skip to Main Content

Keats, il poeta che metteva “sempre una mano sulle labbra della gioia per augurare addio”. Esce una nuova traduzione delle “Odi”

«Sono certo – scrive John Keats – solo della santità degli affetti del Cuore, e della verità dell’Immaginazione. Quel che l’Immaginazione afferra come Bellezza dev’essere verità – che le preesistesse oppure no – perché penso che le nostre passioni siano tutte amore: tutte sono, nel loro essere sublime, creatrici di bellezza» (22 novembre 1817).

Il destinatario di questa lettera è Benjamin Bailey, che John ha conosciuto a Oxford. Le Odi usciranno di lì a due anni, lui è destinato a vivere ancora per poco.

Eppure, per tutta la sfolgorante meteora della sua vita, il ragazzo-poeta rimarrà fedele alla «santità degli affetti del Cuore» e alla «verità dell’Immaginazione», sorella della Bellezza-Verità: Beauty is truth, truth beauty – that is all /Ye know on earth, and all we need to know, «Bellezza è verità, verità bellezza – è tutto ciò / Che sappiamo sulla terra, e tutto ciò che ci basta sapere», sono le parole di fuoco che incidono la chiusa dell’Ode on a Grecian Urn.

Qui si agita la fosforescenza segreta di quel che lui chiama my demon Poesy «il mio demone Poesia», tutta è racchiusa qui, se vogliamo, la sua poetica: Bellezza è il continente del Vero, e ideale e reale s’incontrano solo alle estremità, le loro frange chiudono il cerchio dell’esperienza per poi aprirsi di nuovo, ciclicamente, continuamente.

La verità dei sensi e dell’esperienza dei sensi è in ogni caso sempre inseparabile dal suo opposto ideale: così, la sua visione della natura è tipicamente e meravigliosamente romantica e insieme vicenda d’intimità, muta e personale, diretta trascrizione poetica dell’immediatezza, dell’immersione sensoriale: non emotion recollected in tranquillity come per Wordsworth, bensì piena ricerca dell’emozione mai stanca dell’adesso e qui, solidità al tatto tra le mani, visioni davanti agli occhi e nell’immaginazione, profumo alle narici, suoni alle orecchie.

L’Ode a un usignolo è la cuspide di una scintillante serie di componimenti (dalle Odi a Lamia, da La Belle Dame sans Merci ai sonetti – precipizi shakespeariani, alcuni, per imagery e splendore stilistico): fusione di antitesi fondanti la poesia keatsiana, contrasti tra gioia e dolore, ragione e fantasia, libertà e prigionia, pienezza e privazione. Soprattutto, dissonanza tra veglia e sogno, tutti esiti di quell’«unità» che Keats ricerca quale convinzione e pratica, anche per temperamento: «Gli estremi s’incontrano» afferma Coleridge.

Il «dolore» dell’incipit (My heart aches, and a drowsy numbness pains / My sense, «Mi duole il cuore e un sonnolento stupore affligge / i miei sensi… ») porta il tema a salire, senza fermarsi, fino alla «felicità» che è l’aspirazione dell’Ode: «troppo felice nella tua felicità». Il ragazzo-poeta vorrebbe per sé la stessa gioia dell’uccellino che canta tra i rami, «Driade lieve alata degli alberi». Il giardino, gli alberi sono il mondo altro, quello abitato dall’usignolo, dalla beatitudine del suo canto. Per lui è il piccolo riquadro verde dietro la casa di Hampstead, Wentworth Place, dove ama andare a leggere nelle giornate serene.

La felicità, tuttavia, non appartiene agli uomini: la sua stessa intensità la brucia, troppo presto. Persino la pienezza solare del vino e la scena provenzale di balli scaldati a sud si disgrega in desiderio d’oblio: That I might drink, and leave the world unseen / and with thee fade away into the forets dim, «Che io possa bere, e lasciare non visto il mondo, / e con te svanire nel bosco confuso».

Il draught of vintage, il «sorso di vendemmia» strumento dell’immaginazione, adombra la fuga simbolica dalla realtà: Fade away, dissolve and quite forget.

Il verbo ripetuto fade away dà il ‘la’, «Svanire lontano, dissolvermi e dimenticare…». Sottrarsi alla condizione umana, opposta alla felicità dell’usignolo tra i rami, la tristezza che rovescia anche il clima assolato della strofa seconda, perché qui assistiamo a

The weariness, the fever and the fret

Here where men sit and hear each other groan;

Where palsy shakes a few, sad, last grey hairs,

Where youth grows pale, and spectre thin, and dies;

Where but to think is to be full of sorrow

And leaden -eyed despairs;

Where Beauty cannot keep her lustrous yes,

Or new love pine at them beyond to-morrow

La stanchezza, la febbre e l’ansia,

Qui, dove gli uomini stanno e ascoltano il lamento dell’altro;

Dove la paralisi scuote radi, mesti, ultimi capelli grigi,

dove la giovinezza impallidisce e si fa spettro e muore;

dove ogni pensiero è carico di dolore

e disperazione dagli occhi di piombo;

dove la bellezza non può serbare gli occhi suoi lucenti

o il nuovo amore struggersi per essi oltre domani.

