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Stiamo vivendo in un quadro di Edward Hopper: è lui l’artista dell’era del Coronavirus? (Ma io preferisco la solitudine di Antonello e di Caspar David Friedrich)

Chi può rimanere indifferente di fronte alle immagini delle persone che, sull’uscio di casa, applaudivano gli operatori del servizio sanitario nazionale? Hanno riempito gli schermi e i siti di informazione, presentando un’immagine convincente della solidarietà nella solitudine forzata: siamo soli, ma insieme. Eppure, ci sono immagini molto meno rassicuranti che circolano sui social media. Alcune persone affermano che stiamo vivendo all’interno di un dipinto di Edward Hopper, anche se non è importante sapere quale sia.

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Caspar David Friedrich, “Viandante sul mare di nebbia”, 1818

Suppongo che ciò avvenga perché siamo freddi e distaccati l’uno dall’altro, seduti alle nostre finestre solitarie che si affacciano su una città stranamente vuota, come la donna accovacciata sul suo letto in Sole di mattina, oppure l’altra, che guarda fuori da una finestra in Mattina a Cape Cod. “Adesso siamo tutti dei dipinti di Edward Hopper”, secondo una sequenza di scene del pittore su WhatsApp: una donna sola in un cinema deserto, un uomo isolato nel suo appartamento moderno, un commesso solitario e persone sedute in una tavola calda distanziate l’una dall’altra. Difficile dire se si tratta di un commento serio o di una battuta travolgente con una parte di autocommiserazione. Ma prendiamolo sul serio. Se ora siamo davvero tutti dei dipinti di Edward Hopper, è imminente una crisi di solitudine che potrebbe essere una delle conseguenze sociali più gravose causate dal Covid-19. Siamo d’accordo che può essere catastrofica la perdita del contatto umano diretto. Questo, almeno, è ciò che ci mostra Hopper. Questo pittore nato nello Stato di New York nel 1882 ha fatto della solitudine il lavoro di una vita. Negli anni ’20, mentre Francis Scott Fitzgerald raccontava le bestie da festa dell’era del jazz, Hopper dipingeva persone che sembravano non essere mai state invitate a una festa in vita loro.

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La vita moderna è ostile in modo estremo per Hopper. Non ci vuole una pandemia per isolare le sue povere anime. Fredde finestre di vetro, imponenti edifici urbani in cui tutti vivono in appartamenti indipendenti, distributori di benzina in mezzo al nulla: il tessuto delle città e dei paesaggi moderni è, per l’artista, una macchina che produce solitudine. E nemmeno i suoi protagonisti trovano molto a che fare con se stessi. Nell’arte antica essere soli aveva i suoi benefici. Nel dipinto di Antonello, San Girolamo nello studio, un eremita accademico si sente perfettamente a suo agio nel proprio ufficio domestico ben progettato con libri, una bella scrivania e persino un leone domestico. Diversamente, nel dipinto Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, il romantico esce a fare una passeggiata e cerca uno splendido isolamento in modo da poter assorbire la natura sublime senza alcun disturbo umano. È felice da solo. Agghiacciante.

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Tuttavia le immagini che vengono condivise oggi non rappresentano la solitudine come scelta: sono gli orrori di Hopper. Uno dei più grandi fan del pittore è stato Alfred Hitchcock, che dichiarava, riguardo alla dimora di Bates in Psycho, di essersi ispirato a un dipinto di Hopper. Speriamo tutti di vincere la terrificante visione di Hopper che raffigura individui alienati e atomizzati e di sopravvivere come una comunità. Ma, ironia della sorte, dobbiamo farlo rimanendo separati e potrebbe essere spietatamente disonesto fingere che tutti stiano bene nelle nostre case sostenendo la vuota campagna della guerra dei virus.

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Edvard Munch, “Sera sul viale Karl Johan”, 1892

Il messaggio di Hopper è che la vita moderna può essere molto solitaria. I suoi personaggi sono isolati dagli altri in una tavola calda o in un ristorante come alle finestre dei loro appartamenti: aspetto tipico dell’arte modernista. Edvard Munch aveva già dimostrato nella sua ossessionante opera Sera sul viale Karl Johan che una persona si può sentire isolata anche in un luogo affollato. Oggi, siamo semplicemente più bravi a nascondere l’isolamento che questi artisti definivano la condizione moderna. In tempi normali ci sediamo da soli nei bar, soltanto che ora abbiamo i cellulari a farci sentire social. Il contemporaneo getta le persone dentro stili di vita urbani totalmente tagliati fuori dalla socialità, che un tempo invece era la norma.

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In epoca preindustriale, le scene della vita contadina di Bruegel mostrano un mondo in cui era praticamente impossibile essere soli. Le cucine sono stipate e le feste popolari sono un incubo per chiunque provi ad isolarsi. Guardando i dipinti di Bruegel, si può comprendere perché molte persone in Gran Bretagna fossero così riluttanti a rinunciare ai pub, ultimi rifugi del passato bruegeliano. Scegliamo la solitudine moderna perché vogliamo essere liberi. Ma ora l’arte di Hopper pone una domanda difficile: quando vengono rimosse le libertà della vita moderna, cosa rimane se non la solitudine?

Jonathan Jones

*L’articolo è stato pubblicato originariamente su “Guardian”; la traduzione è di Caterina Rosa

**In copertina: Edward Hopper, “Sole di mattina”, 1952

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