella Astarte, e tu non puoi che svenire davanti a tanto, ma sarebbe troppo semplice leggere in lei la tua condanna, che si cela solo come simulacro nel suo simbolo della colpa.

Nel momento in cui Manfred sviene si apre la poesia del suo incantesimo, lui non può udire, ma nemmeno può dimenticare, e saprà sempre, sebbene non possa comprendere.

“La mia anima sarà sulla tua, con un potere e con un segno… E il potere che tu senti è ciò che dovrai celare… E ti obbligo a essere il tuo più vero Inferno… Nel provare ogni veleno conosciuto trovai che il più forte era il tuo… Né il dormire né il morire saranno nel tuo destino… Ora inaridisci!”.

Non assomiglia, beffarda come Byron sapeva essere, e inesorabile, come Byron sapeva essere la vita, alla maledizione che tutti ci accomuna nella stessa argilla? La notte gli negherà pace, e il suo spirito non potrà mai dormire, c’è forse qualcuno il cui spirito dorme, a meno di non strangolarlo?

C’è qualcuno che sa gestire il potere di percepire, e magari chiamare a sé le ombre? Che ne comprenda o abbia mai compreso il messaggio? Eppure, ognuno sa che gli scorrono accanto. O che nella luce accecante non abbia visto che l’implacabile cecità?

Chi non si è sentito, almeno una volta, irrimediabilmente segnato, da qualcosa, da qualcuno, seppure non distingua sulla propria fronte il segno di Caino?

Chi non si è sentito la stessa fonte del veleno che straripa dai pori del fango?

Chi non ha desiderato morire ben sapendo che non toccava ancora a lui?

*

Sembrerebbe l’incantesimo l’essenza stessa dell’umanità, o del suo errore di forma: astuzia, ipocrisia “che fa passare per umano il cuore”, il piacere per il dolore altrui, la capacità di uccidere, e i pensieri che non possiamo scacciare, condannati a non essere mai soli, eppure a non comprendere l’ombra che incombe su di noi. La maledizione di Manfred non è quella dell’uomo eletto e perduto, del mago, del grande intellettuale, nemmeno del nobile, del peccatore, né dell’aspirante suicida. È di ciascuno. È il male dell’inspiegabile intreccio di argilla e nube, che non lascia libero né l’uno né l’altro, e non spiega perché non siamo mai stati in grado di scegliere. La nostra cattiva stella, siamo noi senza esserlo, perché siamo anche altro.

Ma se l’oblio ci è concesso soltanto con la morte, nemmeno la morte è mai la stessa, non è univoca, se ne esiste una soltanto che ci può liberare. Per questo Manfred non può morire fino a un preciso istante, in cui qualcosa accade, perché sebbene sia evidente l’impossibilità che l’accadere modifichi qualcosa, qualcosa accade sempre. Quando Manfred evocherà i peggiori spiriti del mondo: le Parche, la Nemesi, Arimane stesso, che possiede la Vita e gli spiriti di ogni (più o meno) cosa vivente, e cui la Guerra e la Morte devono rendere un sacrificio quotidiano, a loro non si dovrà inchinare, anzi, loro stessi devono piegarsi perché c’è sempre qualcosa di superiore, l’Infinito supremo, o “i poteri ben più profondi di questi”, che Manfred conosce, e a cui solo è disposto a inchinarsi.

Arimane non si scompone, e obbedisce ai suoi desideri, inevitabile anche per il più potente spirito del male. È costretto a richiamare Astarte, e lo spirito si manifesta. Manfred le chiede di poter morire, anche se non ha ancora compreso del tutto di stare chiedendo ben altro, sebbene sappia che soltanto lì finirà la sua agonia.

Le chiede di perdonarlo, di dirgli che lo ama, ma lei pronuncia soltanto il suo nome, e gli dice che il giorno dopo morirà.

Perdono. Una parola pare più potente degli spiriti peggiori ai nostri piedi, soltanto questa parola ci salverà dal crollo immane, dal delirio di non aver saputo decifrare. Solo il perdono potrebbe quindi liberare Manfred dalla condizione di immortalità del suo dolore, e rendendolo mortale, aprirsi sull’eterno, che rigenera tutto. Ma se la risposta a una richiesta di perdono è la morte che a Manfred era impedita, non è forse questa morte il perdono stesso? E l’oblio. Quindi l’oblio è il perdono? Ma da cosa, da tutto, o soltanto dal male: l’oblio può ancora consentirci il ricordo?

Astarte quindi non nega il perdono, che si potrebbe celare nell’accettazione stessa della morte, o nella visione della sua esatta dimensione. L’oblio del peccato sarebbe l’uscita dalla condizione che ci permette di compierli, e non ci permette di scordarli mai.

Manfred era comunque il peccatore, col segno di Caino in fronte, così come Byron era segnato dalla leggera claudicazione che tanto lo tormentava. Ma il segno è davvero il simbolo del peccatore, o è solo la maledizione da scontare, nell’inevitabile certezza della memoria?

“Non è così difficile morire” in fondo, o infine, ma questo non può essere solo lo specchio irrisolto di quanto al contrario sia difficile la vita. Satana si è dichiarato il l’Angelo Custode di Manfred, non è blasfemia, e nemmeno la banalità del male, è la potente verità da combattere con l’altro modo di vivere, e nell’altro modo di morire. Per questo Manfred lo rinnega, e perciò quando prima della morte l’abate gli offre il perdono, lo rifiuta, non cercando il perdono dei vivi.

Arimane non avrà la sua anima, sembra il definitivo messaggio di speranza del Manfred. La morte è l’apice della complessità, è la ricostruzione del perdono. Un’anima perduta, peccatrice, non sarà dei demoni, non perché la morale c’entri qualcosa, ma perché i demoni, come gli uomini, sono immuni da e al perdono.

Il finale con cui uscì la prima edizione del Manfred non era quello scritto da Byron, considerato troppo empio dall’editore. Nell’originale l’abate è molto meno buono e minaccia il peggio, senza alcuna pietà per Manfred, se non si pente, pretendendo addirittura le sue proprietà in dono al monastero. Il perdono come travisato scambio di opportunità.

Manfred invoca Astarte che viene a trascinare via l’abate fra le peggiori profanazioni. Patiboli, corvi, streghe, vergini violate, suore incinta e frati libertini, questa è la realtà che gli mostra. “Cose che accadono ogni giorno” sottolinea, eppure impronunciabili, ma che spiegano perché sia lui, o meglio l’uomo che si pone come colui che ha il potere del perdono, a dover subire “un esorcismo o due”, se proprio laddove ritiene di rappresentare il bene, risiede la più orrida empietà. Lo porterà lontano, in alto sulle vette, a trascorrere la notte, senza fargli del male come richiede Manfred, ma per fargli capire “che mai più sarà così vicino al cielo”.

Il perdono fa accapponare la pelle, intinge nel male la sua forza più grande, è il movente stesso del male, e nel male si compie e realizza.

Chi deve perdonare chi? Forse si dovrebbe cercare fra gli angeli caduti e i demoni che li risollevano. Non sarà certo Byron, fra le risa delle sue corone gotiche ed alchimie, a darci la risposta.

Francesca Ricchi

*In copertina: Manfred secondo Ford Madox Brown

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