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E tu, vuoi amare o essere amato? La domanda smisurata

Quando ci penso, penso a un tunnel tra gli alberi, cosparso di lucciole. Di giorno quel cunicolo, di fianco a un santuario, nel sottosuolo di Romagna, in una terra ancora calda d’aratura, non dice nulla: è passaggio tra l’edificio sacro e i campi. Se sei attento, ti accorgi dell’ideogramma che formano i rami, intrecciandosi, e poco altro, la bellezza è avara. Di notte, però, quel cunicolo diventa uno spettacolo, il cinema, un tunnel cosparso di lucciole. Sono ovunque, concentrate in quel luogo buio: sembra di volteggiare nel cosmo, senza casco. Sembra che la vestigia del sacro, di giorno evidente nel santuario, si sia spostata qui; le lucciole formano una specie di corpo santo. Quando penso a Inoue Yasushi penso alle lucciole, in quel tunnel di alberi, canne, liane, in prossimità del tempio. Un lettore sbadato potrebbe trattarlo con noncuranza – Yasushi è come le lucciole, devi attendere l’ora giusta, il momento adatto perché ti sorprendano, accese. L’ultimo libro di Yasushi è stato pubblicato da Skira nel 2016, Morte di un maestro del Tè – in origine, il libro è edito nel 1981, è stato tratto un film di Ken Kumai con Toshiro Mifune, vincitore del Leone d’argento a Venezia, nel 1989: neanche il riferimento cinematografico ha giovato alla vita editoriale di Yasushi in Italia.

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Nato nel 1907, da ragazzo, Yasushi era un ottimo atleta nell’arte del Judo, è diventato giornalista. Ha esordito alla letteratura a 42 anni, con un capolavoro, Il fucile da caccia, che gli ha concesso, nel 1950, il Premio Akutagawa; ha scritto moltissimo, compresa una biografia romanzata di Gengis Khan, tradotta in francese e in inglese, e una di Confucio. Il talento di Yasushi fu indubitabile, da subito: nel 1964, come La montagna Hira, Bompiani pubblica tre racconti – La lotta dei tori, Il fucile da caccia e quello che dà il titolo al libro – affidandoli ad Atsuko Suga Ricca, già traduttrice di Kawabata e Tanizaki. Evidentemente, il libro non ebbe successo: non si è tradotto altri prima che Spirali, nel 1985, editasse Ricordi di mia madre, poi ripreso da Feltrinelli, nel 1991. Ora Yasushi è pubblicato da Skira e da Adelphi, che predilige la vena nostalgica di un autore capace, anche, di toni lirici, epici.

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Nei libri di Yasushi è lampante la mancanza – un vuoto ricco di specchi, e privo di redenzione. Il maestro del tè deve uccidersi, e con lui muore il segreto della sua arte; in Ricordi di mia madre il genitore svanisce nella demenza, la memoria si caria; in Amore l’amato è sempre incompreso, fino al desiderio di morte (o all’incontro inatteso); in Vita di un falsario il tema è l’identità, lo stile, il significato di un talento (se so riprodurre le opere mirabili di un altro, vivo la sua stessa vita?, dissanguo la sua anima?). Yasushi è uno scrittore sottile: comincia, con un chiodo di vetro, a ferirti i polpastrelli, il sangue è invisibile, pare vento, poi ti trovi, finita la lettura, scorticato, con le ossa della schiena esposte, come strazianti ex voto. Così, Il fucile da caccia è un libro nitido, cauto, all’apparenza, dalla struttura perfetta (tre lettere inviate dal destinatario a un altro, ignaro, il narratore), da studiare. Eppure, il marchingegno del caos – per tutti, l’amore è una fossa bianca, affollata di tensioni, tentennamenti, tradimenti – ferisce. “Tempo fa un giornale riportava che in pieno deserto della Siria era stato trovato un ragazzo nudo che viveva insieme a un branco di antilopi. La sua fotografia era di una bellezza indescrivibile… Dopo aver visto quel ragazzo, qualunque uomo mi appare ordinario e terribilmente noioso”. L’inesorabilità di questa frase – ottusa, come tutto ciò che non ha ritorno –, frutto di una immaginazione ‘culturale’, del culto dell’insolito e del selvatico, ustiona. Perché? Perché quando tocchi qualcosa che non puoi avere, una irraggiungibile origine, sei sconfitto.

