20 Novembre 2024

“…e i sogni sgranano gli occhi”. Sull’onnipotente poesia di Hugo von Hofmannsthal

Poeta incredibilmente precoce fu Hugo von Hofmannsthal (1874-1929) che con le sue liriche seppe, già ai tempi del liceo, imporsi all’attenzione dei lettori, quando portava ancora i pantaloncini corti e si firmava con lo pseudonimo di Loris. La critica più avvertita si accorse subito che i versi di questo giovanissimo coglievano in modo singolare la peculiarità spirituale e culturale dell’Austria fine secolo. Nei suoi versi – lievi, melodiosi, eleganti – serpeggiano desideri inquieti e fugaci che contrassegnano le anime decadenti, gli individui di una raffinata ed eccitabile sensibilità aristocratica per i quali l’amore più che vissuto sembra essere recitato.

“Noi non abbiamo altro che una memoria sentimentale – afferma il poeta – e una volontà paralizzata, una inquietante capacità di duplicarci. Noi stiamo a guardare la nostra vita e vuotiamo la coppa precocemente, rimanendo infinitamente sitibondi.”

La vita più che svilupparsi in azioni ben consapevoli, si diluisce in uno scorrere inesausto di sensazioni. Nella poesia Erlebnis (Esperienza / Evento) del 1892 l’io sente smarrimento e angoscia, perché ha l’impressione di non essere mai esistito realmente. Lo prende un senso di vuoto come se non avesse mai usufruito della vita, come se non l’avesse mai vissuta, ma solo vista sfilare davanti a sé e  poi svanire definitivamente nella morte. A ciò fa da contrasto una cornice lussureggiante di colori e suoni, quasi volesse coprire e negare un vuoto paralizzante e onnipresente. È uno stato d’animo confermato anche da una testimonianza epistolare. Infatti, dopo l’esame di maturità, superato con ‘ottimo’ nel 1892, Hofmannsthal intraprende un viaggio a Venezia e in una lettera annota: “A me manca l’immediatezza dell’esperienza; mi sto a guardare mentre vivo e quel che sperimento è come se fosse letto in un libro; soltanto il passato mi illumina le cose dando loro colore e profumo. E certo questo mi ha fatto ‘poeta’ .”

Nel 1893 Hofmannsthal scrive Il folle e la morte, un “piccolo dramma”, in cui Claudio ribadisce gli stessi concetti:

Ma che so io della vita dell’uomo? …
Non ho mai succhiato con fervide labbra
la vera linfa della vita.

Quindi il giovane Claudio può assurgere a personaggio rappresentativo di un’epoca, come un tempo lo fu Werther per le anime delicate dal sentire romantico. La vita di Claudio è umbratile. Turbato constata: “nel dolore e in ogni amore / ho affrontato solo delle ombre.” Ben diversamente da Tiziano che – nel “frammento di un dramma lirico” intitolato La morte di Tiziano e composto nel 1892 –  è rappresentato in fin di vita mentre i suoi allievi discutono e si riconoscono epigoni, dilettanti rispetto al Maestro che, al contrario di loro, è manifestazione gioiosa delle forze vitali della natura:

Destaci, fa di noi un baccanale!
gridò ogni forma vivente, desiderandolo
e protendendosi muta al suo sguardo.

Questi “piccoli drammi” si incrociano con le liriche scritte nell’ultimo decennio dell’Ottocento: il migliore periodo della produzione lirica hofmannsthaliana. Il poeta usa spesso il concetto di preesistenza per indicare l’individuo che vive inconsapevolmente la sua esistenza.

Nella preesistenza va ricercato il momento dell’unità tra l’io e il mondo, il momento della sintonia tra la vita umana e la vita cosmica: il che ben si accorda col sogno, col sogno dell’infanzia. Perciò Hofmannsthal conia la formula magica e misteriosa della preesistenza: E tre sono uno: un uomo, una cosa, un sogno. Nella poesia Weltgeheimnis (Mistero del mondo) si è dissolta non solo la sintonia collettiva tra l’io e il mondo, ma è svanito anche un antico sapere, simboleggiato dal pozzo profondo. L’antica lingua primigenia, che in ogni relazione umana era capace di trasmettere contenuti veri e profondi, è andata perduta. Tutti la conoscevano un tempo, ora affiora a tratti e fugacemente, in lampi d’amore, nel cerchio di un sogno o come gemma preziosa su cui l’uomo inciampa per caso e inaspettatamente.  Tutto ciò produce quel senso di insicurezza e di transitorietà presente nella Ballade des äußeren Lebens (Ballata della vita esteriore), una poesia che ricorda la predilezione barocca per la vanitas e la fugacità dell’esistenza, mentre il contrasto dei contrari e l’oscillare tra la vita e la morte fa pensare talvolta alla dolce tristezza di Trakl: Und süße Früchte werden aus den herben / Und fallen nachts wie tote Vögel nieder. (E dolci maturano i frutti acerbi, / e nella notte cadono come uccelli morti).

