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“Mi sono messo in ascolto del deserto”. Intervista a Maurizio Fantoni Minnella che ha scovato le antiche biblioteche del deserto mauritano

È un viaggio borgesiano, quello ritratto nel film Libri di sabbia del regista e scrittore Maurizio Fantoni Minnella. Del grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, scomparso il 14 giugno 1986 a Ginevra, il film non ricorda solo la fantastica biblioteca di Babele che raccoglie tutti i libri del mondo, ma riprende anche il titolo de Il libro di sabbia (Adelphi, traduzione di Ilide Carmignani, a cura di Tommaso Scarano, 2004), con i suoi straordinari racconti visionari.

Altrettanto onirici e sorprendenti gli incontri nel cuore del film Libri di sabbia. Affondiamo tra le dune sabbiose d’Africa, le ombre, le luci e i silenzi, precisamente in Mauritania, grazie alla duplice mostra appena inaugurata presso il Museo Castiglioni di Varese che accompagna l’uscita del documentario: Parole di sabbia, mostra fotografica sulle Biblioteche del deserto in Mauritania e L’occhio d’Africa, esposizione bibliografica sui resoconti di viaggio di esploratori, viaggiatori e scrittori nel Continente Nero a cura dell’Associazione culturale FreeZone.

La trama del film è esistenziale quanto esiziale: i libri, antichissimi, sono in pericolo, a causa dei morsi del deserto, della inesorabile quanto famelica desertificazione, dell’attacco degli insetti, delle termiti. Il deserto divora le case, le città, le biblioteche. “Il deserto ha bisogno di essere fermato, arginato – spiega il regista Maurizio Fantoni Minnella. Il deserto è una componente della vita di queste persone sin dalla loro nascita. Si parla di deserto come culla, alveo prezioso. Il pericolo è finire come Timbuktu in Mali, la città carovaniera più nota, ma ormai diventata pericolosa”.

L’atmosfera sospesa e tragica del deserto, con il suo sole feroce, il caldo opprimente e le fastidiose mosche lasciano scorgere, con forza, la delicata ossatura dei libri, quasi un miraggio, la filigrana impalpabile della vita qui, la pergamena decorata dei codici conservati nelle biblioteche della Mauritana. Il documentario, girato con il sostegno della Biblioteca Nazionale di Budapest e dell’ong Terre Solidali, srotola un percorso all’interno di antiche città carovaniere del Sahara mauritano, nella regione interna dell’Adrar, e più ancora, degli scrigni di terra cruda che conservano gelosamente i tesori, purtroppo, ancora oggi poco conosciuti, della cultura sahariana.

Si tratta degli antichi manoscritti medievali e i libri a stampa tramandati di padre in figlio e custoditi in biblioteche private di vecchie e importanti famiglie locali, segno di civiltà e di prestigio. Il film  percorre le “villes anciennes” di Ouadane, Chinguetti, Tichitt e Oualata, fondate a partire dal XI secolo (e oggi patrimonio dell’umanità Unesco), che conobbero un periodo di grande splendore tra il XV e il XIX secolo. Crocevia di scambi commerciali con tutta l’Africa Occidentale e importanti centri di cultura e di insegnamento, non solo del Corano ma anche di materie letterarie e scientifiche. Abbiamo rivolto alcune domande al regista del film.

La cultura scritta andava progressivamente sostituendo quella che per secoli si era basata sulla trasmissione orale dei saperi. I libri, spesso rari e preziosi, talora di inestimabile valore, giungevano sin qui, dal Cairo e dalla Mecca, come oggetti di scambio, insieme alle merci più disparate, come pietre preziose, pelli pregiate, animali. Un patrimonio unico della conoscenza umana che sta a testimoniare il grado di civiltà raggiunto dai popoli del deserto.

Com’è stato girare questo documentario?

Dovevamo metterci in ascolto e aspettare che la realtà ci apparisse e, poi, trovare la chiave giusta: questa alternanza di parole e silenzi. L’ascolto è stato quasi letterale, una partecipazione ai suoni e ai silenzi dell’Africa. Non volevo più tornare indietro, la grande generosità con cui siamo stati accolti è stata un dono. Volevo che i libri si saldassero all’ambiente che li ospita. Questi libri che provengono dalla Biblioteca di Alessandria, da La Mecca in questo crocevia sahariano. Libri che sono stati oggetto di scambio di altri beni preziosi. Mi sono messo in ascolto del deserto. È stato un lavoro artistico, emotivo, ma anche umanitario. Credo nella potenza delle immagini, nella riunione di realtà e bellezza, anche senza il ricorso alla drammaturgia. Senza il ricorso talora obbligato e ruffiano alla fiction. Ho sempre rifiutato qualsiasi ricorso alla piaggeria. In mezzo al caos delle idee, ho sempre mantenuto una certa coerenza. La coerenza. Questa parola che è stata, a nostra insaputa, messa fuori moda. Essere fedeli a se stessi è difficile, in questo tempo che richiede la flessibilità, un’incoerenza.

