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“Ora siamo qui a aspettare una risposta”. Riprendiamo in mano don Milani, “parla al nostro cuore ferito dalla chiusura della scuola, senza rete, senza codici e senza schermi”

“Per fare un buon maestro occorre una scuola chiusa”.  Scuola chiusa? Parole che scottano oggi più che mai quelle di Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana, contro la scuola di Pierino, la scuola dei ricchi, la scuola ingiusta. Era il maggio del 1967 ed usciva per una piccola casa editrice fiorentina, LEF (Libreria Editrice Fiorentina) questo libro destinato a far rumore. Scritto da Don Lorenzo Milani e dai suoi studenti in un posto sperduto della Toscana. La scuola di Barbiana nasce a Vicchio Mugello, sul monte Giovi a 475 metri, dove era stato spedito questo giovane prete rivoluzionario perché, senza luce e senz’acqua e senza una strada carrozzabile, se ne stesse un po’ zitto.

Questo giovane diacono, nominato priore della chiesa di Sant’Andrea, era arrivato a Barbiana nell’inverno – era mercoledì 8 dicembre – del 1954, all’età di 31 anni. Una chiesa del Trecento, un centinaio di contadini, un piccolo camposanto, un posto dimenticato da Dio che guardava dall’alto la valle della Sieve. Talvolta serve una punizione ingiusta per uscire dalla riduzione al silenzio, dalle sue tenebre (a Barbiana, d’inverno faceva buio presto).

Ecco perché già solo se leggo la prefazione al volume ci trovo dentro il nostro presente, le scuole chiuse, la disperazione e la forza dei nostri giorni senza scuola. L’inizio è già l’appello: “Questo libro non è scritto per gli insegnanti, ma per i genitori. È un invito a organizzarsi”. Certo i tempi sono cambiati, non si boccia più così tanto. Anzi non si boccia proprio, come è capitato lo scorso anno scolastico, quando l’allora ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha twittato: “tutti promossi, se non in casi particolari”. Chissà cosa avrebbe pensato Don Milani. A quei tempi, invece. Sentiamo: “Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un’aula sola. Un quinto della scuola cui avevo diritto”. Mutatis mutandis, vedo questa immagine riproposta da un video ironico che mi ha mandato il mio prof.

Cinque ragazzi a casa in Dad. In fondo, è un’aula sola, la casa “sembra un call center della Vodafone”. Il caos è totale. Forse la storia non è così cambiata. “È il sistema che adoprano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini”. E ancora: “Finite le elementari avevo diritto a altri tre anni di scuola. Anzi la Costituzione dice che avevo l’obbligo di andarci. Ma a Vicchio non c’era ancora scuola media. Andare a Borgo era un’impresa”. Così, si può dire dal nulla, nasce la scuola di don Milani. Quell’esperimento rivoluzionario a cui guardare con speranza nella disperazione del nostro presente. Abbiamo ferocemente bisogno di una nuova scuola di Barbiana. Di un nuovo Don Milani. “A Barbiana tutti i ragazzi andavano a scuola dal prete. Dalla mattina presto fino a buio, estate e inverno. Nessuno era «negato per gli studi». Ma noi eravamo di un altro popolo e lontani. Il babbo stava per arrendersi”. Ma Barbiana non era una scuola, era più una casa-scuola. “Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Né cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava. D’ogni libro c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica a accorgersi che uno era un po’ più grande e insegnava”.

Non c’erano le vacanze, non si finiva mai di imparare: “Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica. Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio”. Certo qualche “professorone” studioso di pedagogia potrebbe non essere d’accordo, ma Lucio che aveva trentasei mucche da curare diceva: “La scuola sarà sempre meglio della merda”. Una frase inequivocabile, si può obiettare. Senza troppi giri di parole. Leggo: “Questa frase va scolpita sulla porta delle vostre scuole. Milioni di ragazzi contadini son pronti a sottoscriverla. Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati”. E uno sguardo alle ragazze: “Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori. Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi non le chiedono d’essere intelligente. È razzismo anche questo”.

Dentro Lettera a una professoressa ci sono molti casi particolari, tanto per citare l’ex ministro. Tante storie che assomigliano e non assomigliano alle storie degli studenti di oggi. L’ingiustizia, questo rumore di fondo della didattica di stanza, è rimasta uguale. “Ora siamo qui a aspettare una risposta”. Non tutti i professori sono uguali, si legge. “E la scuola perfetta non esiste”. Don Milani se ne è andato troppo presto, è morto a soli 44 anni, il 24 giugno del 1967, era ormai gravemente malato dal 1960. Ma la sua scuola di Barbiana ha una voce potente che siamo chiamati a riascoltare attentamente proprio oggi, per combattere ogni ingiustizia. Che parla al nostro cuore ferito dalla chiusura della scuola, senza rete, senza codici e senza schermi.

Linda Terziroli

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