30 Dicembre 2024

“…e io bambino radunavo il vento”. La poesia assoluta di Ivano Fermini

Di Ivano Fermini ho letto in un saggio sulla follia di Giampaolo Mastropasqua. Si parlava, tra gli altri, di Torquato Tasso, di Friedrich Hölderlin, di Dino e di Nadia Campana. È facile sentire una fratellanza con quel linguaggio appena forgiato, pare, opera passata per falò in noccioleto, parola-razzia che non può che derubarci dell’iride, rubricandola ad anellino di latta.

Di Ivano Fermini, naturalmente, nulla sapevo. Seppi, poi, che il suo esordio come poeta è del 1970, per Rebellato, con La scorciatoia. Un esordio mutilato. Fermini non citerà più quel libro; non lo citano i pochi che di lui si sono occupati. A La scorciatoia – e al lavorio poetico di Fermini – ha dedicato un bel saggio, “Stella vuota come tutto”, Stefano Bottero, sulla rivista della Treccani. “La sua è la parola di un poeta del margine”, dice Bottero, “Scrive come membro a tratti presente e a tratti assente di un establishment letterario che, in ultima battuta, lo mette da parte”.

Anche le altre, folgoranti raccolte di Fermini, Bianco allontanato (Corpo 10, 1985) e Nati incendio (Polena, 1991) sono, come La scorciatoia, scomparse dal sistema editoriale, è difficile trovarle perfino in biblioteca.

Di Ivano Fermini sorprende, per scarsità di indizi, l’esistenza. Nato a Bolzano nel 1948, cresciuto nel piccolo paese di San Paolo, vivrà a Milano, con la sorella, in un appartamento in San Siro. Ricorrenti i crolli mentali. Fermini muore nel 2004, “in circostanze misteriose” (Mastropasqua). Nel 2022, per i libri della Fortnightly Review, Ian Seed, poeta e già traduttore di Max Jacob e di Pierre Reverdy, tra gli altri, ha tradotto l’opera di Fermini come The River Which Sleep Has Told Me, dopo un lungo lavoro, decennale (nel 2010 è uscita la plaquette the straw which comes apart).

Proprio a Ian Seed, Milo De Angelis racconta le circostanze del suo incontro con Ivano Fermini:

“Ho conosciuto Ivano Fermini nell’inverno del 1977 nella mia casa milanese di via Rosales. Come tutti i lunedì, era in corso una riunione della rivista ‘Niebo’ – che avevo fondato qualche mese prima con un gruppo di amici poeti – e all’improvviso vediamo arrivare Ivano Fermini, che entra in modo riservato e gentile ma deciso e ci fa subito capire che quello era il luogo giusto per lui e che lì sarebbe rimasto a lungo. Ivano era silenzioso e attentissimo. Pochi interventi ma vivi e aguzzi come le sue poesie. Quando gli chiedemmo se voleva leggere qualcosa di suo, rispose ‘non sono ancora pronto, ma l’anno prossimo lo sarò’. E infatti nel maggio del 1978 – quinto numero della rivista – escono i primi testi di Ivano”.

De Angelis ha scritto di Fermini, inoltre, in Poesia e destino, avvicinandolo, nel saggio Due poeti contemporanei, ad Alessandro Ceni, per una sorta, credo, di analogo atteggiamento nei confronti della poesia. Entrambi, Ceni e Fermini, non fanno speleologia nel linguaggio, non entrano nella caverna del verbo con lume retorico o analoghe altre vampe, per dissigillare chissà quali sensi. Vanno, alla scoscesa mania, si direbbe, inghirlandati di gioia: di neve – che è poi un modo per dire ali – è il loro andare, di lingua senza più lingua, di lingua che sarà il piumaggio dell’ultima specie, tra breve radura di secoli.

“Una poesia così affilata non può sprecare parole, deve essere esatta. Ma la sua esattezza – come in Celan – non ha nulla a che fare con l’eleganza del miniaturista, dei tanti miniaturisti che nella storia della poesia hanno stemperato la loro punta. In Fermini esiste un’esattezza troppo ripida, troppo consapevole del suicidio e della pazzia per correre questo pericolo e ogni altro pericolo di addobbo. Nessun preziosismo, in effetti. C’è un’ossatura che, eticamente, non lo permette”.

