“Era pericoloso fare poesia”. Su un libro di Antonella Antonia Paolini
Libri
Ilaria Palomba
Dire non puoi la morte
a chi ami
puoi cambiarle nome
dire forse: attesa.
Ho conosciuto la poesia nel dolore. Ci sono mancanze che sgretolano il petto. Non puoi ignorarlo. Allora ti metti in ascolto. Vivi nell’attesa di un murmure, un rombo… andavo al liceo classico. Nei versi di Pascoli, Dante, Montale, Campana – e tanti altri – ho trovato una cura.
Ci sono cose molto più grandi di noi, che a volte non riusciamo a esprimere con parole nostre. Forse la poesia serve a questo, a metterci in contatto con il dolore. Il vuoto non va riempito, va vissuto. Attraverso i poeti inseguire un invito, una voce, una croce.
La poesia di Elisa Ruotolo ha il sapore del φάρμακον, medicina e veleno. La prima sezione della sua prima raccolta (Corpo di pane, Nottetempo, 2019) si intitola Posologia del dolore. Inizia così:
Usatelo bene, il vostro dolore
ché non diventi mercanzia
né attiri corvi al pasto della pietà.
La mancanza di pace si fa scrittura nuda. Energia selvaggia esplode oltre ai limiti della parola. Distillare la sofferenza, proteggere la pena. Aver cura di ciò che distrugge, perché ci rende vivi. Trova voce, per la scrittrice, l’idea che “per il dolore, come anche per l’amore, sarebbe necessaria una posologia, che però non si conosce. La liberazione piena, la guarigione, potrebbero coincidere con la resa”.
Nella sua seconda raccolta, Ruotolo – ripercorrendo un topos classico della poesia – ritrae l’umanità come un brulicante, frenetico Alveare (Crocetti, 2023). Visti dall’alto siamo come piccole api: “ammassati in un inferno ridotto in scala”, ognuno “lavora, vuole, rinuncia, / edifica e distrugge / uccide / e poi alleva”. Oppressi, risucchiati dalla “furia del dovere”, con fatica costruiamo un domani che non possiamo vedere. Intuire, forse, ma mai toccare. Su questa operosità funeste pesa, sempre in agguato, un futuro di morte: unica certezza è la rovina. Il rinnovarsi della terra sta nella distruzione. Il veleno è solo “la promessa che nulla resiste / allo schianto”.
All’interno della Città del Miele si brucia in fretta. Ogni ape accetta mansuetamente il suo compito, un destino che già non voleva. Unica urgenza è ripopolare, per poi essere spremute fino all’ultima goccia. La privazione divora il tempo e la solitudine ha i denti, “ci si mette in piedi già vecchi/ di responsabilità/ vuoti di svago”. Esiste solo un passo dalla culla al dovere, e lo si compie nascendo. “Vivere è disfare l’eterno/ è scoprirne la menzogna”: questo continuo edificare è logorante. I miracoli si dimenticano, perché si impara presto che “ogni fiore – negli occhi / fa male”, che nulla di ciò che è vita è facile.
Ogni morso, ogni sorso è sottrazione
e abuso
sappiamo ciò che la frenesia del fare trascura
ciò che il miele addolcisce
e il moltiplicarsi di vita prova a negare:
– che ci sarà un giorno
– che verrà un’ora.
Una ninna nanna dolce amara, è il miele di Lucrezio nel De rerum natura. Il ronzio dell’alveare diventa un memento funebre, una profezia. Alimentare un moto perenne che rappresenta – per noi, come per le api – l’unica eternità possibile. Torna la ciclicità del mondo classico – si sentono, in questo libro, echi della tragedia greca, ma anche di Pindaro, di Hölderlin o dei Sonetti a Orfeo di Rilke – in cui l’individualità scompare per un bene comune più grande: “la Casa vale più di me”. Elisa Ruotolo ci fa tremare i polsi perché riesce a dare voce a questa individualità. Come fanno i morti dell’Antologia di Spoon River, ogni ape parla di sé. Compiti, dolori, desideri e lamenti. C’è chi è consapevole della propria fragilità, di essere una tra tanti, c’è chi vuole solo ridere, e sogna leggerezza. Possiamo rifletterci, osservarci, rifugiarci nelle loro parole. Cullare il male. O nutrirci di esso.

Voci piene o appena accennate, voci forti o voci spezzate. Ma ognuna rivela il suo bisogno di esserci. È questo quello che accade quando la sofferenza ci blocca la gola. Vogliamo urlare, o sussurrare. Non possiamo disfarci di questo peso, il peso di sentire. La Regina nell’immaginario collettivo – per definizione – comanda tutte le api. Ha forte potere, grandi responsabilità. È amata e protetta. I paradossi ci cuciono addosso malinconia. Lei non si ama. Lei ha il duro compito di rivelare la verità più nera: “ […] la freccia più sicura / è quella che sa pungere / – è la mano che ti cura tenendo / a fior di pelle / il suo veleno”. Così la Regina che pensiamo indipendente e felice, in realtà ha bisogno d’aiuto per reggere una dimora intera, e non riesce “a far salire un castello di carte”. È la madre di tutti, ma non governa nemmeno se stessa.
Sono la madre-infanta
un pensiero costante in una casa
che non lascio riposare
la grande pena è di regnare
protetta, abbandonando
i miei nati a un’operosa povertà
quella dei figli del popolo
che fin dal colostro accettano il privato
mistero di non avere tempo per ridere
o per giocare.
La fame del gruppo divora il singolo. Quante volte, ripenso, mi sono sentita così piccola, e così sola. Fragile per sempre, accolgo le parole dell’ape Bottinatrice come fossero le mie. Così mi sembra di gridare il dolore che da anni mi accompagna.
Ho una crepa nelle ossa
e non occorre che l’acqua geli negli scoli
dei tetti, per ricordarmene
– volevo essere amata
inseguita fin dentro la luce fitta del sole
sentire in corpo quella sete che comanda
il volo e t’inchioda.
Saper fare poesia con un linguaggio diretto è senza dubbio un dono. Senza abbellimenti o fronzoli, non cerimonioso, ai limiti della crudeltà: non violento, ma così vero da fare male. I versi di Elisa Ruotolo accarezzano e pungono. Le parole scottano, sanguinano. La luce dell’alveare acceca: disegna il suo buio. E ogni taglio è liberazione.
Anna Taravella
*In copertina: Giovanni Segantini, Il castigo delle lussuriose, 1891