“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Partenza! Siamo decollati stamattina dalla base di San Giorgio a Cremano (8 marzo 3020) e subito la collega di sostegno Scippacercola m’ingolfa i pensieri con i suoi fantasmi, i suoi protocolli.
Gliela voglio far pagare allo staff della presidenza, le dico, quindi reagisco, approfitto che sono qui, inarrivabile, per lanciare i miei strali: “Consentitemi di ribadire che è superata la vostra tesi in merito a…”, oppure: “è vergognoso che i ragazzi si permettano…”, o ancora: “già si sono verificati altri simili episodi… si rischia di creare un precedente…”.
E la Scippacercola, decisa: “Né di sospiri è degna la terra… Rinuncia, ci guadagni anche in prestigio, adesso poi!”.
“Meglio, te l’ho detto, approfitto – faccio io, e aggiungo –: non voglio morire con le idee fresche in testa”.
Lei: “Rinuncia, rinuncia, ti dico, amaro e noia la vita, te li ricordi i versi di Leopardi?”.
“…”.
“Li conosco!” esplode l’educatrice Robolà, ferma alle maniglie dei portelloni e in equilibrio del corpo spalancato, sul genere Uomo Vitruviano.
“Ma tu hai fatto studi di lettere?, fammi capire” dico rivolto alla Scippacercola. “Sì, se non ti fa schifo” replica lei, e afferro al volo una bustina di cibo smezzata, che viene dall’ambiente dei ragazzi, avvitandosi senza peso nell’aria e spargendo a spruzzi parte dell’interno.
“Ebbene?” dico affranto a seguito dei rimproveri diretti agli alunni: “Mangiate già!?… Vergognatevi!”, eccetera.
“Sono una quindicina di versi” ritorna a dire la collega.
“Cosa?” chiedo io.
“A se stesso, la poesia di Leopardi che ti ho citato” risponde l’insegnante.
“È una quindicina di versi” correggo, imprimendo la mia voce sulla prima lettera.
“Sono perle” dice occhi al cielo la Robolà, o rovesciati verso la zona alta delle palpebre, quasi in deliquio, in procinto di far eclissare le iridi intonate al colore che ci circonda, giacché qui è tutto cielo, siamo circondati di cielo, sopra e sotto, cielo buio che riempie e ingombra; vuoto di ambiente, in apparenza, ma involucro gassoso in realtà, abitato da un numero infinito di particelle, mentre la terra si allontana e in un passaggio aereo vediamo l’Italia distendersi sotto i nostri occhi, un’iridescenza che vibra in migliaia di minuscole luci, poi solo ombre, oscurità, lì dove dovrebbe essere Napoli (la mitica, la bisognosa), ora scomparsa nel profilo frastagliato della penisola, anch’essa immersa nel nero del cosmo, irreale e solitario, sempre più piccola, sempre più struggente, come compressa e incastonata nel fasciame di una nave abbandonata sul fondo del mare… Ma qui dov’è mare?, è oceano di buio a circondarci, immenso, maestoso. E davanti a questo spettacolo la collega continua.
“Una vita fa – dice lei –, ero agli inizi, insegnavo Lettere all’epoca, mi chiesero, o piuttosto mi imposero, secondo l’uso democratico della scuola italiana…”.
