10 Gennaio 2022

La letteratura ci cambia. Da Sergio Quinzio a Pessoa: "L'abisso è il muro che ho"

Sdraiato nel letto, in questa immensa stanza studio, che poi immensa non è, mi sento, per una volta soltanto, privilegiato e solo. Nel buio della sera ripenso al fatto che ci ha lasciato improvvisamente un altro amico, compagno d’indimenticabili avventure in quel mondo (questo sì immenso) che è stato l’infanzia e la fanciullezza e la giovinezza.

Mi trovo costretto, contro la mia volontà, a dover riposare; squadernato come un libro dal vento improvviso della vita. Non erano questi i progetti per i prossimi giorni. Dalla finestra, le luci del panettiere, affrancando il buio, ancora accese illuminano una strada bagnata dalla pioggia.

Forse mi farò crescere la barba, per darmi una nuova innumerevole identità. Forse inventerò nuovi personaggi. Mi piacerebbe imitare Pirandello o Pessoa. Di quest’ultimo, mi attrae l’infinito fascinoso che lo attrasse, compreso il suo livido contrario.

Nel buio della stanza studio, i libri sorvegliano la mia fantasia. La stanchezza è tanta. La stanchezza presto se ne andrà…

Un libro, fra le centinaia che posseggo, attrae più degli altri, in questi frangenti, la mia attenzione. È il Diario profetico di Sergio Quinzio. Me lo ha prestato la mia musa, poco prima di lasciarci, qualche giorno fa. Di Quinzio so poco o nulla, e di certo sarà l’ennesimo degli autori ai quali dedicherò il mio tempo. Frasi nel libro, del tipo: “Credere è ormai diventato impossibile e necessario. Tanto più diventa necessario quanto più diventa impossibile.”; “Bisogna essere potenti e fissarsi con tutte le forze in tutta la verità: «Siate perfetti».”; “Certo è meglio la malattia dell’ospedale, e il disordine all’ordine sociale stabilito.”; “In queste condizioni anche la speranza diventa una bestemmia.”; “L’unica realtà oggi è il giudizio.” ‒ certe frasi, dicevo, inondano i miei pensieri, mettendoli sottosopra e spargendoli in un sobbuglio tanto frenetico, quanto perfetto.

Ciò nonostante, non sarà certo Sergio Quinzio a cambiarmi. Per meglio dire, sarà uno dei tanti. Intendo, che ormai da parecchio tempo ho le idee chiare su quella che è e sarà la mia vera poetica, invisa non a tre, quattro o cinque maestri della tradizione, bensì al mondo intero della letteratura universale.

Il poeta, dunque, per dirla con Pessoa: è un fingitore.

Intanto, sento ancora il rumore della pioggia per strada, mischiato allo scrosciare di qualche auto sull’asfalto bagnato. Mi affaccio nuovamente alla finestra, avvolto dalla vestaglia. Le luci dei negozi ormai sono spente e le serrande sono abbassate. Qualche ringhiera di qualche balcone, invece, pulsa e danza a più non posso, grazie alle luminarie e alle lucine che sprizzano luce, a ricordarci ancora chissà che cosa e chissà chi.

Sono un poeta, mi ridico, coprendomi da solo di ridicolo. Tanto nessuno a quest’ora può vedermi. Nessuno potrà dar retta al sogno di farmi compenetrare da tutte le parole scritte per questo mondo. Eppure, l’essenza che mi rappresenta non ha bisogno di nient’altro. Poi, a volte, arriva la morte a ricordarci chi eravamo e quello che saremmo voluti diventare. Per questo motivo mi annoto nella mente un frammento di Fernando Pessoa:

L’abisso è il muro che ho
l’essere io non ha una misura.

Non ho paura degli abissi, anche se dovrò scavalcare ancora palizzate a mio rischio e pericolo. Non ho nemmeno paura di essere ciò che sono: poeta, appunto; e non ho misura, come quel Pessoa. Come quel caro amico, caro Fabrizio, che ora ci ha lasciati, ma che forse, presto o tardi, ritroveremo al di là.

Sta per iniziare la notte, ed io, per una volta, con pazienza, non potrò farne parte.

Giorgio Anelli