14 Ottobre 2024

La nobiltà del disgusto, l’ardore dell’amore. Il canzoniere di Jeanne Sandelion

Le erano bastate poche pagine, una stretta seminagione di frasi da Le Songe, il suo primo romanzo, per affascinarla – per renderla famelica. Nata nel 1899, nel piccolo borgo di Thoissey, nell’Ain, per Jeanne Brigitte Sandelion la letteratura più che una possibilità di ascesi sociale era l’opera di un altro mondo, il regno delle fate e delle fiere. Finì per conoscerne il demone.

Figlia di un commerciante di biciclette, riuscì ad avere un’istruzione di pregio, pur in provincia, presso un istituto religioso. Non le mancavano l’estro né gli averi: collaborò con diverse riviste femminili, per cui curava rubriche di libri e di ‘consigli di scrittura’. Le piaceva imporre, imporsi – pubblicò quasi sempre per editori di modesta notorietà.

L’incontro – che, alla luce di ciò che fu, ha lo stigma della trappola, dell’assalto – accadde nel 1928, in Algeria. Fu lì che conobbe il suo idolo, Henry de Montherlant. Lei aveva 29 anni, lui, poco più che trentenne, istrione, statuario, aveva da poco pubblicato Les Bestiaires, per Grasset. Carattere liturgico, incline all’adorazione, Jeanne Sandelion fece di Montherlant il proprio idolo e il proprio carceriere. Avevano iniziato a scriversi nel 1926; continueranno a farlo per quarant’anni.

Proprio da Algeri ci viene il ritratto più intimo di Montherlant, lo scrittore più aristocratico e inafferrabile del secolo. Lui giocava, come sempre, schierato tra fraintesi e bugie di carta; le scrive, “Ho trascorso tre settimane con i beduini del sud della Tunisia; ora sono ad Algeri per una quindicina di giorni. Ti ho soltanto scorto di sfuggita, poi ho ricevuto la tua lettera, ‘incorreggibilmente femminile’, da cui non ho capito se saresti venuta o meno all’appuntamento che ti avevo dato. Ho passato la cena ad attenderti”. La incalza – “Continua a scrivermi ciò che ti sgorga dentro. Conserverò tutto con cura e se necessario lo userò nelle mie scritture” –, la dileggia (così nel novembre del ’29: “Capisco il tuo tormento nel non ricevere le mie lettere… ma non accetto alcun obbligo morale di rispondere. Ti leggo, ti rileggo, ti medito e ti custodisco. Ma rispondere nello stesso tono… no!”; e ancora: “Sei un disastro… Torno a casa e trovo pacchi di lettere pieni, come sempre, dei tuoi toni tragici… per non parlare dei rimproveri”). Ne danneggia gli sproporzionati sogni: “Non lasciare che il sentimento prevalga. Senti sempre la mia stima, la mia simpatia, la curiosità nei tuoi confronti. Ma l’amore… quello ti indebolisce, ti fa deviare”.

Un po’ come Banine nei riguardi di Ernst Jünger – genio gemellare e opposto di Montherlant: figure egualmente virginee e carnali, di sangue e marmo – così Jeanne Sandelion si consacra a Montherlant. Vive dei suoi singulti, becchetta le sue parole, assume i suoi spasimi. Non si sposerà mai. Mai Montherlant desidererà incontrare quella sacerdotessa incline al martirio – e al suo contrario, la vendetta. Nel suo libro più noto – Montherlant et les femmes, edito da Plon nel 1950, con una minima selezione di lettere dal loro immane, e pressoché inedito, epistolario – Jeanne compila un efficace cammeo, una sorta di ‘notturno’, sul suo rapporto con Montherlant:

