“La mia immaginazione è un monastero”. Documenti su John Keats

Posted on Febbraio 23, 2021, 3:51 pm
11 mins

Segnato dalla giovinezza come attributo poetico, John Keats raffinava l’esigenza delle ombre (“l’aspetto buio delle cose”), vivendo al di là di questo mondo, “Ho continuamente il senso che la vita è ormai finita per me, e che vivo un’esistenza postuma”, scrive a Fanny, nel 1820. Consapevole che le cose, appena toccate, svaniscono, come icone in nebbia, ma che “una cosa bella è una gioia per sempre” (Endymion), JK avrebbe voluto che le poesie fossero bestie, di cui adorare lo scatto, la fuga, la fame, “come io godo della vigile prontezza dell’Ermellino e della vibrante tensione del Cervo”. Per descriversi, d’altronde, Keats accennava al “camaleonte”, perché “un poeta è la creatura meno poetica che esista: non ha identità e di continuo s’investe di qualche altro corpo”. Così disse di lui Mario Praz: “Padre dell’estetismo, Keats non è un esteta: il succo della sua poesia è a base etica: egli esalta contro il razionalismo l’intuizione della vita accettata integralmente e, come tale, configurantesi in Bellezza”. Dopo il periodo memorabile a Hampstead, malato, il poeta s’imbarca per l’Italia il 13 settembre del 1820; subisce la quarantena nel porto di Napoli per una sospetta epidemia di colera, si stabilisce a Roma, in piazza di Spagna, dove muore, di tubercolosi, il 23 febbraio 1821. Era un discepolo del disinteresse (“Pochissimi sono gli uomini che sono arrivati a un completo disinteresse…”), è sepolto presso la piramide di Caio Cestio, nel cimitero acattolico di Roma, che ospita le spoglie di Percy Bysshe Shelley, morto l’anno dopo, nel Tirreno. Proprio a Shelley, nel 1820, Keats scrive la lettera, che custodisce una poetica, qui ricalcata. Tra i due, K & S, c’era sintonia, dispari ma autentica; secondo quanto scrive Leigh Hunt, che racconta l’annegamento di Shelley, “Nella tasca della giacca gli ritrovarono l’ultimo volume delle poesie di Keats. Probabilmente Shelley lo stava leggendo quando arrivò la tempesta. Era la mia copia. Gli avevo detto di tenerlo e di restituirmelo di persona. Non l’ho più voluto indietro. Quel volume è stato bruciato insieme con i suoi resti”. La prefazione “rifiutata” per Endymion, invece, dice qualcosa del ‘carattere’ di Keats. Entrambi i materiali sono tratti dal ‘Meridiano’ Mondadori curato da Nadia Fusini che raccoglie le Opere di Keats (2019).

**

A Percy Bysshe Shelley, Hampstead, 16 agosto [1820]

Mio caro Shelley, Ti sono molto grato di avermi scritto una lettera come quella che mi hai scritto, benché tu sia in un Paese straniero e abbia molte cose per la testa. Se non accetto il tuo invito, è perché me lo impedisce una circostanza che mi sta molto a cuore profetizzare – non c’è dubbio che un altro inverno in Inghilterra sarebbe la mia fine – una fine lenta, odiosa. Perciò devo andare in Italia per mare o per terra, come un soldato va contro il fuoco nemico. In questo momento i nervi sono la parte peggiore di me, e tuttavia li calma il pensiero che, succeda quel che succeda, non sono destinato a rimanere tanto a lungo nello stesso luogo da arrivare a odiare il letto in cui dormo. Sono felice che il mio povero poema ti sia piaciuto – mi prenderei molto volentieri il fastidio di riscriverlo, se fosse possibile, e se mi importasse quanto prima della mia reputazione. Hunt mi ha fatto avere una copia dei Cenci, da parte tua. C’è solo un aspetto del poema che mi sento di giudicare – l’effetto poetico e drammatico, che da molti oggi è considerato come una mammona. Un’opera moderna, si dice, deve avere uno scopo, che dovrebbe essere il suo Dio – un artista deve servire Mammona – deve essere capace di «auto-concentrazione», forse di egoismo. Sono sicuro che mi perdonerai se con sincerità ti dico che dovresti frenare la tua magnanimità, ed essere più artista, e riempire di metallo ogni vena del tuo soggetto. Il pensiero di una tale disciplina deve fare l’effetto di una doccia gelata a te, che forse non hai mai passato sei mesi di filato con le ali ripiegate. E non è straordinario che a parlare così sia chi ha scritto Endymion, la cui mente era come un mazzo di carte sparpagliate – ora il mazzo è perfettamente in ordine, e le carte a una a una si corrispondono. La mia immaginazione è un monastero, e io ne sono il monaco – devi spiegarti da te la mia metafisica. Aspetto il Prometeo di giorno in giorno. Se le cose sono andate come penso, dovrebbe essere ancora manoscritto – dovresti avere terminato appena adesso il secondo atto. Mi ricordo che a Hampstead mi consigliasti di non pubblicare i miei primi abbozzi – ora ti rendo il consiglio. La maggior parte delle Poesie nel volume che t’ho mandato sono state scritte negli ultimi due anni, e non le avrei mai pubblicate, se non fosse stato per bisogno; così vedi che ora sarei stato disposto a darti retta. Sento di doverti esprimere ancora una volta quanto mi ha fatto piacere la tua gentilezza, e aggiungo un sincero ringraziamento e i miei ossequi per la signora Shelley. Nella speranza di rivederti presto, rimango il tuo

