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“Smettete di ascoltare senza protestare con coloro che vi dicono ‘ascoltate’…” Jacques Derrida, per un pensiero non dogmatico

“Potrei per me pensare un altro Abramo?”. Chi se lo chiede è Jaques Derrida, in un seminario tenutosi a Parigi nel dicembre del 2000, riportato in un libricino edito da Cronopio Edizioni. La domanda da cui prende le mosse la conferenza si rifà a un breve testo kafkiano. Tante sono le versioni dell’Abramo biblico che ci sono state date (Kierkegaard e Lévinas ne sono due esempi), quella di Kafka mette in scena un Abramo indeciso. Indeciso non se compiere l’atto, rispondere alla chiamata del Signore, quanto piuttosto indeciso se sia stato proprio lui ad essere stato chiamato, quindi – si potrebbe dire – indeciso sulla sua stessa identità.

“Ci sarebbe dunque, forse, forse, più di un Abramo, ecco quel che si tratterebbe di pensare. Forse”. La domanda (“potrei per me – un “me” che è chiunque – pensare un altro Abramo?”) è inizialmente incerta, ma a mano a mano che la conferenza si svolge le nebbie si dipanano, e la risposta è  perentoria: è necessario, per tutti, pensare un altro Abramo. Per sé, per se stessi, nel proprio intimo, far sorgere il dubbio: “sono proprio ad essere stato chiamato?”. È cioè necessario porsi la domanda della propria identità, porsela sempre, non dar mai una risposta definitiva; eppure – come si vedrà – allo stesso tempo darla, continuare a darla, nonostante il dubbio. 

Il fatto che Derrida sia Ebreo e che al conferenza sia, di fatto, una conferenza sull’ebraicità, potrebbe portare fuori strada: il discorso è solo apparentemente incentrato sulla sua persona. Persona che, in quanto ebreo di Algeria (Algeria colonizzata dal dominio francese fino al 1962) ha avuto con l’ebraicità un rapporto controverso, ma che forse grazie, e proprio per questo è riuscito a far andare quello stesso rapporto per il verso giusto. Derrida ha cioè avuto la possibilità di far andare per il verso giusto quel rapporto che è il rapporto con le sue origini, e questo proprio perché lui, per circostanze, è stato invitato più di tutti a non dar per scontata la propria ebraicità, a porsi il dubbio circa la sua identità di ebreo. 

Appunto però: la conferenza è solo apparentemente incentrata su Derrida. Perché in realtà la domanda, il problema della dissociazione è un problema che tutti dovrebbero porsi, in quanto tutti sono, costitutivamente, dissociati. E questa dissociazione tra un me autentico e un me non autentico – tra un Abramo convinto di essere stato chiamato e un Abramo dubbioso circa la sua identità – dev’essere mantenuta, i due poli della risposta devono convivere nello stesso termine. 

Quindi sono io, sono io autentico e non autentico, allo stesso tempo. L’autenticità qui consisterebbe in un farsi da sé, un’ipseità data una volta per tutte. Ma si tratta di un’impossibilità: nessuno si fa totalmente da sé: abbiamo una comunità, una tradizione alle spalle, una struttura, una narrazione dominante e che vuole dominare. Ma è proprio da questa che ci si deve guardare, è proprio sulla ricostruzione che ci viene tramandata che ci dobbiamo porre il dubbio, e quindi decostruirla, tornare ad interrogarla, non accettarla in modo dogmatico, non rispondere ciecamente di sì all’elezione.

E far sorgere il dubbio circa la propria identità alla fine è un guadagnarla davvero, o piuttosto un continuare a ri-guadagnarla, senza mai guadagnarla definitivamente: “un’identità non è mai data, ricevuta o raggiunta una volta per tutte, no, si patisce soltanto il processo interminabile, indefinitamente fantastico, dell’identificazione”. E dire fin da subito “io” senza prima essersi interrogati su chi stia parlando, equivale ad accettare l’“io” di qualcun altro, imposto da qualcun altro. Scrive Derrida ne Il monolinguismo dell’altro (sempre quel monolinguismo – quella lingua materna da cui sempre dobbiamo guardarci, per custodirla – che è nostra ma è sempre, anche di  qualcun altro, e per questo dobbiamo interrogarla, farla nostra):

“È questa la mia cultura, che mi ha insegnato i disastri a cui un’invocazione incantatoria della lingua materna conduce gli uomini. ‘La mia lingua materna’, è quello che dicono, che parlano, io li cito e li interrogo. […] È un po’ come se sognassi di svegliarli per dire loro: ‘Ascoltate, attenzione, adesso basta, bisogna alzarsi e partire, altrimenti vi capiterà qualcosa di male, oppure, che è un po’ la stessa cosa, non vi capiterà proprio niente. Se non la morte. La vostra lingua materna, ciò che chiamate così, un giorno, vedrete, non vi risponderà nemmeno più. Andate in strada, adesso… Ascoltate… Non credete così in fretta, credetemi, di essere un popolo, smettete di ascoltare senza protestare con coloro che vi dicono ‘ascoltate’…”

Detto ciò però, all’appello si deve rispondere. E non si ha da tentennare sulla risposta, essa dev’essere (e non può essere diversamente) un immancabile “sì”, un “sì” che ci precede e sul quale tuttavia possiamo e dobbiamo aver voce in capitolo. È il “sì” alla propria comunità, a quella situazione particolare in cui ci si va a trovare alla nascita; è il “sì” che risponde della propria identità. E non si deve – qui sta il punto – pronunciare un “sì” meccanico, automatico, quasi che il consenso alla propria identità sia frutto di un cieco riflesso incondizionato. Appunto però, ci dev’essere una risposta: 

“A questo punto, quel che semplicemente volevo confidarvi a nome mio, se posso ancora dire così, è che ci tengo a dire ‘io sono ebreo’ o ‘io sono un Ebreo’ senza sentirmi autorizzato a precisare un Ebreo ‘inautentico’ o, soprattutto, un Ebreo ‘autentico’ […].  E perché ci tengo, anche se non sono sicuro né dell’appello al quale rispondo così, né che esso si rivolga a me?  […] Che cosa succede, che cosa mi accade, di quale avvenimento si tratta quando, rispondendo all’appello, tengo a presentarmi come Ebreo, a dire e a dirmi ‘io sono Ebreo’? E che senso può avere dire, affermare, firmare, mantenere un ‘eccomi’ e insistere, là dove non so che forse non sono stato chiamato, dove forse, non lo saprò mai, non sono io essere stato chiamato?

Appartiene forse all’esperienza dell’appello e della risposta responsabile che ogni certezza in merito alla destinazione, e dunque all’elezione, resti sospesa, minacciato dal dubbio, precaria, esposta al futuro di una decisione di cui non sono l’unico soggetto a poter rivendicare la padronanza autentica. Chiunque sia sicuro (come invece giustamente non lo era l’altro, il secondo Abramo di Kafka), chiunque crede di ottenere la certezza di essere stato lui il solo, lui per primo, trasforma e corrompe la terribile e indecisa esperienza della responsabilità e dell’elezione in caricatura dogmatica, con le più temibili conseguenze che si possono immaginare in questo secolo, soprattutto quelle politiche”.

Bianca Cesari

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