15 Maggio 2020

Si chiamava “Ezio”, che significa aquila; si chiamava “Bosso”, come l’arbusto che è sempre verde. In memoria di un musicista che fu rivelazione

Mi è passato di fianco, per due volte, e l’ho ignorato. Per un naturale – e idiota – sospetto verso la celebrità; per ambigua ostilità verso le folle. Il 29 dicembre del 2019 ha diretto a Riccione la Europe Philarmonic Orchestra, per poi replicare, il 19 gennaio di quest’anno, al Teatro Galli di Rimini, omaggiando Fellini. Ha dato vita, allora – leggo, ora – ai pezzi più folgoranti del repertorio classico, a Mozart – brani da Don Giovanni e dalle Nozze di Figaro – all’“Eroica” di Beethoven, a Vivaldi. Roba ‘per tutti’, avrò pensato, bolso di boria. In realtà, come sanno tutti, Ezio Bosso, torinese, classe 1971, è stato un talento arso nel diamante, precocissimo, che neanche maggiorenne suonava in giro per l’Europa. Seguono gli studi in composizione, il successo, clamoroso etc. Ciò che lo ha reso una icona, però – si sa anche questo – è il martirio della malattia, diagnosticato nel 2011. A quel punto, Ezio Bosso incarna la lotta dell’arte contro la costrizione, estrapola il corpo fino a renderlo splendore, lo ostenta, lo inchina nel compito, lo mostra perché tutti vedano la scaturigine della musica. Come il fulmine-fiume che perfora la roccia, e diviene con sinfonico fruscio. Non è, come dicono i facili, Bosso, un esempio, bensì l’etica di una disciplina, singolare e simbolica, l’attimo d’argento, la dimostrazione cruenta che l’arte – ciò che di umano ha l’uomo – parte dal corpo, dallo storto, e lo sovrasta. Lo piega, pur piagato, pur pagando tutto. Non può essere un esempio, Bosso, perché una individualità tanto raggiante è irreplicabile, inesplicata. L’arte – la musica, nel suo caso – non cambia nulla, ma annoda un corpo al senso; non rende immortali, non crea altri mondi, pur evocandoli, ma incardina questo in un lampo che ha l’assioma dell’assoluto, è una rivelazione. Ezio Bosso, piuttosto, mi è parso una sindone, la radiografia dell’anima che ho anche io, che abbiamo, tra luce e tormento. A volte, viene da pensare, un talento è tanto terso da essere sigillato in un dolore impossibile; è un enigma, lo so, ma accade che ciò che limpido sopporti il marchio di una ferita. Si chiamava Ezio, un nome romano, importante, che secondo alcuni deriva dal greco aquila; si chiamava Bosso, come l’arbusto che è sempre verde. Dicono che il legno di bosso sia efficace per pulire gli orologi e accordarne i microscopici meccanismi. In effetti, Ezio Bosso ha alterato il tempo. (d.b.)

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Lettera di Ezio Bosso ai cittadini europei

Quanto è bella la parola Unione. Deriva da unus, essere uno. Significa divenire un unico corpo, condividendo le nostre singolarità e nutrendo attraverso l’altro la nostra esistenza. È una parola che racchiude la sacralità insita nell’essere umano, la sacralità del vivere ogni giorno per rendersi inseparabili e proteggersi quotidianamente. Se ci pensiamo è la prima parola associata all’amarsi, rende quell’amore oggetto terzo, lo dichiara: è la base su cui poggiamo il desiderio di essere famiglia.

Bella è quindi la scelta di popoli che si sono avvicinati e sono divenuti una nazione più grande grazie al contributo di ogni singola cultura, esperienza, fortuna, di ogni trauma.

La bellezza sta nella prospettiva che i nostri popoli si sono dati per essere un’umanità migliore e impedire che qualcuno decidesse di nuovo di possedere e disporre della vita dell’altro.

La bellezza sta in quel giorno in cui finalmente siamo diventati europei, fondando un’Unione su sogni antichi e generosi, su auspici di condivisione, sull’ambizione di crescere insieme. La bellezza sta nel partecipare, abbattere i muri, accedere al superamento dei confini sia pratici e fisici, sia semantici.
Vedete, la fortuna di essere un interprete di musica è anche questa. Non si esegue semplicemente un autore di un paese o di un altro. Lo si diventa: per poter interpretare bisogna accantonare ogni egoismo e barriera, bisogna mettere al servizio la propria origine fino a trasformarsi in qualche modo nell’altro.
Io in una sera, quando dirigo o suono, ho la fortuna di poter essere tedesco, inglese, austriaco, ceco o polacco pur restando con orgoglio italiano. Partecipare a un’Unione diventa una forma di liberazione vera e propria, è l’opportunità di trascendere nell’idea di “altro”.

La nostra Unione è questa: portare contributo, poter appoggiarsi e avere sostegno alle nostre fragilità, poter rispecchiarsi. L’opportunità di riconoscersi è un diritto così voluto, cercato, così fondamentale.
L’Unione, come in amore e in musica, ha bisogno di essere determinata costantemente, con ogni pensiero e con ogni parola. Soprattutto con ogni gesto, un termine che da direttore d’orchestra mi è particolarmente caro. Cambiando insieme. Diventando piccoli e grandi allo stesso tempo. Sono felice che lo sforzo di tante lotte abbia portato a questo regalo, questa fortuna. Che abbia allargato i sorrisi.

E forse oggi è il caso di ricordarlo ancora di più, di lavorare ancora di più perché non lo si dimentichi, nemmeno in quel luogo cruciale già solo nella sua definizione: il Parlamento. Perché è lì che appunto si parla, ma soprattutto si ascolta.

Noi cittadini (che vuole dire “libero” e anche a questo va ricordato e protetto) come in ogni Unione siamo chiamati a portare il nostro contributo tramite gesti che contengono opinioni, manifestano problemi, ci rendono parte di ogni luce. E il primo piccolo gesto per esprimere la nostra libertà, per rafforzare il nostro diritto a riconoscerci, a dare e ricevere vicinanza è proprio il voto.

Sì, è bella la parola Unione.

Mi piace l’idea che come ogni cosa bella sia da proteggere e che ci aiuti ad amarci un po’ di più. È bello poter dire Sono un europeo. Sono me stesso e sono insieme all’altro. Sono unito.

Perché l’Unione europea non è solo un’istituzione. È la definizione di un sentire. È la dichiarazione di un sentimento. L’Unione europea siamo tutti noi. Ogni giorno.

Ezio Bosso

Gruppo MAGOG