“Quella sera, almeno, Camus fu felice di essere al mondo”. Quando Dino Buzzati vide Camus in forma di angelo. 50 anni dopo, un esempio di grande giornalismo da un narratore di razza

Posted on Gennaio 07, 2020, 2:06 pm
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Albert Camus muore il 4 gennaio del 1960. “Combat”, la rivista della resistenza di cui Camus fu redattore capo dal 1943 al 1947, apre con una tragica “Edition Spéciale”. Albert Camus est mort, urla il giornale, a caratteri cubitali. Il titolo del pezzo centrale è ciò che ci attendiamo: “Una coscienza contro il caos”. Ovvio l’editoriale: “Di noi era il migliore”. Un po’ tutta la stampa del pianeta piange Camus, strappato al tempo da un terribile incidente stradale, ricordandone le opere, la questione dell’assurdo, l’esistenzialismo, l’uomo in rivolta. L’articolo più bello, però, lo scrive Dino Buzzati, viene pubblicato il 6 gennaio del 1960 sul “Corriere d’Informazione”. Il titolo, sparato, rompe fin da subito il cliché: Era un uomo semplice.

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Il pezzo di Buzzati – che trovate nel ‘Meridiano’ Mondadori delle Opere scelte a cura di Giulio Carnazzi, del 1998 – è un piccolo capolavoro di giornalismo narrativo. Per raccontare il genio di Camus, Buzzati sceglie l’oblò di un ricordo, di un istante. Un istante che è icona. L’episodio è autobiografico: Camus traduce un testo teatrale di Buzzati, Un caso clinico, tratto dalla novella I sette piani. La pièce, come Un cas interessant, va in scena a Parigi nel 1955. Buzzati è invitato alla ‘prima’. “Mi sentivo un verme, il provinciale classico piombato nella Ville Lumière, proprio a contatto con uno dei suoi maggiori lumi. Camus non aveva avuto ancora il Nobel ma era già famoso in tutto il mondo”.

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La strategia giornalistica di Buzzati è micidiale. Egli ribalta, sistematicamente, tutti i luoghi comuni, tutte le attese. Intanto, gioca a fare il cretino. “Di fronte a uno scrittore così importante e famoso… ero annientato dal complesso d’inferiorità”; “non ricordo le cose che dissi, i commenti che feci, perché ne risulterebbe un campionario di cretinerie addirittura meraviglioso. ‘Ma come?’ io immaginavo che lui pensasse. ‘Come è possibile che io abbia tradotto la commedia di un ebete simile?’”.

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Soprattutto, Buzzati disorienta il canonico ritratto di Camus: volitivo, severo, di austera intelligenza, autentico indagatore degli abissi dell’uomo. Al contrario, Buzzati non incontra uno scrittore, ma un uomo, verace, fin dai tratti fisiognomici. “Era una faccia, grazie a Dio, non da marcio intellettuale; se mai da sportivo, chiara, popolaresca, solida, bonariamente ironica… E quando si mise a parlare, con infinita consolazione mi accorsi che il dentro era identico al fuori”. Camus fa fare a Buzzati una sommaria gita a Parigi, in attesa della fatidica ‘prima’ (“Fu di una bontà, di una comprensione, di una delicatezza che valevano almeno uno dei suoi libri”). Lì, il pezzo di Buzzati ha una impennata indimenticabile.

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Alla ‘prima’, segue consueta festa con scrittori, produttori, attori. “A una certa ora, congedatisi pezzi grossi e critici, rimasero gli attori, qualche giovanotto e alcune graziose ragazzine. Misero su dei dischi… Camus non stette fermo un secondo. Un ballo dietro l’altro, con allegria di ventenne. La filosofia?, i grandi problemi dell’uomo?, il dramma delle comunità moderne?, la nostra eterna condanna alla solitudine? Quella sera, almeno, Camus fu felice di essere al mondo”. Questa sarebbe di per sé una chiusa formidabile. Camus, il teorico della rivolta, che balla con la foga di un ragazzino; l’esegeta dell’assurdo gonfio di gioia. Che immagine straordinaria. Nel giorno in cui si ammette la morte, l’acuto di vita. La morte è sconfitta da un genio che balla con avida ferocia.

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Ma Buzzati scrive una frase in più. La frase che aggiunge Buzzati e che serra l’articolo sposta il piano. È una frase del tutto narrativa. È uno scarto. È un salto. È una frase giornalisticamente inutile – narrativamente eccelsa. È una frase che dà il tono a tutto il pezzo, un ritmo ispirato, che ha valuta di simbolo, acceso. Quella frase, così semplice, che chiude il ‘coccodrillo’ per Camus ci ricorda che Buzzati è un narratore di razza. “Era vestito di blu”. Ecco la frase. Rileggiamo. “Quella sera, almeno, Camus fu felice di essere al mondo. Era vestito di blu”. Che chiusa elegante, che colpo da biliardo narrativo. Il blu è il colore della pace, di chi è risolto in serenità. È il colore dei cieli di Giotto, è il colore della poesia di William B. Yeats, Lapis Lazuli, è il blu di Yves Klein, che morirà due anni dopo Camus. “Era vestito di blu”. Buzzati ha visto Camus in forma di angelo. (d.b.)