Medusa simbolo del Metoo? Lasciamo perdere. Il femminismo non c’entra: la scultura di Garbati sovverte segni & simboli: il caos trionfa sul cosmo. Per fortuna, abbiamo il capolavoro di Benvenuto Cellini

Posted on Ottobre 21, 2020, 12:44 pm
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Mentre a Firenze, alcuni giorni or sono, attenti studiosi dell’opera pittorica leonardiana meglio nota come La battaglia di Anghiari, scoprono l’esistenza dell’acqua calda, ovvero che andare in cerca del perduto dipinto del Vinciano sia più o meno come vagare sulle tracce del Santo Graal, dell’Arca dell’Alleanza o dell’Araba Fenice; il mondo dell’arte non si ferma e continua la propria folle corsa tra le sfere di questa terra e sotto l’astro lunare.

Così, mentre al Mart di Rovereto si mette in scena, ancora una volta, il parallelo tra Michelangelo Merisi, ovvero Il Caravaggio, e lo scomparso poeta novecentesco Pier Paolo Pasolini, la scultura di Luciano Garbati raffigurante Medusa con in mano la testa di Perseo, suscita immediata un catafalco di polemiche, dibattiti e discussioni.

In verità mi sono a lungo domandato se non sarebbe stato meglio tacerne piuttosto che dare ulteriore luce a un’operazione che di artistico ha poco e nulla, ma che invece è ideologicamente orientata al pensiero femminista, postfemminista anzi, del Metoo, ma che in origine fa parte di una rilettura dei miti classici. Insomma siamo di fronte a un caso di “riciclo artistico”.

Il fatto poi che la testa di Perseo abbia il volto dell’artista stesso, altro non è che una riproposizione di quanto già fatto da Caravaggio nel suo David. Nulla di nuovo né di originale dunque.

Luciano Garbati, Medusa, 2020

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Eviterò di narrare il mito di Medusa, l’orrida creatura maledetta che pietrifica gli uomini, sconfitta dall’eroe solare Perseo, decapitata dalla sua lama falcata. Dovrebbe esser noto a tutti, infatti ha avuto la fortuna di vedersi tramutato anche in film fantastici che però, sebbene soggetti ai riadattamenti del nostro tempo, mai avevano ostato stravolgerlo in maniera tanto grottesca e forse anche “diabolica” come fatto da Garbati.

Sì perché questo è ciò che imputo allo scultore italo-argentino, di aver satanicamente rovesciato, capovolto, un mito, trasformando dunque il male – Medusa che non è vittima ma carnefice, simbolo del Caos e della distruzione e della morte – in una vincitrice che sconfigge il Principio eroico che ordina il Cosmo, rappresentato da Perseo. Medusa, si badi bene, non è Giuditta che decapita Oloferne.

La Gorgone è un démone terribile e malvagio che ha in odio l’umanità e soltanto il suo campione, Perseo, figlio di Zeus e dI Danae, armato dell’adamantina harpe, difeso da uno scudo specchiante, munito di saldali alati, dell’elmo ctonio di Ade e di una sacca per portarne la testa recisa, la può sconfiggere. Ma al nostro sciagurato tempo, dimentico del senso del sacro e del meraviglioso, sembra che il compito degli artisti non sia più lo stesso di quello che essi hanno avuto per secoli, nell’età classica, nel Medio Evo e poi nella Rinascenza sino all’Ottocento. No, oggi si deve mistificare tutto ciò che è retto e sacro, ogni cosa che trascenda deve essere riletta e rivista in un gigantesco inganno.

Benvenuto Cellini, Perseo con la testa di Medusa, 1545-1554

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L’opera plastica che è stata esposta nel parco vicino al tribunale di New York, uno dei luoghi iconici del neofemminismo, si rifà, invertendone ogni simbolismo e significato, a quella che – a immodesto avviso di chi scrive – è la più bella scultura manierista di tutto il Rinascimento, che è il Perseo di Benvenuto Cellini, ancor oggi svettante in piazza della Signoria a Firenze. Ma l’Eroe splendido del Cellini solleva vindice la testa anguicrinita della Gorgone a monito di quanti vogliano impedire la libertà della Città medicea e ricorda con un simile trofeo stillante sangue venefico, come il male abbia sempre la sua giusta punizione. Inoltre l’operazione di Garbati contiene un errore filologico non da poco, infatti se proprio doveva essere una “vendetta”, una riparazione di un torto, allora Medusa avrebbe dovuto uccidere il dio marino Poseidone, visto che è lui e non Perseo ad averla posseduta e stuprata. Perseo non violenta la donna che un tempo fu una bellissima sacerdotessa, Perseo uccide il mostro omicida che ella è diventata, per salvare l’umanità dalla sua furia distruttrice.

Dunque questa scultura si rivela non esser altro che una sterile ripetizione divenuta un motivo ricorrente che ottiene soltanto di continuare ad alimentare la polemica del Metoo sempre più noiosa e stantia, in quanto iterativamente monocorde, e nel disperato tentativo di mantenerla in vita, si ricorre allora al recuperare le grandi opere d’arte del passato, i miti arcani e ancestrali della nostra Cultura occidentale per deviarli, piegandoli a un pensiero intriso d’ideologia politicamente corretta e di nient’altro. Per difendere giustamente ogni donna dell’orribile e imperdonabile atto che è uno stupro, una violenza inaccettabile, per secoli sono state dipinte eroine che hanno simboleggiato l’empietà del gesto, oggi au contraire si preferisce trasformare un atto di giustizia in una sin troppo umana vendetta.

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Un’opera inutile quindi questa esposta al pubblico nella Grande Mela, destinata a essere presto dimenticata una volta trascorsa ogni polemica legata ai noti warholiani “quindici minuti di notorietà”, mentre resterà nei secoli a venire, avendone ben cinque alle proprie spalle, il Perseo fuso nel bronzo rovente di magia, con la furia e la passione vitale di un artista ineguagliato: Benvenuto Cellini. E tanto basti.

Dalmazio Frau

*In copertina: Caravaggio, “Scudo con testa di Medusa”, 1598