16 Dicembre 2024

“Un labirinto di fiamme”. Evelyn Scott: storia di una donna in fuga

Naturalmente, fece scalpore – cioè, fu corrosa dal successo. Erano i rovinosi anni Venti, quelli di Fitzgerald e della “Generazione Perduta”, quelli delle sgangherate feste sull’abisso, di uomini inabissati in sé. Nel 1923, per Thomas Seltzer, New York, Evelyn Scott pubblicava come Escapade la propria smembrata biografia. Il sole dei fari la scarnificò.

Dieci anni prima, a vent’anni, Evelyn era scappata in Brasile insieme a Frederick Creighton Wellman, medico specializzato in malattie tropicali, di vent’anni più grande di lei, austero prof a Tulane, sposato con una concertista, padre di quattro figli. Braccati dalla polizia – Evelyn non era ancora maggiorenne secondo gli standard dell’epoca –, i due s’imbarcarono a New York sotto falso nome. Vissero a Londra per un po’, nei meandri di Bloomsbury, finché non li scoprirono. Tuttavia, Wellman – registrato come Cecil Kay-Scott – aveva ottenuto dal British Museum, viste le competenze, l’incarico di raccogliere alcuni esemplari di insetti esotici in Brasile. La coppia virò da Southampton per Rio. Scoperto l’inganno, il British levò la commissione al povero Frederick, che in Brasile si impiegò come contabile in un negozio di macchine da cucire. Gli Scott restarono sei anni in Sud America; nel frattempo, Evelyn partorì Creighton.

In realtà, Evelyn Scott si chiamava Elsie Dunn: nata a Clarksville, Tennessee, nel 1893, trasferitasi a New Orleans, mostrò quasi subito segni di irrequietezza. Fiaccata dal tenore morale della famiglia, Evelyn alternava la lettura di Tolstoj e Nietzsche al libertinaggio; confidò nel marxismo, poi nella fuga per amore. In Brasile, ebbe il tempo di affinare il talento per la scrittura. Naturalmente, optò per il ‘modernismo’, per uno stile fervido di allusioni, infervorato, che testimoniasse la ribellione alle mode correnti, in lotta contro le moralistiche convenzioni. La spavalderia conferiva alla bellezza di Evelyn un tratto ferino.

In quegli anni, Evelyn Scott fu brandita come il vessillo della nuova letteratura – dunque, della nuova vita. Rientrati a New York, gli Scott abitarono al Greenwich Village. L’unione, tarlata dall’esuberanza di Evelyn, sfiorì. La ragazza mollò Wellman per una serie di altri, tra cui l’artista Owen Merton – papà di Thomas –, Waldo Frank e William Carlos Williams. Fu la prima a riconoscere il genio di William Faulkner: scrisse – prima di tutti – che L’urlo e il furore aveva cambiato per sempre la letteratura americana, per quel torbido incrocio tra Dostoevskij e i tragici greci. Scrisse tanto, negli anni Venti e Trenta: i critici concordano nel dire che il suo capolavoro è The Wave (edito da Jonathan Cape nel 1929), romanzo che con stile audace racconta l’epoca della Guerra Civile americana.

Pubblicò due libri di poesia – Precipitations, 1920, e The Winter Alone, 1930 – in cui lo sperimentalismo, per così dire, plana sulle piccole cose di tutti i giorni: la pioggia, le montagne, i bambini, i volti nella folla. La violenza verbale, l’irruenza della pasionaria, scema qui in scene che ricordano la levità della poesia cinese classica. Si tenta la pace, l’istante implacabile che trasfigura i corpi in fiamma, il paesaggio in rivelazione celeste. Fiera è la lezione dell’Imagismo, l’epica della contrazione ideata da Ezra Pound, dove grido e rugiada convergono nello stesso gheriglio verbale.

In Italia, Evelyn Scott fu catalogata tra gli “irrequieti” da Elio Vittorini, in Americana: ad Eugenio Montale fu affidata la traduzione di alcune pagine di Escapade. Per Serra e Riva, nel 1988, uscì la traduzione del libro come In fuga, poi ripresa vent’anni fa da Bookever, con il titolo originale. Così scrisse Marisa Bulgheroni:

“Il libro brasiliano di Evelyn si colloca sullo scaffale di quei rari testi autobiografici (Walden di Thoreau, La mia Africa di Karen Blixen) che usano la prima persona singolare come un appostamento, un osservatorio tramite il quale rivelarci un mondo mai fino allora immaginato – si tratti di un lago tra i boschi, di un continente o dello spazio psichico… Affine ai protagonisti della generazione perduta, Evelyn Scott sopravvive a se stessa, distrutta non dal fuoco come Zelda, o dall’alcool come Fitzgerald, o da un colpo di fucile suicida come Hemingway, ma dalla ricerca di un’identità femminile radicale, multipla, impossibile, da un’ininterrotta battaglia contro il limite”.

