Fino al margine del foglio
Letterature
Paolo Miorandi
Bestie è una raccolta di sessantotto brevi scritti di Federigo Tozzi, pubblicata nel 1917 da Treves. È un lavoro enigmatico: i testi, tra loro, non sembrano avere legami particolari, se non l’apparizione di un animale all’interno di ciascuno di essi. Questi possono essere i protagonisti del testo, ma possono essere pure delle comparse apparentemente fini a se stesse; li troviamo all’inizio del testo, a metà, oppure solamente alla fine. Certe volte evocano un ricordo, come un orso che ricorda un libro di Verne letto in gioventù, altre volte sembrano suggerire una immedesimazione, come la tarma del secondo racconto, altre volte ancora sembrano rappresentazioni di un’oscura simbologia privata.
Oltre a questo, anche lo stile dei racconti varia, spaziando dalla prosa lirica al frammento autobiografico, senza però seguire, almeno così sembra, un vero e proprio ordine.
In contrasto con le difficoltà interpretative finora suggerite, però, il brano con cui Tozzi apre questa raccolta ha una chiarezza cristallina, spiazzante, che ha l’effetto di proiettare inaspettatamente il lettore all’interno dell’opera, alleggerendolo – letteralmente – da qualsiasi tentativo di vana esegetica.
L’inizio è vertiginoso:
“Che punto sarebbe quello dove s’è fermato l’azzurro?”.
La domanda rimane insoluta poiché, pare, neanche le allodole che vi si muovono dentro sanno rispondere. Proprio una di queste, da quell’azzurro, precipita in picchiata vicinissima al viso del narratore, spaventandolo e spaventandosi.
In poche righe, dunque, si passa da uno stallo di contemplazione metafisica a una violenta dinamica discendente, con una rapidità che sa di caduta libera. Parimenti, nei righi successivi, il narratore intraprende la via che dalle placide campagne senesi lo riporta in città. Anche in questo caso, il cambio di scenario è rapido, ma orizzontale: una picchiata che si conclude con un rapido e spettacolare volo radente. Questo però si conclude violentemente, con lo schianto su un ostacolo imprevisto:
“Dio mio, tutte queste case! Più in là, più in là! Arriverò dove trovare un poco di dolcezza!
Dio mio, queste case mi si butteranno addosso!”.
Claustrofobia, prigionia, oppressione – lo spaesamento provocato dal rapido cambiamento di scenario (dal cielo alla terra, dalla natura all’artificio) provoca un bisogno istintivo di una via di fuga, il desiderio di poter evadere da quel muro di case che sembrano negare quel “poco di dolcezza” dell’Oltre.
È proprio a questo punto che sembra riaffiorare dal basso quell’allodola che, all’inizio del brano, gli aveva sfiorato gli occhi, strappandolo alle sue contemplazioni. Che fine aveva fatto? Semplice, era rimasta chiusa “dentro” la sua anima. Il narratore la sente volare dentro di sé, la sente cantare. Un moto d’amore investe questa piccola allodola:
“Ora, se anche io ti amo così, o allodoluccia, vuol dire che tu puoi restare dentro la mia anima quanto tu voglia; e che vi troverai tanta libertà quanta non ne hai vista dentro l’azzurro. E tu, certo, non te ne andrai mai più.”
L’accogliere l’allodola dentro di sé, in un’anima così sconfinata e libera che non le si può comparare neanche il cielo, fa sì che i destini, le percezioni, le singolarità dell’uomo e dell’animale si fondono, dando quell’insperata energia che permette di riprendere quota e sorvolare la città:
“Esciamo dalle strette delle case e dei tetti. La città si chiude sempre di più; le case sono sempre più vuote; e non vi troveremmo niente per noi.
Lasciamola qui, questa gente che metterebbe me al manicomio e te in gabbia!”
Il “noi” testimonia una fusione che proietta entrambi in una dimensione differente dall’umano e dall’animale, e che libera entrambi dai lacci stretti di una civiltà ormai distante, superata, incapace oramai di comprenderne l’immensità e impaurita dal poterla vedere completamente espressa. Addirittura, il protagonista stenta a distinguere il battito del suo cuore dal battito d’ali dell’uccello.
Il livello di elevazione raggiunto è tale da riuscire pure a ingannare la morte, che rimane rinchiusa in uno di quei cancelli abbandonati di Siena “assieme alla spazzatura”, assimilata dunque a tutti quegli scarti che sono riusciti a lasciarsi alle spalle.

Con poche righe e con altrettanto pochi elementi, Tozzi mostra al lettore uno scorcio della sua anima irrequieta, caratterizzata da movimenti repentini, cadute e risalite vertiginose. La difficoltà di abbracciare con lo sguardo quell’immensità che sente albergare dentro di lui provoca sprofondamenti abissali, disperazione; ma basta la potenza di una suggestione, una inaspettata prospettiva di libertà per far acquisire una nuova, eterea leggerezza a quel corpo tanto pesante. Questa sorprendente apertura si accorda a quel desiderio “d’azzurro” che va oltre ogni simbologia o costruzione allegorica. Gli stati di caduta ed elevazione narrati, infatti, scaturiscono da elementi reali: l’allodola è la viva manifestazione della realtà che non riesce ad appiattirsi su sé stessa, a farsi autoreferenziale, ma si proietta e aiuta a proiettare l’uomo – se vivo e vitale – in una dimensione altra, riconnettendolo alla sua istintiva tensione verso l’azzurro – esterno o interno, che differenza fa?
Nicolò Bindi
*In copertina: Albrecht Dürer, Studio di ali, 1515