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“Per un attimo soltanto, la bellezza soppianterà l’errore della noncuranza”. Buzzati fa fiorire ancora i ricordi e il bello

Di Dino Buzzati so poco o nulla, se non che in un’altra vita (a Venezia: mai città fu così emblematica per me!) mi trovai a leggere, mentre ero in coda in Piazza San Marco, Il colombre. Dopo tutto, la letteratura fa questo. Incardina dentro di noi labirinti che comunicano inaspettatamente tra loro, per far sì che il ricordo ‒ o il guizzo di un’associazione d’idee improvvisa ‒ ci riportino a nuova vita o, se non altro, ad approfondire chi, nel passato, poco o tanto, ci ha lasciato qualcosa di buono e, per dirla tutta, di meraviglioso.

E in queste settimane così funeste e stanche, nelle quali mi tocca affrontare l’ennesimo abbaglio di una prossima canicola fattasi miraggio; nelle quali, voglio dire, tutto sembra (rame e non argento) nel remare contro, la speranza si affievolisce non apparendo più immortale; l’approfondire, curiosare nella vita dello scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo, librettista, scenografo, costumista e poeta italiano, diventa per me respiro di salvezza. Più che accecato da un abbaglio, allora e dopotutto mi appiglio a quella radice ferma e forte che è la parola, l’unica verità che non mente, se vergata e impressa sulla pagina di un qualsiasi libro che argomenta dignità.

Dunque, mi dico, il giardino che stavo curando ‒ o scrivendo ‒ potrà rinascere; oppure, per un attimo soltanto, la bellezza soppianterà l’errore della non curanza, di modo che l’evanescenza di un sogno possa abbracciarci ancora nel calore della sua forza tutt’altro che artefatta.

Più di tutto però è la poesia ‒ atto d’amore necessario e dovuto ‒ a ricordarmi per l’ennesima volta che tutto, sempre, può ancora rinascere. E Dino me lo dice, raggiungendomi, senza mezzi termini:

Scrivi, ti prego.

Due righe sole, almeno,

anche se l’animo è sconvolto

e i nervi non tengono più.

Ma ogni giorno.

Ed io, che questo mestiere mi apprestavo con dovizia a svolgere ogni giorno, forse riaffioro, nonostante il malumore. Affinché il mestiere di scrivere non diventi soltanto una prigione dorata, ma piuttosto il lasciapassare che conduca dall’evanescenza alla sostanza, e dalla sostanza alla ricchezza immensa di una forma, la quale non può che essere grazia dovuta. Poiché “Comunque, questo è il tuo mestiere, / che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte, / solo questa è la porta da cui, / se mai, potrai trovare scampo.”

Dacché la parola è riparo, rifugio; ed un verso troverà la soluzione per un rimedio a difesa della tua umanità sgualcita e ferita. Del resto, mi dico, se questi splendidi versi non mi daranno uno scossone, quanto meno verranno in aiuto a qualche nuovo lettore, forse intrappolato quasi come e più di me nell’impasse del non senso. Poiché alla fine la letteratura è una sfida contro il mondo e allo stesso tempo è al suo servizio. Meglio sarebbe dire: è a servizio di chi crede nell’invisibile, all’indistinto. E ogni lettera, se ci facciamo caso, pur grazie alla fantasia, potrebbe assumere la forma di una porta. Aprendola, ne custodiremo i segreti, abbacinati da una terra vergine e fragrante, pronta ad essere coltivata da una nuova storia. Perciò, chiunque tu sia: “Scrivi, scrivi. / Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, / una riga si potrà salvare. (Forse.)”

Ed anche a me, ed anche a noi (forse), una riga ci potrà salvare.

Giorgio Anelli

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