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Un poeta sul traghetto, tra ragazze che si amano e la poesia sul pavone di Apollinaire

La vita, si sa, è consustanziale alla lotta. Si vive per affermare qualcosa: l’essere se stessi a discapito del mondo. Oppure, al contrario, per lasciare un segno a quell’altro che deve ancora venire, o che amiamo perché figlio, fratello, affratellato nel fuoco della parola scritta. Il poeta, lo intuiamo, più di altri azzarda nella lotta, optando tra tragedia, commedia, dissoluzione o incanto.

Egli sente più di altri, ed è trafitto dal terreno inganno. Ovunque si trovi, proverà il tradimento sulla propria pelle, che, nel frattempo, sarà diventata impermeabile o ignifuga alla bassezze degli uomini che gli stanno accanto. Gli si sparlerà dietro il prima possibile; si tenterà di screditarlo. Ma chi gli vuole bene veramente, lo salverà da qualsiasi imbroglio. Ecco dunque l’eterna lotta tra fazioni. Gli uomini non potranno mai fare a meno del bene e del male. Gli uomini sono forse sciocchi burattini in balia dei loro umori? E scelgono, nella vita, ogni giorno, da che parte stare.

D’altronde non esiste alternativa in questo mondo; il potere vero o presunto dà alla testa, logora, distrugge ciò che si costruisce. E l’invidia ‒ quella gran baldracca! ‒ è l’origine di tutti i mali. Così, dall’invidia al chiacchiericcio il passo è presto fatto e breve, e una pugnalata alle spalle, prima o poi, la si concede a tutti.

A dire il vero, però, il problema è un altro, e ben diverso. Quel che ho descritto finora riguarda soltanto le bassezze umane, la meschinità che affligge, il tripudio dell’inconsistenza. Ciò che interessa veramente, e addolora, e a causa della quale magari si prega piuttosto (facendosi piccoli, umili, sperando sempre nell’attesa di buone notizie), è la lotta che avviene tra la vita e la morte. Intendo dire che, se non la smettiamo di prenderci in giro tra di noi, per delle frivolezze, non impareremo mai che cosa sia davvero vivere intensamente il reale.

Poiché, lo sappiamo (ma per davvero lo sappiamo?!), occorre vivere ogni giorno come fosse propriamente l’ultimo. Quindi, con l’intensità e la forza di una belva; col desiderio di creare qualcosa di buono, che sposti la rotazione dei pianeti, in nome soprattutto della bellezza.

Chi è poeta questo lo sa compiutamente. Si dà fino allo sfinimento in tutto e per tutto: all’amico, al figlio, alla moglie, al fratello; nella notte scriverà parole nuove su una pagina bianca; imbastirà storie mai sentite prima, amiche intime della realtà, con la quale, vivendo, non si può prescindere affatto.

Stiamo a sparlarci addosso, quando forse c’è chi sta per lasciarci definitivamente, o vorrebbe addirittura farlo questo salto nel vuoto. Stiamo a farfugliare coriandoli d’inesistenze, quando magari chi ti sta accanto lotta con una feroce depressione, oppure tra la vita e la morte in un letto d’ospedale.

D’altronde siamo come bestie. Abbiamo imparato da loro. La natura insegna. La natura va domata. La natura, semmai, ci salverà ancora.

Proprio ieri navigavo su un battello, con la mia musa amata, sulle acque irruente del Lago Maggiore, sotto un cielo bigio che minacciava acqua, avvolti da un vento forte e maestoso. Proprio ieri l’Isola Bella ci ha accolti nel suo incantevole spettacolo, attraverso la magia insolita dello stupore che abbraccia in un sol colpo la bellezza; nonostante l’avanzare della tempesta, nonostante le mille preoccupazioni, nonostante gli amici che lottano per davvero sulla soglia tra questo e l’altro mondo. E tre cose, tra le tante, mi porto con me da questo viaggio audace e temerario dentro all’ombra del lago: il bacio saffico, intenso e continuo e duraturo tra due ragazzine dal sorriso immortale; la statua dell’unicorno cavalcato con baldanza e fermezza accanto a una lira, sospeso nel vuoto da riempire tra cielo e lago; la lotta tra due pavoni bianchi, all’interno del magnifico giardino. La ruota eccelsa di uno di loro, mentre ci stupiva lo sguardo, riempiva di rabbia e invidia un altro pavone, tanto da attaccarlo ferocemente.

Dunque la vita va avanti sempre. Non si ferma ad aspettare nessuno. E mostra il tradimento continuo davanti agli occhi di tutti. Dopotutto, la lotta è un azzardo: provocazione continua, problema irrisolto. Sarà per questo che Apollinaire l’ha descritta così bene, in una poesia magnifica, dal tono audace:

Il pavone

Quando ruota la coda, questo uccello

Il cui piumaggio si strascica al suolo,

Si presenta ancora più bello,

Però si scopre il culo.

Giorgio Anelli

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