Così scrive De Angelis. E a Ian Seed:

“Ivano è uno specialista del pericolo e si avventura nelle zone più esplosive della parola e dell’esperienza umana. Sembra attratto in modo irresistibile – lui poeta ‘dispari’, poeta ‘senza mano’ – da ciò che non si realizza, da ciò che non raggiunge la sua meta, da ciò che resta incompiuto e solitario”.

Benché spesso venga a galla il nome di Celan – “sapeva a memoria molti suoi testi”, ricorda De Angelis – non credo che la poesia di Fermini abbia molto a che fare con quella del grande poeta rumeno. Voglio dire: non mi pare che Fermini operi per sottrazioni, ma che vada avanzando – come i pionieri, a torce e a tentoni – in una bufera, tra imbestiati bestiari, a dare un nuovo nome – anzi: una inaudita carezza – alle cose dal volto ignoto, alle ignare creature. Fermini non toglie nulla dai suoi versi: lancia. Li getta. Come ciottoli. Sul cranio del Golia-realtà.

Nati incendio termina con “due versioni da Gerard De Nerval”: credo però sia inutile gioco allarmare un lignaggio che giustifichi un poeta dalle cedue dimissioni dal canone, uno, in fondo, che ha reciso la giugulare al linguaggio. Immagino, cioè, che il critico abbia agio nell’indovinare gli ascendenti di Fermini, i pari, i cugini di verbo. Nel Novecento, possiamo incorporarlo tra Dino Campana, Lorenzo Calogero, Amelia Rosselli, Dario Villa; tra i glossatori glossolalici, se vi va. Ma, appunto, questa è chirurgia critica, operazione stantia, inutile di fronte a singolarità tanto abbacinanti; parlino i testi, sorgivi, primizia offerta sul coltello.

Di Ivano Fermini ho chiesto agli antichi redattori di “Niebo”. Non ho raccolto che reticenza a unghiate, interrogativi, la percezione, infine, di stare nei dintorni di un’ombra, di una scomodità. Roberto Mussapi, che lo ha incrociato “tre o quattro volte”, non ne ricorda “nulla”; anche Giancarlo Pontiggia poco lo ha visto – “un paio di volte” – poco ne ha tratto (“Si diceva che entrasse e uscisse da centri psichiatrici. Ma anche queste sono notizie di seconda mano, come tutto quello che avvolge la sua figura”), se non il tintinnio del “mito che lo avvolge”. Più che altro, è con Milo De Angelis – da cui ho ricevuto i testi di Fermini, da cui le poesie che si pubblicano in calce – che Fermini sancì un legame, gemellaggio d’anime affini, primissime, prossime a deflagrazione, parrebbe, a reciproco nutrimento.

Resta allora un’opera imperiale – un regno di briciole. Qualcosa di così possente da infrangersi al rintocco della prima lettura.

Ivano Fermini è il poeta che entra nudo in piazza e rovescia la sua profezia, di sé ignaro. Da quelle parole – segno di corpi in coccio e di occhi apocalittici, che di ogni microscopica cosa sanno il destino al dettaglio, l’entità del cuore oltre l’involucro – alcuni avrebbero tratto leggi, costituzioni, lirici cortigiani, cartilagini per libri futuri. Invece, sono ancora qui, le poesie di Fermini, a terra, intoccate, intoccabili, pari ad oggetti d’altro mondo, alieni, con il blu addosso e qualche randagio attorno, che ne prega, come di Madonna al crocevia, scorta all’improvviso, e, leonessa, ti assalta.

**

Da Nati incendio

nati incendio

                                                                                                         a Marta Bertamini

quando tutto s’impiglia
ma non visi buoni
freddo come poteva essere
hai parlato
con tanto legno alle tue spalle più distante
io sono immobile
si alza il pomeriggio e il verme di miele viene via
ecco una luna una valigia
com’è tua madre
come la diagonale
tutto se non fosse stretto
sarebbe di ruotare in dono alla maiuscola valle
ma sono sordo ai capelli della regina
la ruggine è bella
così ti lascio
piazza
nel fuoco che balbetta
infine
perché è anch’esso il fiume più leale
tolta dai guanti
senti non senti l’urto

*

attendendo il sonno alla radice dei capelli
non si può
né marcire lo stupore nel guanto assolato
ma ci saranno altre code
altri elastici induriti
e ci sia
tuono impazzito che vuoi del poeta senza mano

