28 Luglio 2022

Non è colpa di Dostoevskij. La letteratura russa durante la guerra in Ucraina

Anche la cultura è vittima della guerra. In seguito all’invasione russa dell’Ucraina, alcuni scrittori ucraini hanno chiesto il boicottaggio di libri, musica e film russi. Altri hanno sostanzialmente accusato la letteratura russa di essere complice dei massacri perpetrati dai soldati russi. L’intera cultura russa, dicono, è imperialista e l’aggressione all’Ucraina dimostra il fallimento morale della cosiddetta “civiltà” russa. La strada per Buča, continuano, passa per la letteratura russa.

Certo, crimini terribili vengono commessi nel nome del mio popolo, del mio paese, in mio nome, dunque. Capisco che la guerra abbia tramutato la lingua di Puškin e di Tolstoj nel gergo dei criminali di guerra e degli assassini. Che cosa vede il mondo oggi della “cultura russa” se non bombe che cadono sugli ospedali e cadaveri mutilati alla periferia di Kiev?

Essere russi, oggi, fa male. Come posso reagire quando mi dicono che un monumento in onore di Puškin è stato smantellato in Ucraina? Sto zitto, sono un penitente, mi auguro che un poeta ucraino difenda Puškin.

Il regime di Putin ha inferto un duro colpo alla cultura russa – allo stesso modo, prima di lui, lo stato russo ha colpito artisti, musicisti, scrittori. Ha costretto uomini d’arte a intonare canzoni patriottiche, li ha obbligati all’esilio. Il regime ha “cancellato” la cultura dal mio paese. Di recente, un manifestante è stato arrestato perché sbandierava un cartello con una frase di Tolstoj.

La cultura russa teme da sempre lo stato russo. Un detto attribuito ad Aleksandr Herzen, spedito in esilio per i suoi pensieri anti-zaristi – e per aver letto “libri proibiti”, come diceva lui, vantandosene – “In Russia lo stato si è imposto tramite occupazione armata”. Il sistema del potere politico russo è rimasto immutato e immutabile nei secoli: una piramide di schiavi che adora il khan supremo. Così era durante l’Orda d’Oro, così era ai tempi di Stalin, così è oggi con Putin.

Il mondo è sorpreso dalla quiescenza del popolo russo, dalla sua inettitudine e mancanza di opposizione alla guerra. Ma questa è la strategia di sopravvivenza che si tramanda da generazioni, come recita l’ultimo verso del Boris Godunov di Puškin: “Il popolo tace”. Il silenzio è sicuro. Chi è al potere ha sempre ragione, gli altri devono limitarsi a obbedire agli ordini. Chi non è d’accordo finisce in galera – o peggio. I russi sanno fin troppo bene, per esperienza storica, che non bisogna mai dire “questo è il peggio”. Un antico adagio suona così: “Non augurare la morte a un cattivo zar”. Il prossimo potrebbe essere peggiore.

Soltanto le parole possono annientare questo silenzio. Per questo la poesia è sempre stata qualcosa di più che poesia in Russia. Gli ex prigionieri sovietici raccontano che i romanzi di Tolstoj, Dostoevskij e Turgenev hanno letteralmente salvato la vita a chi era obbligato ai campi di lavoro. La letteratura russa non ha impedito i Gulag: ha aiutato i prigionieri a sopravvivere.

Lo stato russo non ha alcun interesse verso la cultura, a meno che la cultura non serva ai fini di stato. Quando il potere sovietico preferì darsi una patina di umanità e di rettitudine, ha costruito i monumenti degli scrittori russi. “Puškin, nostro tutto e capostipite!”, risuonava dai palchi del 1937, durante le Grandi Purghe, quando perfino i carnefici tremavano di paura. Il regime ha bisogno della cultura come di una maschera – come un travestimento prima della lotta. Dunque, Stalin ha bisogno di Šostakovič e Putin di Valerij Gergiev.