Di rado s’incontra tanta intensità di grazia nella disperazione. Age of Anxiety anzi tempo, dipinta in arazzo quasi più che narrata. Ecco il vero, intimo motivo della musica keatsiana – e non solo in quest’Ode – la sua soave complessità, la malinconia spesso inarticolata della mutevolezza: Keats ci indica che l’uomo è posto davanti all’evidenza che la bellezza, se può essere ricordata per sempre nel cuore – nel mondo reale ha piccoli piedi sempre in fuga, è comunque destinata a scomparire beyond tomorrow, «oltre domani».

Away! away! «Via, via!»: la scissione tra ideale e reale arretra infatti in lontananze azzurre. Se anche è «tenera è la notte», tuttavia «qui non arriva luce», e la foresta privata del sogno non è che verdurous gloom, «tenebre nel verde», in una sequenza metaforica orientata verso il buio che cresce e dilaga da tornado: I cannot see what flowers are at my feet, «non vedo quali fiori sono ai miei piedi»,  per vagabondaggi in embalmed darkness, nell’«oscurità profumata», fino allo sconfinamento tra nome e aggettivo sovrapposti,  Darkling I listen, «Nel buio ascolto», e nell’oscurità di mezzanotte, ci dice il poeta, I have been half in love with easeful Death, «Quasi m’innamorai della Morte benevola».

Poi di nuovo senso e dipinto s’invertono nell’immagine dei Charmed magic casements, «Finestre incantate», che si aprono su mari agitati, apice e punto d’arrivo del volo dell’immaginazione: torre con gli occhi bucati sulle onde volutamente innalzata contro la fragilità, rappresentazione drammatica e drammaturgica di valori, coraggio e precarietà romantici: ma in fairy lands forlorn, in «magiche contrade perdute».

Ecco la ripresa, Forlorn! «Perdute! », canto di morte dell’immaginazione, la campana che rintocca il requiem: cambio brusco, netto, senza scampo.

«Quella musica è fuggita», l’usignolo è sparito tra gli alberi. Il poeta, e noi con lui, rimaniamo impigliati tra desiderio e necessità, tra sogno e veglia.

Ripete la magia delle Odi keatsiane una nuova traduzione di Flavio Ferraro, edita da Delta3, Avellino (euro 10). Compito non facile, dopo la traduzione di Roberto Deidier per i Meridiani Mondadori, Silvano Sabbadini per gli Oscar Mondadori, Mario Roffi per Einaudi, o le versioni più ‘vintage’ di Augusto Frassinetti e Mario Praz.

Ma tanta è la vitalità keatsiana, che Ferraro ci si misura senza timore: in fin dei conti una traduzione è un passaggio, un varco tra una lingua e un’altra. Pulsa, ognuna, a suo modo sempre in tensione, sempre mutevole e adattabile: senza dubbio, è anche una delle possibili varianti, un modello interpretativo. La traduzione di Ferraro è pulita, partecipe, curata.

Nella nota introduttiva al suo lavoro, fin dalla suggestione del titolo – La luce dell’oscurità – il giovane studioso punta la lente d’ingrandimento sulla prima – ‘leopardianamente’ forse dominante – dicotomia di questo poeta, che è anche la fonte più intima dei suoi versi:

Le visioni di Keats, il suo tentativo al contempo eroico e disperato di attingere – tramite l’immaginazione e la parola poetica – un’unità e un’armoni irrimediabilmente perdute, non hanno insomma nulla di consolatorio o di arcadico: è vero che la malinconia “abita con la Bellezza”, come leggiamo nell’Ode sulla Malinconia, ma subito dopo il poeta ci ricorda che la bellezza “deve morire” e la gioia “sempre ha una mano sulle labbra / per augurare addio”… (p. 9)

Colui che ha scritto il distico celeberrimo A thing of Beauty is a Joy for ever, «Una cosa bella è una Gioia imperitura» è lo stesso poeta-ragazzo che sta per morire e al fratello George confessa, disarmato e disarmante: «né la poesia, né l’ambizione, né l’amore mi appaiono vivi, mentre mi passano accanto». Lo stesso che sulla propria tomba ha chiesto venisse ricordato un «nome scritto sull’acqua». Nella corrente che va, svanisce come il suo usignolo tra gli alberi.  

Nulla, dunque, resta «una gioia per sempre»: ma resta tale almeno finché dalla sinfonia di addii vibrante nella poesia keatsiana quel singolare a, «una», continua a farsi our Joy. La nostra gioia.

Paola Tonussi

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca