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“Mere ombre sull’acqua”: il tour in Italia di Charles Dickens (e l’omaggio alla shakespeariana Giulietta)

Quando Dickens viene in Italia resta folgorato da Venezia, amore che riverserà – nostalgico, straziato, avvolto di luce lagunare – in Little Dorrit. Ma scendendo dal Sempione – i viaggiatori nordici entravano così nel nostro paese – lo scrittore trascorre prima qualche giorno a Verona. Una visita descritta con senso dell’umorismo che anticipa – o avalla – alcune scelte cittadine: aiuti della fantasia alla realtà, o vera e propria costruzione (ossia odierni fake)?

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Nell’implacabile nebbia d’autunno, una carrozza arriva a Verona il 15 novembre 1844. A bordo lo scrittore forse più amato e acclamato d’Inghilterra, autore di Sketches by Boz, Picwick Papers e Oliver Twist, non viaggia solo: «Ecco una lista della Carovana» – annota nel taccuino – «1. L’inimitabile Boz. 2. L’altra metà dello stesso. 3. La sorella di costei. 4. Quattro rampolli, dai due anni e mezzo ai sette e mezzo (affettuosamente chiamati «i Porcelli»). 5. Tre cameriere». Inoltre una guida francese denominata «Magnifico Corriere» e il cane Timber Doodle.

Dal viaggio in Italia nascono le Travelling letters written on the road, apparse nel «Daily News» prima di diventare libro di viaggi dal titolo programmatico: Pictures from Italy, Scene o Quadri italiani. Un mix d’inclinazione settecentesca e peregrinazioni picaresche, esuberanza narrativa e umorismo: «vengo in Italia. Armi e bagagli, bambini e servi, vengo in Italia per dodici mesi. Partiremo, se Dio vorrà…».

Sconcertato il lettore nel Reader’s Passport (quasi una prefazione), Dickens lo depista con vignette che richiamano le celebri incisioni del Gran Tour di Samuel Palmer e dà alle stampe un volume a episodi, libera scia di “riflessi”, colori e atmosfere, eco di luoghi visti e persone incontrate, discontinuo e privo d’intenti didattici ma fitto di osservazioni casuali e impressioni dell’istante: «una serie di vaghe immagini – mere ombre sull’acqua – (…) da cui è attratta l’immaginazione».

Per trovarsi più a casa in Italia, a Londra ha preso lezioni d’italiano da un esule patriota mazziniano in incognito. E scrive pagine di getto, «nella pienezza del momento», «Se vi aleggia un’aria d’indolenza e fantasticheria, il lettore le supporrà scritte in un giorno di sole…», instaura da subito una liason emotiva con i lettori: “Se saranno così gentili da dar credito (…) all’Autore, visiteranno i luoghi ricordati con l’immaginazione». Chiede loro, in sostanza, di fare come farà lui alla tomba di Giulietta.

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Prima di Verona Dickens ha soggiornato a lungo a Genova – vicino alla villa abitata da Byron –, vede Parma, Bologna, Modena e Ferrara. Dopo Venezia, il «sogno italiano», «meraviglia del mondo», ha indugiato «incerto se andare a Verona», temendo «di essere deluso da Romeo e Giulietta». Ma – precisa – «appena vidi la vecchia Piazza del mercato, il mio timore svanì…». E continua allora il vagabondaggio nella Dickensland, l’Italia che per Chesterton esisteva forse solo nella fantasia dickensiana, capace di trasformare ogni esperienza in atti narrativi per sguardo attento e appassionata ironia di moderno Trivia, esperto nell’«arte di camminare per le vie cittadine».

Così Piazza Erbe gli appare una specie di quinta teatrale, «un luogo favoloso, singolare e pittoresco, dalla varietà straordinaria (…) di palazzi fantastici», spazio quasi fiabesco, «scenario di una delle storie d’amore più belle»: oltre il filtro letterario, lo scintillio della lingua – rivelatrice è l’aggettivazione – deforma d’abitudine e consapevolmente la “realtà”.

L’entusiasmo scema alla «casa dei Capuleti, ora degenerata in un’assai misera locanda». La nota sul degrado e l’incuria è quasi un cliché – «Per i viaggiatori inglesi è un fatto assolutamente normale, quasi ovvio, dir male delle locande italiane» – ma echeggia anche l’angoscia per il caos sociale incombente e i fantasmi degli hungry forties, in un’Inghilterra già stravolta nel paesaggio e nell’anima. La fantasia cambia dunque una possibile tesi sociale (la povertà, il rumore, il sudiciume in terra) in “paesaggio umano” che, da realistico, esplode in iperbole satirica con le oche assurte a protagoniste accanto ai figuranti umani, e il cane di casa a creatura quasi mitologica: «Vetturini rumorosi e carretti da mercato infangati si stavano litigando l’occupazione del cortile, in cui s’affondava fino alle caviglie nella sporcizia con un branco di oche sudice e inzaccherate; e un cane dal muso feroce, che ansimava maligno all’ingresso, avrebbe certo azzannato Romeo a una gamba, l’istante in cui avesse scavalcato il muro … ». 

La lamentatio sulle barbare condizioni d’abbandono in cui versa la casa – «niente faceva pensare alla splendida storia» perché «oche, carretti, vetturini e cane erano d’intralcio» alla poesia dei giovani amanti – è in parte compensata dalla scoperta dell’«antico stemma» del casato – «si vede ancora il cappello, intagliato in pietra, sopra il cancello del cortile» – e dall’aspetto del luogo, «diffidente e geloso, proprio come ci si aspetta»: «Perciò, come il vero palazzo dei Capuleti mi soddisfò molto e presentai i miei riconoscenti omaggi a un’indifferente signora di mezza età, la Padrona dell’Albergo, che oziava sulla soglia sorvegliando le oche e somigliava ai Capuleti se non altro nell’aria “di Famiglia”».

Il twist pungente stritola l’ostentata grandeur della sorvegliante nel comico e il “palazzo” in contenitore per quello a cui tiene davvero: la galleria di caratteri. Il modo di accostarsi a paesaggio e lingua italiani è già, in sé, ‘letteratura’: situazioni e incontri sembrano poco più che pretesti per affidare al taccuino «vaghe immagini» scoloranti nell’acqua. Dickens visita il luogo “come il vero palazzo dei Capuleti”, ma la storia è probabilmente diversa. Anche lui contribuisce alla leggenda e da quando – siamo a inizio ’900 – il Comune di Verona l’acquista per farne entrare pubblico a pagamento, non c’è turista, viaggiatore o ospite di passaggio a Verona da ogni angolo del mondo che non voglia vedere la “casa di Giulietta”. La maggior parte del tutto ignara del fake.

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Esperienza letteraria fin dalla citazione da Shakespeare è anche il «passaggio naturale» alla tomba della giovane, «la gentile (…), la più orgogliosa Giulietta che abbia mai insegnato alle torce a rifulgere». Raggiunto un giardino fuorimano, «un tempo credo proprietà di un antico convento», dove l’accoglie al «cancello sgangherato una donna dallo sguardo vivace che faceva il bucato», Dickens scende gradini tra piante, fiori, «resti di vecchie mura e tumuli coperti d’edera». Là gli mostrano «un bacino o abbeveratoio che, asciugandosi le braccia nel grembiule, la donna chiama ‘La tomba di Giulietta la sfortunata’». Secondo l’uso Byron ne grattò via varie schegge da regalare. Della tomba – ancora una volta originale o contraffatta che sia –, Dickens mette a fuoco la popolana che guida turisti e curiosi: «Con la migliore disposizione d’animo al mondo le credei (…) e, con il credito, le diedi la mancia abituale». Dopo l’inciso elegiaco – «Fu una gioia e non una delusione veder dimenticato il luogo dove Giulietta riposa» –, chiude con il tipico gusto del sensazionale: «meglio per lei dormire fuori dal cammino dei turisti e per visitatori avere solo quelli che vengono alle tombe con la pioggia di primavera, l’aria dolce e il sole». 

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In Piazza Bra il massiccio profilo dell’Arena l’«entusiasma»: «Chiudete gli occhi e cercate d’immaginarlo» – scrive all’amica Lady Blessington – «al confronto l’elmo nel Castello di Otranto era un neonato». L’anfiteatro gli sembra ben conservato, le vestigia di Roma non del tutto scomparse: «Su alcuni archi si leggono ancora gli antichi numeri romani». Piccoli faccendieri gremiscono cunicoli e passaggi sotterranei, tra incavi nelle mura.

Dickens si arrampica in cima. Oltre il muschio del parapetto ammira lo «splendido panorama delimitato in lontananza dalle Alpi», mentre l’arena in basso somiglia all’«interno di un prodigioso cappello di paglia intrecciata dalla tesa larghissima (…), le trecce formate dalle fila di posti». Una compagnia equestre ha appena terminato lo spettacolo, impronte degli zoccoli dei cavalli sono ancora fresche: «Non resistei ad immaginare…» riaffiora la parola magica, ma immaginare cosa? «Gruppi di sparuti spettatori seduti sugli antichi scalini in pietra», «un galante Cavaliere (…), un buffo Pulcinella».

Il resto della giornata lo scrittore vaga «da un capo all’altro della città». In un teatro si rappresenta Romeo e Giulietta, «dramma sempre popolare a Verona». Lo humour gli prende infine la mano quando s’imbatte in «una collezione di reperti greci, romani ed etruschi custodita da un vegliardo che avrebbe potuto essere un reperto etrusco lui stesso», e in una galleria con quadri talmente brutti che è «quasi una gioia vederli sgretolare in polvere».

La vena narrativa continua a modificare, accrescere o ridurre i particolari della fair Verona secondo l’estro, anche nell’accumulo: «bei palazzi antichi e l’amena campagna in lontananza», «porte romane che ancora scavalcano le vie e gettano sul sole di oggi l’ombra di quindici secoli», chiese «adorne di marmi», «campanili maestosi», «vecchi vicoli traversi dove echeggiavano le grida dei Montecchi e Capuleti», «cipressi che ondeggiano» accanto al «fiume impetuoso». Ovunque «è l’amabile Verona, e nei miei ricordi lo sarà sempre». Il cerchio si chiude in pura letteratura: «Nella mia stanza in albergo quella notte lessi Romeo e Giulietta». All’alba del giorno dopo Dickens parte per Mantova.

Ripete tra sé i versi shakespeariani – «Non vi è mondo fuori delle mura di Verona / Ma purgatorio, tortura e inferno…» –, e tuttavia non si esime dal notare che «in fondo Romeo era stato esiliato a sole venticinque miglia». La strada si snoda per i campi, la carrozza accompagnata da visioni fugaci di ragazze contadine con spilloni d’argento tra i capelli, le «montagne porpora» all’orizzonte.

Il viaggiatore è già ‘altrove’: la «mattina è tanto luminosa» da ridar speranza persino al cuore di un amante bandito, sorpreso di vedere torri e mura della città salire in lontananza. Come Romeo anche Dickens gira forse «bruscamente sui sonanti ponti levatoi» per raggiungere «la porta rugginosa di Mantova». E «bruscamente» come Romeo, iniziando una nuova sequenza di ‘quadri’ mantovani, anche lui si separa dai lettori e da Verona.

Paola Tonussi

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