07 Ottobre 2026

Muratori d’infinito. Appunti sulla poesia di Luigi Trisolino

Viaggi, sesso, politica, etica, morale sono sensazioni che esplodono in questa silloge poetica Carnànima – Madrepoesìa patria e pellegrina di Luigi Trisolino, edita da Ensemble con la prefazione di Adriana Poli Bortone. Viaggi, sesso, politica, etica, morale. Tutto questo materiale esistenziale solitamente è difficile da conciliare in un unico testo: in questa opera tali elementi coesistono e si muovono coerentemente senza alcun dissidio.

Anche i neologismi sono esemplari. Aprono mondi interi dove è facile navigare. Questo scritto spazia in viaggi reali (ma anche mentali) per l’Italia e lungo l’Europa mediterranea alla ricerca di sensazioni variegate (fede, sesso, etica, politica, etc.), e giunge fin l’Egitto musulmano ove sperimenta un confronto religioso.

Da Tivoli a Roma si raggiunge l’Etna e la Sicilia; si attraversa il suolo europeo fino alla cattolica Spagna dei santuari, dove si svolgono i sacri lavacri religiosi e mentali; si raggiunge da Roma il Salento, come patria ancestrale e primitiva. Si evidenziano preponderanti il fuoco della passione, il culto della tradizione, e della sensualità. Questi aspetti distonici convivono e si fondono con armonia. Ne scaturisce un modo di poetare non banale, non usuale; si vivono pensieri, politica e vita idealizzata e vissuta. 

Interessante anche il viaggio nella Madrasa del sultano Hassan. Dalla poesia “Patrianti in missione” alla poesia “Giorgia” (ribattezzabile come “Guerriero”) viene fuori un atto di resistenza civile. E la poesia diventa cronaca. Forse anche per questo le poesie sono datate e geolocalizzate, riportando finanche l’ora con certosina precisione. Escludono l’atemporalità, il senso indefinito di vivere; vogliono questi versi solo sporcarsi del presente (e che presente!).

Per comprendere il tutto, sarà meglio dividere la silloge in quattro atti rappresentativi: atto I, il Fuoco; atto II, il Deserto; atto III, la Rottura; atto IV, la Missione.

Il primo atto rifulge nel Fuoco, caratterizzato da lapilli e fumi dell’Etna, da «Muratori d’un infinito/ infimo», da una «Patritalia» o dall’idea di patria quale «pane patrio» che «s’impasta», e si consuma nella rabbia creatrice e tellurica. Si nota sia un discorso con la passione amorosa elaborata, sia un discorso con la Chiesa. Il discorso con la Chiesa è tradizionale è futuribile: pare che il poeta non stia con questa Chiesa, ma da cattolico tradizionale pare che stia con una Chiesa del prima o del dopo. 

Il secondo atto è del Deserto. È la parte centrale della silloge: i giorni al Cairo e nel Fayyum. Nella poesia “La resistenza del mistero” l’io esce dalla moschea di Saladino e vede: «più scalze/ dei piedi dei fedeli in moschea/ son le croci», evocando le condizioni di vita di molti cristiani nei luoghi attraversati. Il deserto diventa lotta interiore in “Ombre fossili”, in cui il poeta scrive «Mentre sul mio io/ rotolano pietre». Dopo aver fotografato i ragazzi allo Starbucks nella poesia “Islamnèt”, in “Ai pie’ della Mecca” congeda l’Egitto con umiltà scrivendo «erriamo visitanti/ sullo stillicidio santo/ dei millennii». Nessuna conversione, nessun giudizio, solo testimonianza.

Si affronta anche il rapporto con la religione e con le altre religioni: Trisolino esercita il problema della patria e della tradizione, ma qui pare libertario sui musulmani, quasi come se volesse fare con essi una specie di accordo, almeno durante la visita dell’Egitto. Anche questo è un discorso velato.

L’atto terzo, la Rottura: ricorda il rientro a Roma. Il testo si fa duro: come nella poesia “Patrianti in missione”, in cui scrive di «Spranghe e sterco e pixel». L’occidente procede «denudandosi dal Cristo in croce». È l’invettiva. Arriverà la cura «con semi in mano». Nell’atto quarto è di scena la Missione. Dicembre, Milano, ore 6:28 con il treno per Roma. «Sol’andata». Non può sfuggire la necessità del confronto; a Milano «mi vien detta virtù/ nella tecnica», ma lui vive «la tecnica/ partendo dallo scalpello/ della virtù». Si chiude con “Giorgia” (o “Guerriero”) e il manifesto non è più protesta, ma servizio. Trisolino infatti scrive «Scudo la radice: spada l’amore» e «Milite gnota tu,/ milite ignoto io». L’arma finale è quel «seminando il sorriso d’una croce».

Bisogna ammettere che la poesia di Trisolino non è vana, non è fasulla. Pur non condividendone le idee (quali quelle evocate dalla parola “patria”), condivido il suo modo di pensarle, e ci sono aspetti di quelle idee che mi piacciono. Messe tutte insieme le sue parole acquisiscono altri significati, altre espressioni.

Come in Montale, si esalta la piccola cosa per evidenziare la grande, ché le piccole cose nascondono le grandi. La lingua è ibrida, evoluta, carica di neologismi come «patrianti», di espressioni peculiari come «politich’entropie», latinismi e linguaggi burocratici. Ne deriva una lingua che suda, che lavora, che scivola «tra sanpietrini» e «Su cuscini di ferro e rose». E ogni cosa si fa dura, caricandosi dello sdegno civile di Pasolini per Roma, madre-ferita, e dello stesso amore per ‘il popolo vero’.

L’ossessione per i luoghi e le date e il tempo ricordano Ungaretti, con il verso secco e spezzato. Ma non sono imitazioni. Metafisico Ungaretti, il nostro Trisolino storico-politico. In “Carnànima” una terminologia particolare e allusiva trasmette idee e significati inequivocabili attorno a poche ossessioni in cui il poeta affonda e si perde. Roma, come corpo di donna-madre; la fede come luogo e non dogma; la politica come impegno; la cultura come fondamento esistenziale. Dopo mesi di «vili liquami» e «carriere di ghiaccio», la scelta finale è quella di «conservare servire», «seminando». 

Il verso è scorrevole e musicale, anche se talvolta l’urgenza ideologica crea qualche problema. Bisogna, però, dire che la coerenza testuale non ne è mai sconvolta. Non è, questa, poesia da salotto. È invece poesia impegnata e in viaggio. È una poesia civile, ma anche ermetica. 

Finisce così come è iniziata: con un gesto artigiano. Dopo aver attraversato vulcani, deserti, l’io depone i «semi in mano» e… «così sia».

Francesco Isolani

*In copertina: Guido Reni, Atalanta e Ippomene, 1618 ca.

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