Il confronto con la realtà può essere sconvolgente per un giovane che – come il “folle” Claudio – corre il rischio di ricadere nella preesistenza. Ma cos’è l’esistenza? È saper individuare e affrontare le amare contraddizioni della realtà:

patire dolori, dare dolori
e so anche il suo nome: vita.

Un tema della lirica è, pertanto, la ricerca di una via per collegare l’individuo alla vita e per individuare la parte che gli è riservata nel grande scenario del mondo. E Manche freilich… ci offre una visione oltremodo cupa: già i primi versi sono dominati da una galera, che affiora improvvisa come un maledetto vascello fantasma e che è una chiara metafora della società. Qui i ruoli e i posti sono predisposti secondo una determinata gerarchia sociale: in alto stanno i prominenti che fissano il corso e sotto faticano coloro che spingono avanti l’imbarcazione. È una realtà in cui i ruoli sono ben delineati e poco flessibili.

Ma nel 1901 arriva la crisi. Hofmannsthal scrive Ein Brief (Una lettera), in cui l’esteta fa i conti con il moralista che cerca di porre un argine sia al dissolversi dell’io, travolto dal caos delle impressioni, sia al “disgregarsi del tutto”. Il poeta diventa consapevole della necessità di una nuova chiarificazione, della responsabilità nei riguardi della parola e dei valori duraturi rispetto alle labili sensazioni. Entra in crisi la sua professione di scrittore perché perde la fiducia nella possibilità che la parola sia in grado di esprimere la realtà oggettiva.

Già in una lettera del 1895 era arrivato a considerare le parole come un mondo a sé stante, un mondo del tutto indipendente, simile al mondo dei suoni. Perciò le parole non possono mai dire una cosa così com’è. Per questo le poesie ingenerano uno sterile struggimento, simile a quello delle note. Ma c’è sempre la possibilità – precisa il poeta – di combinare, concatenare le parole in modo tale che tocchino la nostra anima come se fossero la cosa stessa.

Anche nella vita privata Hofmannsthal compie un passo verso una maggiore consapevolezza, si fa strada in lui l’intenzione di fondare una famiglia. Tra il 1901 e il 1903 scrivelatragedia Elektra e nelle parole di Crisotemide ad Elettra si riverbera l’impatto di questa evoluzione. Crisotemide cambia il suo atteggiamento nei confronti di Elettra: non vuole più essere una passiva pedina nelle mani della sorella, ma la consapevole interprete del proprio sentire e dei suoi più profondi desideri di donna.

Dopo aver praticamente abbandonato la lirica a partire dal 1900, Hofmannsthal si affida soprattutto al teatro misurandosi con la tradizione europea della quale si considera continuatore. Oltre che genuino rappresentante dei valori del mondo austriaco.

Gio Batta Bucciol

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Sulla caducità

II

Le ore! quando fissiamo l’azzurro chiaro
del mare e comprendiamo la morte,
così lieve, solenne e già senza orrore,

come ragazzine, dall’aria esangue,
con grandi occhi e sempre rabbrividenti
che una sera guardano mute nel vuoto

e sanno che dalle loro membra ebbre di sonno
la vita fluisce tacita negli alberi e nell’erba
e sorridendo esauste si adornano

come una santa che versa il suo sangue.

III

Noi siamo della stessa materia dei sogni
e i sogni sgranano gli occhi
come bambini sotto i ciliegi.

Dalle loro cime la luna piena inizia
il corso d’oro pallido lungo l’ampia notte.
…non diversi affiorano i nostri sogni.

Sono là e vivono come un bambino ridente –
non meno grandi nel fluttuare su e giù
della luna piena che si desta dalle cime degli alberi.

L’intimo dell’animo è disponibile ai loro intrecci;
come mani spettrali in luogo chiuso
sono in noi e sono sempre vivi.

E tre sono uno: un uomo, una cosa, un sogno.

*

Ballata della vita esteriore

E crescono fanciulli dagli occhi profondi,
e nulla sanno, crescono e muoiono
e ognuno va per la propria via.

E dolci maturano i frutti acerbi,
e nella notte cadono come uccelli morti
e restano pochi giorni a terra e si disfanno.

E sempre soffia il vento e sempre di nuovo
ascoltiamo e diciamo molte parole
e piacere proviamo e stanchezza nelle membra.

E strade corrono tra l’erba e ci sono luoghi
qua e là pieni di fiaccole, alberi, stagni
e minacciosi e spettralmente aridi…

Perché furono costruiti? E mai si assomigliano?
E sono innumerevoli?
Cosa muta il riso, il pianto, il pallore?

Che giova a noi tutto questo e questi giochi,
noi che siamo grandi e in eterno soli
e vagando non cerchiamo alcun fine?

Che giova aver visto tante cose simili?
E tuttavia dice molto chi dice “sera”,
parola da cui fluiscono senso profondo e lutto

come greve miele dai vuoti favi.

Traduzione di Gio Batta Bucciol

*Si pubblica per gentile concessione parte del servizio che Gio Batta Bucciol ha dedicato a Hugo von Hofmannsthal, edito nel numero 28 della rivista “Poesia” (Novembre-Dicembre 2024, Crocetti Editore)

*In copertina: Max Klinger, Il filosofo, 1898-1910

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