28 Luglio 2022

Grecia, la dignità non è in vendita (grazie alla Russia)

Malconcia ma fiera. Strappata, ridotta in brandelli dal Meltemi che d’estate si spinge fino qui, fino a camuffarsi da Maestrale. Issata ovunque, esposta come un corpo prima che come un’identità. Ostentata, in ossequio al bisogno greco di celebrare Santi, patrioti e uomini comuni fino a consumarli. Malferma ma indomita, una bandiera sventola sempre. Ricordando a chi non l’ha mai letta che l’epica, così come moltissime altre cose di uso comune, non sarebbe potuta nascere se non qui. In Grecia.

Ciò nonostante quando la “troika” impose un cappio che difficilmente avrebbero sopportato altri paesi occidentali, il mondo intero – rinnegando di essere figlio di quella stessa civiltà, di essere stato sostanzialmente generato da quella stessa epica – si produsse in ciò che gli riesce meglio. Voltarsi dall’altra parte. Così quando nel 2009 l’ex primo ministro George Papandreou rivelò che «i bilanci della Grecia erano stati manomessi con l’obiettivo di farla entrare nell’Euro», per questo popolo che ancora sorride con ingenuità e fierezza cominciò il periodo (2009/15) più umiliante della sua storia: gli stipendi dei dipendenti pubblici furono dimezzati, il potere d’acquisto ridotto a spazzatura, lo stesso per i titoli di Stato, l’economia del Paese andò a pezzi con la piccola – davvero troppo piccola – eccezione dei luoghi turistici (le isole della movida e le fragili ma millenarie Ionie, appunto), oltre 2 milioni di disoccupati in meno di 3 anni.

Abbiamo ancora negli occhi la folla che rompe gli argini della sopportazione e invade piazza Syntagma, ad Atene. Oltre centomila persone si radunarono domenica 29 maggio 2011 per protestare contro il Fondo monetario internazionale, dando così vita – abbastanza casualmente, come tutto ciò che succede in Grecia dove il fato è l’unico paganesimo venerato con sentimento – alla versione greca degli spagnoli “indignados”. Questo abbiamo fatto alla Grecia. Italia compresa, anzi in prima fila. Questo quello che l’Europa, la burocrazia più aberrante (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale), l’esasperato concetto di una comunità senza quasi nulla in comune, hanno fatto ai depositari della civiltà micenea e dell’impero bizantino, a una delle culle della civiltà occidentale, patria della democrazia, della filosofia, della medicina e della musica, del cristianesimo ortodosso e dei principi artistici, geometrici e teologici cristiani oltre che dei Giochi olimpici antichi. E proprio per le Olimpiadi (quelle del 2004) la Grecia si è indebitata fino al collo, pur di reggere il moccolo a una cultura dell’ostentazione, della modernità, della possanza fisica ed economica che non solo gli appartiene da sempre ma scorre dentro il sangue del suo popolo.

Solo che i debiti sono come le valanghe, quando arrivano a valle non contengono più solo neve fresca ma tutto quello che hanno incontrato nel loro cammino. L’Europa impose alla Grecia un’umiliazione straordinaria per 130 miliardi di prestito (basterebbero le cifre dell’attuale Recovery plan for Europe a restituire il quadro delle sproporzioni in gioco) e una restituzione a tranche così severe da ricordare l’arte dello strozzinaggio, di quei “cravattari” che impongono un rigore così estremo nella speranza che il debitore non riesca a onorarlo e quindi s’impossessino dei suoi averi. Così tardive da sembrare ridicole le pubbliche scuse dell’allora presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, che tra il grottesco e il famelico dichiarò (Gennaio 2019) «mi rammarico di aver dato troppa importanza all’Fmi, ho sempre rimpianto la mancanza di solidarietà con la Grecia. Non siamo stati solidali con il popolo greco. Mi compiaccio di constatare che Grecia e Portogallo hanno ritrovato un posto tra le antiche democrazie».

Non solo la Grecia ce l’ha fatta, ma adesso guarda all’Europa con un disincanto e un realismo che nessun altro Paese può permettersi. E chi ha dato una mano alla Grecia quando nessuno dei suoi fratelli sembrava volerlo fare? La Russia, proprio la Russia del sultano Vladimir Putin.

All’oscuro dell’Occidente, quando nessuno più guardava alla Grecia come a una speranza, la Russia prestava denaro alle banche greche, riempiva gli alberghi delle isole (soprattutto delle Ionie) e del Peloponneso di turisti, costruiva alberghi ovunque approfittando della selvaggia proliferazione cementizia locale forniva gas a prezzi molto più bassi rispetto agli altri Paesi. Tutto ciò sotto gli occhi d’Europa, che non solo non voleva ma non riuscì ad accorgersi che stava alimentando quello che sarebbe diventato uno dei più grossi paradossi della sua storia.

Quasi tutti i manufatti turistici, quasi tutte le produzioni che hanno a che fare con l’accoglienza (oltre 30 milioni di presenze l’anno, pre pandemia: il 20% del PIL del Paese) vengono realizzate in Russia. Anche l’antiquariato, i vecchi modelli della modernità socialista, qui sono russi

L’unico Paese che non ha mai voltato le spalle alla grande madre Grecia. Ecco perché siamo venuti qui, a scrivere questo breve reportage da una delle isole Ionie che è sempre appartenuta – per spirito avventuriero e interessi economici – prima agli Italiani (Veneziani) e poi agli Inglesi. Per testimoniare come l’Europa si disgreghi subito dopo essere stata pronunciata, come etimo intendiamo. E per testimoniare come il liberismo abbia così esaltato gli auspici di una grande nazione collettiva e solidale, da polverizzarli all’istante appena se ne intravedono i cosiddetti benefici. Perché la prima cosa che balza evidente agli occhi è che sono i russi – già i russi che non potrebbero neanche mettere piede in Europa – a farla da padrona.

Nel mar Egeo, nello Ionio e addirittura nella Capitale, trovi soprattutto russi, moldavi, bielorussi, turchi, islamici e ungheresi ovunque. A conferma del fatto che le sanzioni dell’Unione Europea sono così fragili e perverse da sembrare innanzi tutto inutili, e che se c’è una strada da cercare per la pace questa risiede nella comprensione delle ragioni dell’altro (anche quelle dell’invasore, per quanto odiose e deprecabili) come avrebbe dovuto insegnarci la lezione di Tiziano Terzani.

* Davide Grittani (Foggia, 1970) è giornalista e scrittore. Il suo ultimo romanzo, La bambina dagli occhi d’oliva (Arkadia Editore, 2021), ha vinto il premio Alda Merini 2022, il premio Città di Siena 2022 ed è stato finalista al premio Città di Grottammare-Franco Loi 2022. È editorialista del Corriere del Mezzogiorno, scrive per Pangea. È consulente di diverse case editrici italiane, dirige la collana di reportage narrativi Dispacci Italiani / Viaggi d’amore in un Paese di pazzi per Les Flaneurs Edizioni (Bari).

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