Evelyn continuò immutabile nella sua ricerca: pubblicò racconti, libri per bambini, romanzi (ad esempio: Eva Gay, 1933, e Bread and a Sword, 1937). Si era unita, nel frattempo, a John Metcalf, scrittore inglese noto per i libri horror, che sposò nel 1930. Gli anni del libertinaggio erano al tramonto, il carattere di Evelyn inacidì in una aurorale solitudine. Durante la Seconda guerra, si trasferì in Inghilterra; il marito prestò servizio per la Raf.

Le carte di Evelyn raccolte presso l’Harry Ransom Center in diciannove faldoni testimoniano, tra l’altro, dei suoi legami epistolari con James Joyce e D.H. Lawrence, Albert Einstein, Aldous Huxley e John Dos Passos. Pubblicò l’ultimo libro nel 1941, per Scribners; il titolo è elusivo, perfetto, The Shadow of the Hawk. Per più di vent’anni, non pubblicò altro.

Evelyn morì nell’agosto del 1963, lontana da tutto, da tutti ignorata. Gli editori non accettavano più quella scrittura sfrontata, ormai fuori tempo; lei non accettava consigli. Dicono che percorse le vie della malattia mentale; credeva che l’epoca intera cospirasse contro di lei. Il suo amico Faulkner, inghirlandato di gloria, era morto nel 1962; il suo amato William Carlos Williams era morto pochi mesi prima di lei, dopo aver ottenuto il Pulitzer. Nessuno attraversò l’oceano per farle visita.

D’altronde, cinquant’anni prima si era forgiata uno pseudonimo, Evelyn Scott, per scampare alle spire del mondo; cinquant’anni prima aveva scelto una vita in fuga. Scomparire – come un fiore, come un corpo di nebbia – fu la sua gloria, la sua signoria.

***

Evelyn Scott

(1893-1963)

Pietà

Il bimbo –
calde pasciute cosce, grasse braccia brune,
il viso irremovibile –
urla per la marmellata.
La mamma compra lui e la marmellata.

L’anziana donna
barcolla su gambe scheletriche, di cuoio
ha occhi vitrei e succhia
la lattea seta cristallina
che scintilla dalla morte – eterno
corpo soffice come un fiore, come un amuleto.

*

Pioggia al crepuscolo

Dorati, opachi volti fluttuano alle finestre
sottili come profumi
soffici come corolle.
Dorati volti e adorate braccia
si aggrappano alle scale d’argento della pioggia:
salgono con issate lampade d’avorio;
stellate lampe –
le reti del crepuscolo
si annodano su quelle scale.

*

Destino

Perduta tra le grotte della notte:
soltanto le stelle tintinnano lontane –
il grido di un uccello
ingrigisce tra le ombre.

La luce scorre remota
nelle cavità lunari
è freddo lo strano luccichio
delle acque celesti.
A tentoni
registro l’aspro gocciolare delle lontane stelle
le ombre si inumidiscono sulle mie spalle.

*

Il mio bambino

Tentacoli tentano l’impercepibile futuro
percepiscono impotenti il fuoco.
Un nervo serpentino
si allunga generazione dopo generazione
scuce il labirinto di fiamme
verso una rosata estinzione.

*

Penelope parla

Vecchie grige filatrici
tessete con le scaltre fibre della vostra anima;
nulla vi è dato tranne quegli impalpabili fili.

Ma voi avete intrecciato una razza
di strangolatori
con i vostri misteriosi fili d’argento.
Tutto ciò che è crudele
e che è folle
le pazzie
e la bellezza:
tutto è vostro
da quando avete iniziato
a far sfavillare i fili
mentre il mondo era sonnambulo.

A volte venite come giovani ragazze;
a volte, rose spiccano tra i vostri capelli.
Ma io vi so –
sedute laggiù tra le vuote ombre dei vostri grembi.
Le scaltre fibre delle vostre anime
sono intrecciate dentro e fuori
con le fibre della vita.

*

Inverno, alba

Si schiude, fiore nuvoloso dell’alba;
la luna falena volteggia, lenta;
l’innevata fanciulla scioglie i capelli
e nel silenzio che abbacina
scivola a terra.

*

In montagna, pioggia

Inesorabile è la pace
contratta con le nebbie che marciano
sulle montagne. Le cime sprofondano, sinistre,
nelle fredde braccia dell’indicibile.
Il paese dalle case rosa e bianche
allenta la presa dalle colline
e levita tra le nubi.
Un mulo bruca l’erba del cimitero
e trotta, al di là dell’ira,
in un abisso ideato dal vento.

*

La giovinezza è finita

Oh, la misteriosa tristezza che tintinnava
quando ero giovane. Esotiche lampe nell’oscurità
sulle strade bagnate, muschio e rose al tramonto,
la luna nel parco come un palloncino dorato.

Finché ti svegli e le ombre si dileguano
la musica è finita…
e tutto è tetro.
L’anima si fa piccola, raggrinzita alla carne.
Non guarda più fuori:
sbatte ovunque
e fissa le profondità del corpo:
è come un granchio
che con occhi sporgenti guarda
lo strano posto in cui è capitata.

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