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In quella goccia terribile ho visto mio figlio, e la realtà è la storia più crudele. Un apologo di genio con Simonide, una coppia e un paio di libri in un negozio di giocattoli

Storia corta di una goccia scritto e illustrato da Beatrice Alemagna, per Donzelli Editore, è il libro che più mi ha fatto sentire il verso di Simonide nel frammento di Danae analizzato da Anne Carson in Economia dell’imperduto, pubblicato da Utopia: “Ma se per te il terribile fosse terribile”.

Tre scene.

Prima scena: nel frammento di Simonide del quinto secolo avanti Cristo Danae e il figlio neonato Perseo sono “abbandonati per mare in una cassa a seguito di una sinistra profezia”. La madre è angosciata dal pericolo ma Perseo dorme beato, vivendo il terribile come non lo fosse, non sentendolo per quel che è pur standoci dentro.

Seconda scena: è il mio approdare al libro della Alemagna, non più di un mese fa, nel terzo millennio dopo Cristo. Eravamo appena stati io e mia moglie a casa di una donna vedova da relativamente poco, che trascorreva i lunghi tardo pomeriggi e le notti di fronte alla vista ipnotica e rapitrice del mare aperto. Omero lo sapeva che è il mare tutto a essere una sirena, l’appartamento della vedova ne era a ridosso: a ripensarci da qui la vedova desiderosa di separasi dal sortilegio, cercando a chi sbolognare l’appartamento, era un vago preannuncio dell’analisi di una poesia di Paul Celan che avrei letto più tardi nello stesso saggio di Anne Carson, cioè pochi giorni fa.

Il saggio della Carson è del 1999, è stato tradotto nel 2020, la poesia di Celan a cui mi sto riferendo è MATIÈRE DE BRETEGNE, sul tema della vela sbagliata nel romanzo cavalleresco di Tristano e Isotta, che in Celan diventa: “è sera, il nulla / dispiega i suoi mari verso la preghiera, / la vela insanguinata termina con te”. Dopo aver salutato la vedova, complimentandoci per l’esperienza sublime che provava a rivendere, io e mia moglie sentivamo un gran bisogno di esorcizzare la sensazione pervasiva da epitaffio immanente perciò entrammo in un negozio di giocattoli per bambini non del tutto plastificati e comprammo regali: acquarelli, kit per il primo cucito, tavolette da decorare. Giunti al bancone per pagare il dovuto ci abbagliò la copertina del libro della Alemagna sullo scaffale alle spalle del cassiere: “Ce lo mostra un attimo…?”.

Eravamo così assetati di colore, dopo il grigiazzurro disseccante del mare attraente fino al suicidio come dichiarazione finale di amore eterno, che non ci pensammo due volte e ce lo regalammo. Solo dopo sfogliandolo e leggendolo perbene abbiamo colto il sublime della storia altrettanto terribile quanto la sirena del mare aperto: di una goccia potabile e del suo viaggio dantesco dall’orlo del rubinetto fino allo scolo su un tratto d’asfalto: “È l’esterno. / Una cacca di piccione, / una cicca, un sassolino / sono i suoi ultimi / compagni di viaggio.” Ma è terribile! Come terribilmente bella è l’estrema economia delle parole della Alemagna e ancor di più lo sono le illustrazioni, sature di colori gessosi che contraddittoriamente non hanno nulla di acquatico, di fluido: i tratti danno spigoli anche alle sfere d’acqua che spesso sono ritagli di carta che mostrano appieno il lavoro geometrico di forbici dalle punte mica stondate.

Nelle tavole domina un’idea del caos tramite cui cerca di dissimularsi l’inesorabilità del destino biologico. Mi sono sembrate disegnate su una lavagna o proprio sull’asfalto, come fanno quegli artisti di strada che tanto ci lavorano ma poi per nulla, perché non puoi mica vendere un pezzo di strada, al massimo possono guadagnarci quello che raccolgono nel cappello, lasciato da chi premia il lavoro che non potrà essere consegnato ma solo guardato nel suo svolgersi, nel suo avverarsi per poi sparire come avviene alla vita corta di una goccia d’acqua potabile.

E dunque, la terza scena: mi sono immaginato il genitore quale che sia, lo chiameremo Danae Uno, che mostra il libro e lo legge come una favoletta al suo Perseo che se lo godrà beato mentre intanto in Danae Uno si solleverà la tempesta destata dal palesarsi del vero, della vita tutta in perdita come veloce corsa troppe volte distratta verso l’essiccamento totale, e alle cui labbra saliranno le parole pensate da Simonide per la prima Danae perché potesse rivolgerle al suo neonato nel sonno inconsapevole della minaccia mortale tutt’attorno: “Ma se per te il terribile fosse terribile, / presteresti il tuo piccolo orecchio / a ciò che sto dicendo”, ovvero scopriresti che ti sto raccontando la storia più crudele di tutti, quella della realtà.

Cosa resta allora del vivere al netto della crudeltà che costa? Bisogna fare come i poeti: trarre dal perduto l’imperduto, come quando potevamo dormire beati nella tempesta perché c’era chi vegliava su di noi al nostro posto, anche solo raccontandoci una storia terribile come fosse una bella favola. E se non è mai avvenuto, farlo accadere inventandolo in un verso.

Antonio Coda

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