“Mi aveva scritto lui per primo. Era strano, per un uomo che si vantava della sua crudeltà verso il genere femminile. Era grato a un articolo in cui mi dicevo entusiasta del suo lavoro. Ci incontrammo ad Algeri, per tramite di un amico comune, un giornalista. Ero spaventata. Nonostante le gentili lettere che mi inviava, Montherlant era una leggenda e la mia ammirazione maculata dalla ripugnanza per la durezza di certe sue pagine. I ritratti gli conferivano una figura feroce: mascella tesa, sguardo chiuso, occhi ardenti e cupi. All’epoca, Montherlant aveva trentadue anni. Fu folle la mia sorpresa nel trovarmi di fronte un uomo sorridente, cortese, che non somigliava affatto alle fotografie che ricordavo… La prima impressione che ho avuto di lui – che ho sempre conservato, nonostante le incomprensioni che ci hanno separato a lungo – è che fosse un uomo amichevole. Semplice e amichevole. In lui, c’era la tempra di chi protegge. Quando lo rividi a Parigi, mi parve dimagrito, pallido, annoiato. Il suo fisico, così solare in Africa, esprimeva in modo eloquente l’orrore per la città… Appena entrati in una sala da concerto, diede segno di insofferenza, si alzò, afferrandomi per il braccio, uscimmo: ‘Mi piace soltanto la musica russa, quella spagnola e il gregoriano’, disse”.

Montherlant mostrò di apprezzare il talento di Jeanne Sandelion. Nel 1930 scrisse una prefazione al suo primo libro, L’âge où l’on croit aux îles; gli piacevano le sue poesie, di classica tessitura, implacabili. Nel 1953 alcuni versi della Sandelion furono raccolti da Marcel Bealu insieme a quelli di Anna De Noailles, Renée Vivien, Cécile Sauvage e Catherine Pozzi in una Anthologie de la Poésie féminine française di un certo successo, edita da Stock.

In cambio, Montherlant abusò dell’epistolario con Jeanne. Fece di lei il più infelice personaggio del suo romanzo più grande, Les Jeunes Filles (1936; edito da Adelphi nel 2000 come Le ragazze da marito, siamo in attesa del resto della tetralogia, tra i rari capolavori del Novecento francese). La figura di Andrée Hacquebaut, disperatamente innamorata di Pierre Costals, da lui disprezzata, entro un florilegio di estasiate lettere, ricalca quella di Jeanne. Lei, la Sandelion, naturalmente – altro che la svenevole Andrée, più che altro la profezia di Anne Wilkes, la monomaniaca di Misery non deve morire – fu felicissima: Montherlant aveva fatto di lei una divinità romanzesca. Quella punizione le sembrò alloro: parecchie lettere ascritte ad Andrée era lei, in verità, ad averle scritte. Eternata nell’anonimato, tramite un turbinio di specchi: cosa poteva desiderare di più?

A sigillo di quell’amore impossibile – dunque, divino – Jeanne si dedicò alla castità; ‘assaggiava’ gli altri uomini, in visione del suo dio. D’altronde, Montherlant le aveva rivelato la sua natura più intima:

“Per quanto possa apparirti straordinario, sono il meno invulnerabile degli esseri umani. Nudo e insensibile da un lato, dall’altro soffro ogni cosa”.

All’acuto di debolezza – come sempre in questo singolare toreare delle relazioni – segue l’affondo:

“I miei trentaquattro anni valgono la lettera di una bravissima fanciulla che desidera dirmi, apertamente, che è il momento di sposarla, che vuole ‘salvarmi’. Gli ho risposto con queste testuali parole, per lettera: Piuttosto il cancro o la tubercolosi! Ecco a cosa vale l’impazienza di essere amati.

Da molto, ormai – scusami i termini, ma sei una donna di lettere e non posso celarti nulla – detesto le donne che non si limitano a desiderarmi. Mi esaspera vedere negli occhi di una donna il bagliore dell’amore per me. Lo trovo ridicolo. Amo e desidero soltanto donne che verso di me nutrono una totale indifferenza, del cuore e dei sensi. Più che mai l’ideale, per me, è una donna che si lascia semplicemente fare, passiva, ignara perfino dei gesti del piacere”.

