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Exercitia spiritualia. Un manuale per diventare invincibili

La prima forma di dominio: addomesticare tempo e spazio. Gli Exercitia coagulano il tempo – passato, presente, futuro – in quattro settimane. Durante la pratica il mondo è bandito, il tempo è sospeso nel bianco, non esiste. Per la durata della pratica si è intoccabili, infiniti, perfino. Il tempo, altrimenti caotico, inaffrontabile, viene disciplinato: si muta in palestra.

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Il tempo si risolve in quattro settimane – la creazione quadruplicata –, lo spazio – questo pianeta, il sistema solare, le galassie, le oscurità, la materia oscura, i buchi neri, le stelle infeconde e quelle infuocate, i mondi a venire – precipita in un punto, in te, corda tra le tue mani. Tutto è volontà e immaginazione, cioè disciplina individuale. Le cose esistono finché io esisto, e io esisto per dare forma, senza esitare, pur senza esito, alle cose. Senza io non esiste Dio. Gli “Esercizi” si fondano sull’individuo per sperperarlo: il compito del discepolo che si ammaestra nella palestra dello spirito è liberarsi della corazza – l’io mondano: come mi vedono gli altri e come mi vedo io –, degno seguace di Ignazio di Loyola, che si sveste del guscio di ferro, dell’abito militare, deponendolo ai piedi della Madonna. Durante gli Exercitia il tempo è sospeso, lo spazio è un punto. Il praticante è corazzato dalla preghiera, che lo benda – chiudere gli occhi permette al corpo di risiedere nel dono.

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Cosa accade nel corso degli Exercitia? Si muore. E si risorge. E si muore ancora. E si rinasce. Senza la pratica anche il più santo tra gli uomini si inflaccidisce, rende rancido il proprio intento, rischia di credere di essere qualcuno, qualcosa, di cadere, dunque. Chi è morto non ha paura della morte: per potersi rinnovare il praticante deve morire, di continuo.

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L’aspetto mistico degli “Esercizi” è temprato da quello pratico. Gli “Esercizi” non vanno meditati, ma adoperati; non vanno studiati, ma intrapresi. Ignazio lo dice subito: “come il passeggiare, il camminare e il correre rappresentano gli esercizi corporali, così si definiscono esercizi spirituali le diverse possibilità di esercitare e indurre l’anima a liberarsi di ogni confusa affezione e, dopo averle rimosse, andare alla ricerca e rinvenire la volontà di Dio nell’approntare la propria vita in ordine alla salvezza dell’anima”. L’intuizione di Ignazio è semplice e folgorante: per sostenere una gara bisogna preparare il corpo a sopportarla; per gareggiare nella vita è necessario rifinire lo spirito, ridefinirlo, addestrarlo. Lo spirito è tangibile, carnale, è un secondo corpo. Lo spirito non va studiato, coltivato, accarezzato: va esercitato. Corpo e spirito per Ignazio sono tutt’uno: colpire uno significa agire sull’altro.

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Ancora di più: gli “Esercizi” servono a fondare un esercito, una milizia. Gli atti ripetuti, con ricorrenza, questo atletismo dello spirito, è necessario a calibrare l’individuo e depurare l’individualismo. Agli “Esercizi” bisogna obbedire: l’identità si rivela nell’obbedienza. Persona potente – altra cosa è la ‘personalità’, mero gioco di specchi alieno al miracolo – è chi si consegna al superiore perinde ac cadaver, “come se fosse un corpo morto”. Questa consegna, questa sottomissione è la massima vitalità, il regicidio di sé ci rende re – l’obbedienza non è un giogo, ma gioia, perché il suo fine è la vittoria, la primizia, la vita contro la morte, dopo la morte.

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Gli “Esercizi” sono per tutti: servono “al fine di vincere se stesso e per porre ordine nella propria vita evitando di prendere decisioni in base a delle affezioni confuse”. Raffinare se stessi implica un’operazione alchemica: di sé occorre estrarre il distillato, la purezza adatta a intraprendere, senza esitazioni, quella scelta, indubbia. Loyola semplifica: il tempo e lo spazio possono essere modellati a seconda delle nostre necessità. “Colui che ricopre mansioni pubbliche o occupazioni importanti, e risulta essere persona di cultura o di ingegno, può dedicare un’ora e mezzo agli esercizi”. Non si cementa una regola: si spazza una via. Ciascuno può avviarsi secondo le proprie forze. Tuttavia, non è questo un sentiero per i tiepidi: le avventure dello spirito vanno affrontate fino in fondo, nell’azzardo – in effetti, non abbiamo altro.  

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Il mistico, di solito, è dedito a contemplare, cioè a osservare le cose del cielo, le manifestazioni divine. Ignazio forza, invece, a immaginare. Non dobbiamo interpretare i segni, i sogni; siamo noi stessi un segno, ineluttabile: nella nostra mente accade la storia sacra, di cui siamo il fulcro. Una specie di ipnosi traspare dagli “Esercizi”.