*

luna e canto

grumo delle lampade atteso e fermo
le mani
temporale più del sarto che sputava la sera sul tappeto
e io bambino radunavo il vento
travestito da biscia illuminata a giorno
la frusta e la fuga dritto come oggi guardare il poeta
lo dicevano a tutti
caricate le parole con orologi di malva
la più strana confessione retrocessa al platano
il mazzo di fiori di mio padre
lontano fino alla testa dei fanciulli
lasciate

*

in sole

sappiate rimontare le querce
con minuscoli amori e coltelli
che ti darò appena torno
vestita di quell’infinita
olio visioni
ma dev’essere il rombo
e parola quanto recinto
non per i semi che io sono a te
dove i cigni muoiono sul fianco
improvvisamente l’aria
vengono dei colpi
catena dare la mia mano
ai cimiteri intorno
questo trafigge
un pezzo organizzato
si tinge ora uno coll’occhio
collima col pendolo per perdere le fruste
più in fretta che può
lentamente la piuma
la fine che scoccando le mele si raccoglie

*

a dura trave

il giorno è staccato in avanti
molto avanti dove si chiude il fuoco
sia silenzio al tuo prato
come spente le foglie e rovinati i biscotti
attorno al muro i divini sussurrano
– andiamo tutti con la mamma che
può fare il percorso… ma la cenere… –
mi sollevo e ricado
che il vuoto sorrida bene così
la testa è in un vagone
e rompe la paglia
per un unico occhio
pompa
decifrato solo
i pezzi di piedi minuscoli intervalli e la carogna

*

che legati fuggirono
in tutti i posti dove la ghiaia è la piuma del mare
a giugno e un tornante
l’apertura discepolo
colpì le navi diventando bianco
per prepararmi un sasso più caldo
e se io conosco
mi mandino soldati magri
le gocce che son tutte
l’ortica
meditando certi vetri
col cuore io muoio in ogni tomba di primavera

*

col risveglio indicavano un braccio
erano conchiglie guerrieri
soffiano ora ancora
e poi per il vento che vanno a depositare negli occhi
quando le parole da scrivere diventano poche
un mucchietto allora può tornare una meraviglia di pioggia
mentre allontano
anche oggi si è sporto e posato il cucchiaio
un rettilineo di ghiaccio
minuscole sono le nubi decisamente sera
e fori

**

Da Bianco allontanato

come sia diversa
strada e stella come sia lieve
bottone ai becchi
nato
fate un parco… chi getta una mano ai pesci…
e sono già dei pezzi piegati nelle scatole
in questa sfera piange
i capelli

*

scrosci non diranno che ramo è venuto
ma nulla di grande freddo da morte accovacciata
questo è il rimbombo
e altri sono partiti su bianche bisce disgiunte
per terra un incontro è saliva di netto colore di collo

*

il visigoto dal volto di glicine
le sole tenaglie che doveva
defilando dal fulmine
viene
tenuto nella neve
con mani di conchiglia e
parole che soffiano sull’alba
finché radici teneramente si sollevano
inanellando
fuori

*

innocenza che il giovane legno muove alla fessura
i pesanti appoggiati alle mani
sotto lo scatto
pezzo del fango nel volo

*

e ultimi sono occhi

e tutti i colori sono sandali
all’arrivo
stella vuota come tutto bianco ancora
mentre io scelgo pietra tramortirsi due piume una si staccherà

*

arrivano le parole vestite di polvere a punta
quanto mai accesa l’imboccatura dei grani
è subito fatta una sabbia o mente impiccata
si aprono le fonti dei pungitori di valli eterno
mai dato in costole asciughi
e provenga di nuovo
che gli prenda la corda e la lasci martellata e indifesa
vinci sopra quegli occhi scoscesi
la struttura è di falco è d’argento

*

ai suoi denti leggeri nel seguire la foresta
chi l’ha pensato nelle scorze ha visto
come quando affisso sul mucchio
e te ne vai dal lato del timbro senza terra
allora si attacca alle lastre la testa
sfondata dalle corse paglierine
ma non vuoi sibilare per conto tuo

metallo che vai a sud!

ciliegio che stai a nord!

io ti do una bufera e bianco

Ivano Fermini

*In copertina: Odilon Redon, Figura che trasporta una testa d’angelo

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