Tutto sommato, l’idea è che Montherlant abbia bisogno di un’espediente femmineo per scrivere. Jeanne Sandelion è un pretesto – così, il ricco epistolario, fitto, perfino, di diari intimi e analoghe intimidazioni del cuore, si riduce a un assolo in sapienza d’ombra. Di Jeanne, più che altro, le piaceva il carattere recalcitrante. In una lettera, lei gli scrive di

“Non essere infelice… tu hai tutti gli elementi della felicità. La tua disgrazia, lo so fin troppo bene, viene dalla nobiltà del disgusto, disgusto per ciò che non è puro né privo di compromessi, per ciò che non è assoluto. La tua vita non è perduta. Troverai un compito – smetti di cercarlo. Il tuo destino, in questo senso, è come quello di una donna che deve attendere passivamente lo svolgersi della sua sorte”.

Jeanne intuì il carattere effimero e femmineo di Montherlant, la sua natura partoriente. Così, le sue poesie – qui si presenta una silloge, finora inedita in Italia, tratta da D’un Amour vivant (1939) – affascinano per la pretesa d’amare non per il gesto amorevole, per la protervia del cuore colosso. Jeanne non è schiava, ma eroica Erinni. Di Montherlant pasteggia, con elargita cura – di farsi pasto, lui, era felice. Finalmente vinto.

**

In assenza

Nella tua assenza riposo
come l’ape sul fiore
mi nutro di questa rosa
priva d’aroma e di colore…

un miele detto dolore.

*

Pallido frutto esausto d’abbondanza
mi hai offerto. Amicizia dalla polpa infida:
ma del melograno ho colto il chicco
sapeva di sangue e miele – l’ho inghiottito

in silenzio. Amore, grappolo di violenza
fonte dal crudo getto, i tuoi singulti
di cristallo soffocano i lamenti
di chi, fragile, si scinde e non svetta:

vino che sgorga dalla roccia, dal torchio
silvestre dell’alba, contorci la ragione
con l’ebbrezza del tuo sapore.

Mai vedrò la tua tazza sul tavolo:
nel cuore segreto della casa
inghiotto i tuoi deliziosi resti.

*

Nevi

Non so come e con quale incanto
sventerò la trama del gelo, il sonno
che su tutto trionfa; non so come troverò
la mia gloria nel salto che mi strappa
dall’abbraccio delle nevi…

ma arpionerò il tuo cuore
come l’aquila fa con il sole…

*

Non mi apparterrai mai: per questo
la fretta di amarti e il furore nell’abbraccio;
le nostre stelle si spegneranno ai poli
opposti di un cielo vuoto e sgargiante.

Eppure, ti amo e agisco come un demiurgo:
raccolgo grani di grazia attorno ai magneti
fermo ciò che fugge, vinco gli insorti,
intrappolo il fuoco in un feudo di diamante.

Ti amo e ogni giorno ti tengo il viso:
da questo profondo oblio, che tu
lo voglia o no, ti possiedo; sei mio
appena pronuncio il tuo nome.

Ti nomino e appari: eri solo e ora
siamo in due – non hai forza perché
è la mia voce ad animarti, l’assenza
che assassina il desiderio.

Chi non ama appartiene a chi lo ama.
La tua amicizia è razzia, cane
che sprofonda in cupi anditi
l’avidità di un cuore che arde.

Il tuo amore non va elargito:
lo presti, ne sei il solo usuraio.
Custodiscimi, caro Passante,
sono l’oro, l’anello, la catena –

non chiedo altro che amarti.

*

Impossibile è l’oblio

Ti è schiavo questo cuore
che attende il tuo ritorno.
Dio, donaci oggi quotidiana
quota di infelicità.

Preghiera per il giogo
preghiera di servaggio
rende dolce la sera
inarca la foglia al ramo.

Del mio amore, illusa
finirà il vagabondaggio:
basta un sospiro per
spalancare le porte dell’agonia.

*

Ti amo e l’universo risponde: ti amo
elargisce le sue sorgenti perché te le offra.
Creata dall’amore, l’amore riempie il creato:
pongo i suoi frutti ai tuoi piedi.

Jeanne Sandelion

Gruppo MAGOG