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I sensi dominano ogni cosa. La palestra spirituale non si compie per percorrere i deserti o passare una vita, nel dormiveglia dei puri, in monastero. Il soldato dello spirito marcia per le vie del mondo, nei luoghi inesplorati, pattugliati da fiere e da fieri popoli dei boschi, come al cospetto dei potenti del tempo. Per questo, l’ostensione dei sensi, posti al giogo: “eviterò ogni pensiero piacevole o lieto”, “fuggirò il riso”, “terrò lo sguardo rivolto in basso”. È utile scostarsi dalla luce, perché altra luce deve fiocinarmi ed esplodere, da dentro: “Mi priverò totalmente della luce, serrando le imposte e le porte”. Sotterrati nell’oscurità, siamo nudi, un’arma. Il mondo di Loyola è tutto occhi e dita, vedere e toccare.

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Estorto da ogni pio compito, da breviario per teologi, Giovanni Giudici suggerì – era il 1984 – di considerare gli “Esercizi”, “alla stregua di un testo poetico”. Nelle sue considerazioni scrisse, tra l’altro: “Leggiamo allora questo libro anche come una proposta di solitudine: ma di una solitudine talmente popolata da non doversi sentire (lei, solitudine) più sola, e talmente attiva e affaccendata da doversi l’esercitante ritenere quasi immune dai pericoli dell’ipocondria. Chi volesse indugiare brevemente in una ricerca di frequenze lessicali si accorgerebbe con facilità di quante volte ricorrono i due verbi ‘fare’ (hacer) e ‘vedere’ (ver) sui quali sembra imperniarsi l’intero sistema degli Esercizi”.

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Insieme al tempo e allo spazio, Ignazio di Loyola, genio in grado di risolvere la storia in un’equazione, la catastrofe in un organigramma, si occupa del corpo e della mente. Mentre il pensiero mistico, per consuetudine, s’insinua nel cuore, Ignazio percorre la carne. Insieme allo spirito, va disciplinato il corpo: gli “Esercizi” impongono continenza nel cibo, nel “mangiare” (“penitenza è togliere dal conveniente: quanto più tanto meglio”), regolano “il sonno”, costeggiando la veglia (evitando “che la persona non perda le forze e non ne consegua una seria cagione per la salute”). Il corpo va levigato, castigato, “cagionando un dolore sensibile; tutto ciò si ha portando sulle membra cilici o cordicelle o catenelle di ferro, flagellandosi o ferendosi, o con altre forme di austerità”. La pratica degli “Esercizi” impone di familiarizzare con il dolore, accogliere l’insussistenza come una grazia, abituarsi ad avere nulla. Se si ha nulla, se ogni paura, pure quella più pura – il dolore corporale – è vinta, nulla attendo, nulla voglio, nulla può sorprendermi. Sono invincibile e il corpo una fiala di diamante.

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Ignazio è agli antipodi di Giovanni della Croce: entrambi, in una Spagna arsa di visionari, lottatori, matador del dio-bestia, che infligge enigmi, hanno capovolto la cristianità. Giovanni della Croce s’inoltra nell’al di là del linguaggio: per dire lo smarrimento e la conquista dell’anima nella foresta celeste, usa la poesia, il verbo ineffabile. Al contrario, Ignazio di Loyola adotta un linguaggio militare, rigido, ripetitivo: è nell’al di qua della lingua. Gli “Esercizi” non sono una regola e non sono lirica – non sono dottrina, ma indottrinano a una sorta di agonismo spirituale. Giovanni della Croce, l’ispirato della “notte oscura dell’anima”, è avvolto nei chiaroscuri di Caravaggio, tra i Gesù ovoidali, marziani, di El Greco. Ignazio di Loyola ha il rigore di Diego Velázquez, la scaltra perfezione dei suoi cavalieri, re e buffoni di corte, che ti fissano pieni di una eternità già raggiunta.

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In ogni caso, nella milizia di Ignazio e nella lirica crocefissa di Giovanni, si sente odore di foresta e di belva. Si antivede l’epoca delle conquiste amazzoniche, l’approdo nell’altro mondo – in senso fisico e anagogico. Come il francescano scava il bene nel corpo famelico del lupo, non ci stupirebbe vedere un gesuita, a Misiones, che cavalca un giaguaro, indisturbato, in piedi, indifferente al chiasso degli dèi della foresta.  

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La pratica della fatica, una specie di dedizione al dolore – che non va sconfitto o placato, ma osservato, amato – portano a un punto d’esattezza fatale. Quel punto in cui l’uomo è uomo, interamente, ma non è più uomo. Più che altro, è una finestra: ogni suggestione è saggia, tra miraggio e miracolo la crisi è minima, invisibile. Come dopo una camminata in montagna, la fatica è tale da non percepirla, il viso è limpido di sudore, la fame è un impulso remoto, superato. Siamo fuori di noi, in estasi. Siamo il punto in cui convergono tutte le illuminazioni: luce che s’incardina nella luce. Il nostro corpo è un lago, su cui si riflette Dio, ed è l’angelo, il lupo.

*Si riproduce per gentile concessione la “Nota dell’editore” agli “Exercitia” di Ignazio di Loyola editi da Nino Aragno Editore (2021)

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