13 Marzo 2021

“Lei è la mia creatura, si chiama Antigone. Voglio conservare questo nome dalla tragedia antica, benché tutto diventerà moderno.” Da Enten-Eller la “nuova” Antigone kierkegaardiana

Questa sarà una storia triste, come ogni dramma che si rispetti ci sarà il tragico, coi fuochi d’artificio. Ma questa tragedia che si sta per raccontare avrà una particolarità: si vuol qui spolverare un po’ di moderno su quella bellissima tragedia che è la tragedia antica. Ci sarà quindi il dolore, un tipico dolore moderno (si vedrà poi cosa s’intende). 

“Avvicinatevi dunque a me, cari Sumparanekromenoi, stringetevi attorno a me, poiché mando la mia eroina fuori nel mondo, poiché do come corredo alla figlia della pena la dote del dolore. […] Lei è mia creatura, i suoi pensieri sono i miei pensieri, e tuttavia è come se io, in una notte di passione, avessi riposato con lei, come se mi avesse confidato il suo profondo segreto, spirando quest’ultimo e la sua anima nel mio abbraccio […]. Lei è mia proprietà, mia legittima proprietà. Si chiama Antigone. Voglio conservare questo nome dalla tragedia antica, a cui nell’insieme mi ricondurrò, benché per un altro aspetto tutto diventerà moderno.”

Così A – misterioso personaggio, incubato nei grembi dell’estetico, voce della prima parte di Enten-Eller – introduce la sua creatura, la sua figlia e sposa e (le due figure arrivano a fondersi) il suo stesso personaggio. Quello stesso personaggio che è, almeno in parte, lo stesso Kierkegaard che (nonostante gli pseudonimi largamente utilizzati) scrive Enten-Eller, nel 1843. La creatura di A è l’Antigone, una nuova, un’altra – se così si può dire – magistralmente introdotta in uno dei tanti saggi raccolti nel testo kierkegaardiano: il riflesso del tragico antico nel tragico moderno, singolarmente edito da Il melangolo. Non è la prima volta che questa tragedia viene ripresa e riformulata. Un bel libro di George Steiner raccoglie “le Antigoni” per come esse ci sono state ripresentate tutte nuove dai più svariati pensatori: da Euripide e da Hölderlin, da Hegel, da Nietzsche e, appunto, anche da Kierkegaard. 

L’Antigone (per rinfrescarci un po’ la memoria) è una tragica figura partorita da quel genio che fu Sofocle. Nel V a.c. il drammaturgo scrive quella famosa tragedia-trilogia oggi giunta a noi coi nomi di: Edipo Re, Edipo a Colono e Antigone. Stando alla versione originale della storia, Edipo è guidato da un fato ineluttabile che lo spinge inconsapevolmente ad uccidere il padre e sposare la madre. Questa sua colpa si ramifica poi a macchia d’olio prendendo sotto le sue braccia tutta la progenie. È infatti tipico della tragedia greca, come Kierkegaard (nei panni di A) fa notare, che gli uomini non siano individualmente considerati ma siano inseriti all’interno del ghenos, della stirpe che li avvolge e li condiziona nei loro atti.

Per questo ogni azione degli eroi tragici è sia un agire che un patire, c’è una buona dose di ambiguità in ogni loro gesto. Edipo ha sì la colpa d’aver ucciso il padre, giaciuto con la madre e con lei aver dato alla luce i figli Polinice, Eteocle, Antigone e Ismene; ma non è certamente una colpa piena, egli ha la grazia (o la disgrazia) dell’ignoranza, è in balia del volere degli dei. Per questo motivo la tragedia greca suscita compassione. Chi guarda ha “una visione a 360°” del contesto (dei suoi individui, del destino imposto dagli dei, delle vicende storiche) e non può essere giudice spietato di un Edipo totalmente colpevole perché Edipo non è totalmente colpevole, la sua colpa è reale ma ambigua. 

Ma cosa succederebbe se Edipo fosse pienamente consapevole del suo agire? Cosa succederebbe se, aperte le porte del libero arbitrio, nulla condizionasse i suoi atti? Se ogni sua azione fosse solo e unicamente a suo carico? In tal caso, ci dice A, la pena patita dall’eroe si trasformerebbe in dolore (che è la pena consaputa, trasparente a sé stessa:  “io so di essere colpevole”), la tragedia antica diventerebbe tragedia moderna: “‘È terribile cadere nelle mani del Dio vivente’, ecco cosa si potrebbe dire della tragedia greca! L’ira degli dei è terribile, eppure il dolore non è così grande come nella tragedia moderna, in cui l’eroe soffre tutta la propria colpa, è trasparente a se stesso nella sofferenza della sua colpa.”