“… di recuperare delle ore che avevo chiesto in permessi, quindi mi incaricarono alla biblioteca di un grande istituto che non conoscevo, modello area multimediale, decisamente spaziosa, un notevole numero di libri e scaffali ricolmi, classici, saggi, opere rilegate e pure remainders, in varie sezioni, cd, video, sala d’ascolto, accesso a computer… La biblioteca era molto frequentata, il viavai dei ragazzi costante, i locali avevano anche funzione di luogo d’incontro; all’orario di chiusura gli alunni dovevano mettersi in fila per restituire o prendere in prestito i volumi, insomma, un giorno mi arriva uno per prendere in prestito La Metamorfosi di Kafka; si usava di far registrare allo stesso alunno l’operazione, visto il continuo tran tran della chiusura… Guardo sul registro e ti vedo scritto il nome del ragazzo: Giacomo Leopardi… Assurdo, penso io, Leopardi che legge Kafka!… La collega al mio fianco subito mi fa notare che deve trattarsi di un trucco, che tanti s’inventano un nome per accaparrarsi il libro senza acquistarlo. Davvero?, dico io, ma che furbi! Così, un mese dopo, quando è scaduto il tempo per la consegna della Metamorfosi, guardo il numero di telefono del tizio, chissà che fosse vero!… e chiamo. Pronto, casa Leopardi?, faccio io, no, mi sento rispondere con un risolino, qui non c’è nessuno che si chiama… chi avete detto che cercate?, Leopardi, ripeto, Giacomo Leopardi. Guardate che non conosciamo nessuno con questo nome… ma cos’è, uno scherzo?… Leopardi, Leopardi, strillo infuriata, è il nome del grande poeta, uno dei più grandi dell’Ottocento italiano… E lo volete cercare qua?, voi state esaurita, mi rispondono…
“Intanto la mia carriera era sempre la stessa, o meglio, io qualche progresso l’avevo raggiunto, entrando in ruolo e riuscendo a ottenere una cattedra… Finalmente l’aristocrazia napoletana!, Posillipo, via dei Mille, palazzo Cellammare… quando, di colpo, nemmeno avevo iniziato a fare l’appello, che la bidella apre la porta e chiede: scusi c’è Leopardi?… Dalle prime file dei banchi, una ragazzina magrissima e bionda, da far tenerezza, con le ciglia chiare, alza il braccio e dice: Sono io Leopardi. Sei tu?, dico in estasi, lo sai che hai il nome del mio poeta preferito? La classe, a questo punto, è in subbuglio, ridono, schiamazzano, fanno a gomitate. Fra l’altro mi chiamo Silvia, dice lei arrossendo, e io, senza trattenermi: Che meraviglia!, esclamo. Una casualità dietro l’altra, ma soprattutto mi stupivo di quanto incominciasse a funzionare una certa impresa nella mia coscienza che s’imponeva in segreto alla mia autorevolezza di insegnante, nonché, scusa Agata, la sovrapposizione dei ruoli, di educatrice”.
“Prego, prego, ci mancherebbe, in sostanza siamo tutti educatori, al di là del sapere che è nostro obbligo trasmettere, s’intende” disse la Robolà.
Schematica, ripetitiva, pensai, schematica e ripetitiva allo stesso tempo, a modello della preside Riera, quell’insensibile, o, meglio, infame, quando si permette di dire agli insegnanti pronti a trasferirsi per disperazione (ma me la dovrei togliere dalla testa, in questo senso ha ragione la Scippacercola): “Io sono capace di tutto, sapete come sono fatta, mi appartenete, siete miei!”, e poi, in pieno contrasto con quanto appena detto: “Bisogna amarla la scuola, in particolare gli studenti difficili; accompagnarli allo studio, amorevolmente”. Come se si potesse amare a comando.
“Dunque una mattina decido di parlare alla classe di Kafka” riattacca la collega.
“La Metamorfosi” diciamo all’unisono la Robolà e io, prima dell’imprevedibile serie di starnuti che prendono la Scippacercola, senza tregua, e l’arrivo volante di uno spazzolino da denti, spazzolino che la colpisce, mescolando gocce di saliva ad altro, probabilmente dentifricio o gel. “Ecco, lo sapevo” dice lei. “Subito un rapporto – dico io –, non bisogna lasciar passare certe cose…”. Sul modulo luminoso che campeggia, leggo velocemente e a singhiozzi quanto scritto dalla collega: …tenuto conto… in considerazione… l’alunno manifesta… continua a comportarsi… a seguito dell’episodio… va posta l’incolumità degli altri… si mette a rischio inoltre…
Di là mugugni, di qua il crollo delle grandi certezze, il progresso tecnologico della civiltà europea, la psicanalisi, la debolezza umana davanti al destino, i meccanismi oscuri e ineluttabili, il fato che incombe, le radici ebraiche, i conflitti, la tubercolosi, la morte prematura, l’oppressione del sistema sociale, Praga, i sanatori, Milena Jesenskà, Felicia Bauer, Max Brod, la morte e la legge, le regole soffocanti, l’angoscia, i meccanismi imprevedibili dell’inconscio, la solitudine esistenziale, la profezia del futuro disastro hitleriano, l’assurdo e il surreale, il senso di straniamento, il senso di colpa, il senso di vergogna che ci sopravviverà; e il risveglio di Gregor Samsa quella maledetta mattina prima di recarsi al lavoro.