John Keats

*

Prefazione a “Endymion” rifiutata scritta il 19 marzo 1818

Inscritta con un sentimento di orgoglio e rimpianto e con mente deferente alla memoria del più inglese dei poeti a parte Shakespeare, Thomas Chatterton.

In una grande nazione, l’opera di un individuo è di poca importanza; poco interessanti sono le sue perorazioni e le sue scuse, il suo “stile di vita” così insignificante, che una prefazione appare come un inchino impertinente rivolto a estranei a cui non importa un bel nulla.

Una prefazione, comunque, si dovrebbe mettere giù in poche parole, perché a colpo d’occhio il Lettore possa farsi un’idea della modestia dell’autore, della sua non-opinione di se stesso – cosa che sinceramente spero trasparirà dalle poche righe che seguiranno, nonostante certi proverbi vecchi di secoli che gli uomini hanno un gran piacere a prendere come vangelo.

Circa dodici mesi fa, ho pubblicato un piccolo libro di versi; è stato letto da una dozzina di amici, a cui è piaciuto; e da un’altra dozzina di sconosciuti, ai quali non è piaciuto. Ora, quando una dozzina di esseri umani litigano con un’altra dozzina, dà una certa ansia schierarsi con i propri amici, ancora di più se mossi da un grande amore della Poesia. Partivo svantaggiato. Prima di cominciare non avevo il convincimento interiore che l’avrei finito, e mentre procedevo i miei passi erano incerti. Dunque questo Poemetto deve essere considerato più un tentativo che un successo; un povero prologo a quello che, se vivrò, spero umilmente di fare. Per rispetto del Pubblico avrei dovuto lavorarci ancora un anno o due, ben conoscendo i suoi molti difetti. Ma davvero non posso farlo: a forza di ripetermeli a memoria perfino i miei passi preferiti al mio orecchio svaporano, e preferirei redimermi con un nuovo Poemetto, dovesse questo risultare di qualche interesse.

Devo scusarmi con gli amanti della semplicità se tocco il fascino e la grazia di Endimione: e se anche un solo verso mi guadagnerà il loro favore, ne sarò orgoglioso. Negli ultimi tempi va di moda considerare gli uomini fanatici e schiavi di ogni parola che possa sfuggire dalle loro labbra: ora qui dichiaro che non ho un particolare affetto per nessuna frase in particolare, parola o lettera. Ho scritto per piacere a me stesso e nella speranza di piacere agli altri, e per amore della fama; se non piaccio a me stesso né agli altri, se non ottengo la fama, che senso ha la Fraseologia?

Preferirei evitare i battibecchi che tutti i lavori non proprio perfetti impongono ai loro genitori, ma non è da aspettarselo, deve esserci per forza qualche cosa da dire: obiettare dimostra che si è un uomo di una qualche importanza. Nel caso di una pioggerellina londinese o di una nebbia scozzese, la citazione seguente da Marston mi può servire da ombrello per un’ora o poco più: «Abbia il mio lettore la Cortesia di compatire le mie immani fatiche, piuttosto che malignare contro di me». Una parola ancora: visto che non possiamo fare a meno di vedere i nostri affari da ogni punto di vista – dovesse qualcuno trovare la mia dedica a Chatterton affettata io rispondo così: «Fossi morto, signore, a me piacerebbe che mi fosse dedicato un libro».

Teignmouth, 19 marzo 1818