Qual è stato il momento più impegnativo del film?

Forse è stato il suo montaggio. Il montaggio è l’anima del documentario, la presa della realtà. Il documentario, in qualche modo, non coglie solo la realtà e non è mai del tutto oggettivo. Si può dire che un documentario nasca nel montaggio. Avevamo 25 ore di girato e volevamo realizzare un’ora e mezza di film. Montare Libri di sabbia è stato molto più faticoso che girarlo, perché volevo che si arrivasse al nucleo essenziale del racconto e dovevamo trovare i tagli giusti, la dimensione giusta dell’alternanza, del passaggio dalla parola al silenzio.

Da dove nasce l’idea di questo film?

Dalla mia passione per il viaggio e per la letteratura di viaggio. Ho sempre viaggiato, fin da quando avevo sei anni. Avevo girato in Africa più di un documentario. E avevo girato, in Senegal, “Noi i neri”. Fino a quel momento non ero mai stato nell’Africa nera, ma solo nel Maghreb. Avevo scoperto, grazie a una rivista specialistica, l’esistenza di queste biblioteche diventate patrimonio dell’Unesco.

Nel finale del film c’è un bambino al centro della scena, indossa una maglietta rossa con la scritta colorata “over the limits”. Lo sguardo bambino, corrucciato e prepotente. Se ne va con le mani nelle tasche, i pantaloncini a quadretti sono più grandi di qualche taglia. Ma la sua andatura ribelle, mentre è inquadrato di spalle, ci racconta che è già più grande della sua età. Il simbolo di un riscatto. Un bambino africano che cammina, mani in tasca, in ciabatte, sulla sabbia che inghiotte queste civiltà sahariane antichissime, lungo una rete di recinzione ormai abbattuta, qualche muricciolo sbriciolato. Il bambino sceglie di camminare sul filo impalpabile di un’ombra sulla sabbia, verso l’orizzonte. Che cosa rappresenta?

Mi piacciono molto i bambini nel cinema e, anche in questo caso, il bambino che si vede guardare in macchina nel finale compie un gesto di sfida nei confronti di questo elemento estraneo, la cinecamera. Quindi guarda la persona che non ha mai visto, va verso di lei anche se i suoi amici dicono di non farlo perché hanno paura. Invece, il bambino, indomito, prosegue, davanti alla cinecamera per sfidarla.

Una sfida?

Sì, una sfida simbolica, che le nuove generazioni africane lanciano nei confronti dell’occidente, nei confronti di coloro che un tempo li hanno colonizzati e che oggi vengono ancora a cercare di capire, di scoprire, di mostrare l’anima degli africani. Quindi, un finale di alta intensità simbolica peraltro anche molto rischioso perché questo ragazzino, con quest’aria di sfida, poteva anche compiere un gesto sgradevole, violento, addirittura rovinare la scena, invece è stato straordinario anche lui. Dopo il suo sguardo di sfida, se ne va. Si allontana. Infatti il film finisce esattamente con un campo lungo.

Linda Terziroli

*Maurizio Fantoni Minnella scrittore, critico cinematografico, saggista, studioso di letteratura di viaggio e di letteratura latinoamericana, filmmaker, fotografo e pubblicista, ha al suo attivo numerose pubblicazioni e film documentari realizzati in Italia e all’estero. Conferenziere in numerosi Istituti Italiani di Cultura nel mondo, collabora stabilmente a quotidiani come Avvenire e a blog culturali come Fondazione Nenni e Elettrivista/Parole spalancate. Inoltre dirige Poevisioni, Rassegna di Cinema, Poesia e Realtà del Festival Internazionale di Poesia di Genova. Tra le pubblicazioni recenti, le opere di narrativa: Il viaggiatore delle catastrofi, Italic Pequod, Ancona, 2016, Geronimo è pazzo di nuovo, Italic Pequod, Ancona 2018, le curatele letterarie: Alejo Carpentier, Visione d’America, Frammenti di una cronaca di viaggi, Ibis edizioni, Como-Pavia 2017, i saggi: Io non mi arrendo un’autobiografia in parole e immagini (con Andrea Gallo), Baldini & Castoldi, Milano 2013, Il cinema e io. Cronaca di un amore, Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero 2017, Film documentario d’Autore una storia parallela, Odoya, Bologna, 2019, Genova ritratto di una città, Odoya, Bologna 2020, La città che viviamo, ragionamenti di un esploratore urbano, Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero 2019, Verso Ponente Viaggio nelle periferie della Superba, Mimesis, Sesto San Giovanni, 2021,  gli scritti di viaggio: Geografie erranti, taccuini e pensieri di un viaggiatore, Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero 2018, i film documentari: Il cuore di mia madre Taccuino siciliano, 2015, Noi i Neri, 2017, Formiche Rosse, 2018, Esilio La passione secondo Lucano, Fantasmi cileni, Libri di sabbia, 2019, le mostre fotografiche: Mutazioni, 2017-2018, Parole di sabbia, 2020-’21. Il suo sito p qui.

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