I detrattori affermano che la cultura russa è imperialista, pensando che gli artisti giustifichino gli intenti espansionistici dello stato. Ciò che ignorano è che l’imperialismo, prima di tutto, è interno alla Russia stessa: un impero schiavista che soggioga il popolo russo, facendolo soffrire. L’impero russo esiste di per sé, non coincide con il popolo russo. L’unico scopo dello stato russo è restare al potere per secoli, da qui il mito, con cui è stato martellato e modellato il cervello del popolo, della “patria russa”, del “mondo russo”: un regno assediato da un oceano di nemici che soltanto lo zar al Cremlino può combattere, proteggendo la sua gente e preservando l’ordine con pugno di ferro.

Per la piccola classe istruita russa, le domande eterne – gli “interrogativi maledetti”, come diceva l’intellighenzia del XIX secolo – erano quelle rappresentate da due grandi romanzi dell’epoca: Di chi è la colpa? di Herzen e Che fare? di Nikolaj Černyševskij. Per milioni di contadini analfabeti, tuttavia, la sola domanda era: “Lo zar è autentico o è un impostore?”. Se lo zar era autentico, reale, tutto il mondo andava bene. Se lo zar si era rivelato falso, la Russia doveva attenderne un altro, autentico. Nella mente del popolo, soltanto le vittorie sui nemici della Russia autenticavano o meno l’entità dello zar.

Nicola II fu sconfitto dal Giappone nel 1905 e durante la Prima guerra. Dichiarato falso zar, perse il carisma sul popolo. Stalin ha guidato la Russia alla vittoria durante la Grande Guerra Patriottica (la Seconda guerra) dunque è un vero zar, idolatrato da molti russi ancora oggi. Michail Gorbačëv, l’ultimo leader sovietico, ha perso la guerra in Afghanistan ed è risultato sconfitto nella Guerra Fredda che ha contrapposto la Russia all’Occidente: è tuttora disprezzato.

Grazie al trionfo in Crimea nel 2014, Putin ha ottenuto la legittimità popolare che spetta a un vero zar. Se non riesce a vincere la guerra in Ucraina, potrebbe perderla. Seguirà un altro capo, che dopo aver esorcizzato il falso zar Putin cercherà la propria personale legittimazione attraverso una vittoria contro i nemici della Russia. E così via.

Gli schiavi generano una dittatura, la dittatura genera schiavi. L’unica via d’uscita da questo circolo vizioso è la cultura. La letteratura è un antidoto al veleno del modo di pensare imperialista russo. Il divario di civiltà che esiste ancora tra la tradizione umanista dell’intellighenzia russa e una parte del popolo, incatenato a una visione medioevale, può essere colmato soltanto dalla cultura – e il regime farà di tutto per impedirla.

La strada per il massacro di Buča non passa per la letteratura russa, ma per la sua soppressione: i divieti e le condanne contro Fëdor Dostoevskij e Michail Bulgakov, Vladimir Nabokov e Iosif Brodskij, Anna Achmatova e Andrej Platonov; le esecuzioni di Nikolaj Gumilëv, Isaac Babel’, Peretz Markish; il suicidio di Marina Cvetaeva; le persecuzioni di Osip Mandel’štam e Daniil Charms; l’onda d’odio contro Boris Pasternak e Aleksandr Solženicyn. La storia della cultura russa è la storia di una disperata resistenza, nonostante schiaccianti sconfitte, contro un potere statale criminale.  

La letteratura russa deve al mondo un altro grande romanzo. A volte immagino un giovane, ora in trincea, che ancora non sa di essere scrittore, e si chiede, “Che ci faccio qui? Perché il mio governo mi ha mentito, mi ha tradito? Perché dovrei uccidere, dovrei morire qui? Perché noi, i russi, siamo diventati assassini?”.

Il compito della letteratura russa è quello di continuare a porre le domande eterne, quelle maledette: Di chi è la colpa?, Che fare?

*Michail Šiškin è scrittore russo, che abita in Svizzera. Alcuni suoi romanzi – “Capelvenere”, “La presa di Izmail”, “Punto di fuga” – sono tradotti in Italia da Voland; “Punto di fuga” è edito da 21lettere. L’articolo qui pubblicato è edito in origine su “The Atlantic”.

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