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Sconfinato, piuttosto, è il discorso sull’amare. Il brano che ho ricalcato me l’ha ricordato un sapiente, a cui non è ignota la scala del paradiso, la prateria dove i morti ruminano rancore, il racconto degli altri mondi. Ha citato Yasushi, lo avevo nello zaino, mi ha letto questa pagina, ghiacciandomi. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù risorge e chiede tre volte a Pietro, “Mi ami?” (Gv 21, 15-17); questa triplice richiesta è assordante, ben più del triplice tradimento di Pietro. Forse Gesù insegna, con la stessa potenza dei ferri che gli hanno bucato mani e piedi, che l’uomo deve amare e non altro è chiesto. Amato da Dio, deve scegliere di amare. “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Negli altri Vangeli si parla poco di amore, perché Gesù si dà alle fauci della Croce – non specula d’amore, muore. La domanda cruda, cruciale, che pone Yasushi, e tu, vuoi amare o essere amata?, pinza le labbra, non ha soluzione né assoluzione. C’è chi solleva e chi è sollevato, chi dona sollievo e chi pretende. Le lucciole, in questo caso, sono piccole fiamme, i denti fosforescenti del serpente – si vive, senza antidoto. (d.b.)

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Amare, essere amato… come sono tristi le azioni umane. Quando ero al secondo o al terzo anno del liceo femminile, durante un esame di inglese, vennero fuori alcune domande sulla forma attiva e passiva dei verbi. Colpire, essere colpito; guardare, essere guardato… mischiati tra tanti verbi come questi, ce n’erano due che emanavano una luce speciale: amare, essere amato. Mentre guardavamo con attenzione le domande leccando le matite, a un certo punto da dietro le spalle mi arrivò un bigliettino che qualcuno aveva fatto girare per gioco. Guardai, c’erano scritte due domande: “Vuoi amare?”, “Vuoi essere amata?”. E sotto la frase “Vuoi essere amata?”, scritti con l’inchiostro o con la matita blu e rossa, c’erano molti cerchietti mentre nella colonna del “Vuoi amare?” non c’era nemmeno il più piccolo segno di adesione. Anch’io non feci eccezione e aggiunsi il mio cerchietto sotto “Vuoi essere amata?”. Perfino le ragazze di sedici, diciassette anni, che capiscono ben poco di cosa quelle parole “amare”, “essere amato” possono significare, intuiscono già per istinto che la felicità sta nel fatto di essere amate.

Solo la ragazza seduta accanto a me, quando le passai il biglietto, vi diede una rapida occhiata e subito, a colpo sicuro, con un deciso tratto di matita tracciò un grande cerchio nella colonna bianca ignorata da tutte le altre. Lei voleva amare. Ricordo ancora chiaramente che provai allo stesso tempo antipatia per quella compagna priva di mezze misure, e disorientamento per essere stata colta di sorpresa. La ragazza era un tipo insignificante, dall’aria malinconica, e i suoi voti non erano particolarmente alti. Non ho idea di come sarà diventata da grande quella ragazza dai capelli un po’ rossastri sempre sola, ma chissà perché, dopo più di vent’anni, mentre scrivo questa lettera, i lineamenti del suo viso mi tornano chiari alla mente.

Quando, giunte alla fine della loro vita, serenamente distese, volgeranno il loro viso al muto della morte, tra la donna che ha goduto appieno della felicità di essere amata e la donna che può dire di avere avuto poche gioie ma di avere amato, a quale delle due Dio vorrà concedere il tranquillo riposo? Ed esiste, in questo mondo, una donna che possa dire davanti a Dio: “Io ho amato”? Sì, sono sicura che esiste. Forse la ragazza dai capelli sottili crescendo è diventata una di quelle poche elette. Avrà magari i capelli in disordine, il corpo segnato dalle ferite, gli abiti a brandelli, ma potrà dire a testa alta, con fierezza: “Io ho amato”. E esalare l’ultimo respiro.

Inoue Yasushi

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