La Scippacercola, per concludere, ricorda la frase dell’alunna Leopardi: “Si figuri che hanno inventato un aggettivo per dire tutto questo”.
Infatti la nostra situazione sta diventando veramente kafkiana, e non mi meraviglierei se bussasse lo scrittore in persona a qualche oblò, per chiedere di entrare, quasi evocato da una sorta di seduta spiritica, e ci raccontasse di come era diventato vegetariano, proprio qui, in mezzo allo spazio, elencando il suo pasto a base di castagne, datteri, fichi, uva, mandorle, zucche, banane, mele, pere, arance.
“E pensare che il pubblico rideva quando Kafka gli lesse quel racconto – dice la Scippacercola –, ché vorremmo sapere in cosa consisteva allora, e adesso, il pubblico… Cos’è il pubblico, in definitiva?”.
In vena di precisazioni la collega affermava le sue capacità critiche e di analisi psicologica, registrando che sempre la Leopardi disse (con un risolino che le morì sulla bocca, fino a raggiungere una incredulità passiva, parziale, trasformatasi in indifferenza): “Ma, dico, poi alla fine lo spazzano via, lo buttano via con la scopa il povero Gregor, come se fosse davvero un insetto, come si butta un insetto qualunque”. “E la sua famiglia va a fare una passeggiata” dice un altro.
“Il senso non è mai disgiunto dalla forma” pare avesse risposto la Scippacercola, e fu lesta ad approfittare, ad infilare una verifica scritta non programmata.
“Leopardi: quattro – prosegue lei –, perché volevo capire meglio il motivo di quel calo, quindi dico all’alunna che il testo è superficiale, il linguaggio non entra, non coglie la complessità… E la ragazzina scoppia in lacrime, un imbarazzo che non vi dico, ma era caduta pari pari nella mia trappola; per carità, il testo non era niente di che, comunque non valeva la mia scenata… L’ho detto, la questione era tattica, andava fatta, un po’ per farla uscire allo scoperto, un po’ per monito verso gli altri, e poi, la verità, la verità è che io non accetto di essere presa per i fondelli, non sono mica fessa!, io quel libro lo volevo indietro, lo volevo vedere restituito dal giorno che lo rubarono alla biblioteca… Non ci si approfitta degli altri, c’è un’etica da rispettare, e il libro non restituito mi bruciava ancora nel ricordo, compresa la figuraccia di quella telefonata…”.
Strategica, pensai io, e poi furba, nevrotica, velleitaria, assurda.
“Le dico che voglio parlare subito col padre – riprende la Scippacercola –, in modo da metterlo al corrente della situazione; non la madre, non m’interessa di parlare con la mamma, le urlo, voglio il padre, anche se lei, in preda al pianto, mi dice che lui non può, che lavora… Io, sicura, non mollo: tuo pa-dre! Le scandisco. Ho bisogno di parlare con una figura maschile…”.
“E lei?” chiede la Robolà, addentando una tortilla reidratata.
“Beh, la reazione fu di una mezza rivolta, una specie di ammutinamento della classe – risponde la professoressa –, sai, di quelle tipo contestazione generale: braccia incrociate, io non faccio più niente, mi fa tutto schifo qui dentro, io cambio scuola, vedrai cosa ti combino… Davvero non me l’aspettavo, vedendoli sembravano innocui, di conseguenza rimasi sorpresa, accusai il contropiede, non li facevo così uniti, ma poi tutto rientrò al momento che dissi: cincischiate!, cincischiate pure! E lo dissi con disprezzo, lo dissi dall’alto, con un tono che evidentemente li spiazzò, per cui iniziò a ricorrere quel termine nell’aula che fu l’Apriti Sesamo, e risolse la situazione che si era creata, senza nessuna consapevolezza dell’effetto da parte mia: evidentemente era un termine che non avevano mai sentito!”.
Perfida, pensai, perfida, aggiungerei: insensibile, ansiosa di vendetta, ma poi quale vendetta doveva mettere in atto?… Gratuita, alla fine. “Rileggiamo Petronio – dico a sorpresa –, là dove sospetta che i ragazzi a scuola diventino più sciocchi, perché non apprendono nulla della vita, ma soltanto di pirati incatenati sulle spiagge e di tiranni che ordinano ai figli di mozzare la testa ai padri, di oracoli che per far cessare la pestilenza comandano di sacrificare tre vergini, e cose peggiori”.