Inoue Yasushi ha scritto il libro perfetto, ma nessuno traduce la sua epopea su Gengis Khan, il lupo blu. Lo facciamo noi…

Posted on Ottobre 23, 2018, 5:52 am
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Arrivò come qualche cosa di segreto che si pianta lì, tra le vertebre, una variante dei denti. Il fucile da caccia fu pubblicato da Adelphi nel 2004, un romanzo piccolo così – meno di cento pagine – un fiore carnivoro. Di Inoue Yasushi era stato pubblicato, in modo sporadico, qualcos’altro, prima. La montagna Hira, da Bompiani, negli anni Sessanta; Ricordi di mia madre, prima da Spirali (1985), poi da Feltrinelli (1991), infine, dopo aver pescato l’autore ‘di culto’, ancora da Adelphi. Vita di un falsario – Il melangolo, 1995, poi Skira, qualche anno fa – è un abisso sul mondo dell’arte; La corda spezzata – Vivalda, 2002 – è un magnifico romanzo sulla montagna, e sul senso di colpa. In ogni caso, Inoue Yasushi è esperto in vertigini, esperite attraverso una scrittura ferma e spietata, di chirurgica efficacia, una stalattite a puntare la mascella. Nessun libro, tuttavia, ha avuto la forza de Il fucile da caccia.

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fucile cacciaLa nostra conoscenza della letteratura nipponica, di solito, si ferma alla canonica ‘trimurti’: Yasunari Kawabata, Jun’ichiro Tanizaki, Yukio Mishima. Tre scrittori clamorosamente diversi, che bastano a nutrire una esistenza. Chi è bravo, di solito, arriva a Kenzaburo Oe, qualcuno si lascia sedurre dai racconti di Ryunosuke Akutagawa; i frivoli s’impennano per Banana Yoshimoto, quasi tutti hanno letto Haruki Murakami. Quando ero bravo, mi nutrivo della collana ‘Mille gru’ stampata da Marsilio: ho scoperto meraviglie, come i gialli di Edogawa Ranpo, le visioni di Nakajima Atsushi, le follie verbali di Fukunaga Takehiko. Il fucile da caccia è il romanzo con cui Inoue Yasushi esordisce, nel 1949, alla letteratura, poco più che quarantenne. Di mestiere, dopo essersi laureato con una tesi su Paul Valéry – netta è la filiazione della letteratura giapponese contemporanea da quella francofona – è stato giornalista.

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Ritualmente leggo Il fucile da caccia. La struttura ‘scenica’, per così dire, è formidabile: un pretesto – una poesia pubblicata su un giornale da caccia – scatena la confessione di un mènage à trois narrato attraverso tre lettere, di tre donne distinte, con tre portenti sentimentali. Il lettore, come sempre, è un guardone, la lettura è alcova proibita, la passione è sotterrata dal sotterfugio, l’amore è una spada sprofondata nel ghiaccio. Insomma, l’esperienza – formale ed emotiva – è potente, è unica. Pochi altri scrittori possono vantare un libro così esclusivo, remoto – nitido come l’acqua, potente come una stilettata: stai boccheggiando, stupefatto, e non ti accorgi di morire, dissanguato. Il libro, ‘da camera’, ti esplode in mano appena lo leggi.

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YasushiNel 2006 Adelphi pubblica Amore. In tre racconti Inoue Yasushi scrive il suo mito di Orfeo & Euridice: ogni amore è tale perché sfocia nella morte. Ma che contraffazione è accaduta… In Italia Yasushi pare uno scrittore della psiche e dei sensi. Invece – basta oltraggiare un Wikipedia qualunque – “la maggior parte della sua produzione è dedicata a romanzi storici ambientati alla fine del cinquecento, sia in Giappone, sia in altri paesi dell’Asia”. Dovremmo saperlo: da un romanzo storico di Yasushi, piuttosto celebrato, Morte di un maestro del Tè – edito da Skira – è tratto il film di Kei Kumai, con Toshiro Mifune, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 1989.

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Invece. I romanzi storici di Inoue Yasushi, che è uno dei grandi scrittori del Novecento, sono totalmente ignorati: perché? Perché in Italia se un disco funziona gli altri devono essere uguali. Uno dei romanzi storici più vasti di Inoue Yasushi è stato tradotto dalla Columbia University Press come The Blue Wolf (2008; in Francia suona Le Loup Bleu): “che grandioso divertimento tradurre il romanzo epico di Inoue Yasushi!”, esulta nella sua Note il traduttore, Joshua A. Fogel. Ha ragione. In anteprima assoluta per questo paese di microscopici lettori, vi proponiamo la prima pagina del romanzo che racconta la storia di Gengis Khan. La descrizione migliore ce la dà, trasversalmente, Fosco Maraini, che ha introdotto la Storia segreta dei Mongoli (Tea, 1995), la cronaca, rude e brutale, del grande guerriero mongolo. “Quasi una cerimonia, quasi un ikebana tra le stelle”. Io faccio il mio: continuo a proporre il romanzo agli editori del quartiere. Chi fa a gara a tradurlo? Il grande Yasushi sa addomesticare i sauri, dare vigoria al vento, incedere a Nord incendiando, e scovare il grido sotterrato di una amante delusa, indiavolata. (d.b.)

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YasushiSiamo nel 1162. Un bambino è nato nella iurta del capo, presso un accampamento dei Mongoli: vivono lungo le fertili piane e le foreste solcate dal fiume Amur, che nel suo corso superiore accoglie l’Onon e il Kherlen. La mamma è una giovane donna, bella e timida, di vent’anni, si chiama O’elün. Come accade spesso, gli uomini dell’accampamento stanno lanciando un attacco contro i Tartari dell’accampamento vicino, una tribù con cui combattono da tempo. Per questo, chi abita nelle centinaia di iurte mongole, ora, sono solo i vecchi e i bambini.

O’elün ordina a un vecchio servo di portare la notizia della nascita del bimbo nel campo di Yisügei, suo marito, che è a diverse miglia di distanza. Dopo che il messaggero è partito, O’elün torna a occuparsi del neonato. Il bambino sta rotolando, stretto tra le fasce. Le dita della sua mano sinistra si stringono così fortemente intorno a lei che non può liberarsene. Con l’istintiva tenacia di una mamma, dopo essersi accertata che i quattro arti del bambino sono in ottime condizioni, O’elün fa del suo meglio per sottrarsi alla stretta della sua mano sinistra. Mentre tenta di districarsi dalla mano del bimbo, O’elün sente il vento ruggire contro la iurta. Come un oggetto concreto, scrosciando col rumore di un fiume potente, il vento corre da Est a Ovest, e sembra sradicare i cardini della Terra. Quando il rumore cessa, O’elün ricorda il cielo notturno, quando è sdraiata sulla schiena. Stelle innumerevoli punteggiano il cielo, ciascuna brilla nei suoi occhi con la sua luce glaciale. Quando il vento la travolge, come un vestito nero trapuntato di stelle che scorrono urlando, si sparpagliano in tutte le direzioni, non resta che il suo guaito a riempire il cielo e la terra. Nonostante il vento soffia nel cielo stellato appeso sopra il tetto, O’elün invariabilmente è presa dal sentimento della propria profonda insignificanza, mentre giace da sola nell’umile iurta. Questo senso di impotenza e di insignificanza al cospetto della vastità della natura è nel profondo del cuore di ciascuno di questi nomadi che, non avendo case stabili né alcun pezzo di terra, si muovono in cerca di pascoli senza alcuna proprietà su cui sperimentare una vita sedentaria.

Inoue Yasushi