Ciò che quindi scinde la tragedia greca da quella moderna è una differente concezione del soggetto: se nella tragedia greca questo non può essere considerato a prescindere dalle sue determinazioni sostanziali (la famiglia, la storia, il fato ecc.) che non lo rendono trasparente a se stesso; nella tragedia moderna il soggetto è individuo, è il soggetto cartesiano, che assume su di sé tutto il peso della sua esistenza, e sfocia quindi nell’etico (cui è dedicata la seconda parte di Enten – Eller). 

Ora, se il soggetto è diverso, diversa è anche la colpa che su di lui ricade. Per l’eroe greco la colpa è pena, patimento inspiegabile, non consapevole (Filottete abbandonato sull’isola di Lemno si chiede disperato il perché del proprio destino); l’eroe moderno invece non patisce se non le conseguenze delle sue azioni, azioni che sono tutte a suo carico e quindi pienamente incriminabili. Un Edipo con una coscienza moderna, inserito in un contesto moderno in cui (si crede) nulla lo condiziona diventerebbe solo un folle patricida incestuoso. Ma nessuno oserebbe dir questo dell’Edipo narratoci da Sofocle, lui patisce una pena inflittagli dagli dei e ha quindi tutta la nostra compassione nonostante le sue colpe. Nella tragedia moderna invece c’è una totale trasparenza, non c’è più compassione, non più pena, solo il dolore di portare le proprie colpe. 

Ma, premesso ciò, si parlava di Antigone. A, membro dei Sumparanekromenoi (“morti viventi”, una setta di romantici, di “poeti estinti”), partorisce la sua Antigone. Anche lei, come si vedrà, è una “morta vivente”, anche lei mai davvero viva, mai davvero morta. Ma per avere un’“altra Antigone” la storia dev’essere differente, se non del tutto, almeno in parte: 

“La stirpe di Labdaco è oggetto dell’ira degli dei, Edipo ha ucciso la sfinge, liberato Tebe, Edipo ha ucciso suo padre, sposato sua madre, e Antigone è il frutto di questo matrimonio. Così nella tragedia greca. Qui io mi discosto. Tutto rimane uguale presso di me, e nondimeno tutto è diverso. Che egli abbia ucciso la sfinge e liberato Tebe, è noto a tutti, e Edipo vive onorato e ammirato, felice nel suo matrimonio con Giocasta. Il resto è celato agli occhi degli uomini e nessun presentimento ha mai portato questo orribile sogno alla realtà. Solo Antigone lo sa. […] In un’età prematura, prima che lei avesse raggiunto l’età adulta, oscure, vaghe allusioni a questo orribile segreto di tanto in tanto tenevano in pugno la sua anima, finché la certezza di colpo la getta nelle braccia dell’angoscia.” 

Se quindi l’Antigone di Sofocle è preda inconsapevole del volere degli dei, e la colpa del padre Edipo riverbera su di lei, l’Antigone kierkegaardiana è conscia, lei sa della tragedia ed è l’unica a saperlo. Ed ella, che ama il padre con tutta se stessa e mai lo tradirebbe, è votata al silenzio poiché se parlasse lo getterebbe nel disonore. Questa “nuova” Antigone, per come le vicende si strutturano, sintetizza in sé e il tragico antico e quello moderno. Dice A: “io ho posto il frutto della pena nella coppa del dolore”. Ed è così: Antigone subisce, eredita una colpa non sua data dalle determinazioni storiche in cui ella è immersa e da cui è condizionata; e tuttavia è pienamente moderna nel suo dolore, l’Antigone di Sofocle non sa ma quella kierkeegardiana sì, e ha sulle spalle tutto il peso di questa consapevolezza.  

Nonostante tutto però, qui ancora non si ha il tragico. Antigone fino ad ora si è mostrata come un soggetto moderno gettato nella grecità del tempo, nel suo contesto antico. Lei porta silenziosamente la sua croce, ha accettato il suo destino, straniera nella casa dell’essere è totalmente ripiegata in se stessa (è, anche lei, una “morta vivente” come chi racconta la storia). C’è il contesto antico e tuttavia il dramma ancora non è esploso, esso attende nello spirito di Antigone che custodisce devotamente il suo segreto. Come produrre il dramma? Ci dev’essere, per avere il tragico, una collisione d’intenti, di forze telluriche che agiscono e patiscono, una colpa ambigua: “Tra questi due estremi risiede il tragico. Se l’individuo non ha colpa alcuna, è annullato l’interesse tragico, poiché la collisione tragica è in tal caso indebolita; se ha invece una colpa assoluta, non ci interessa più dal punto di vista tragico”. 

Allora, ci dice A, si produca il dramma (con un piccolo colpo di scena): “Antigone è innamorata, e lo dico con dolore, Antigone è mortalmente innamorata. Qui si trova evidentemente la collisione tragica. […] È innamorata, e colui che è l’oggetto del suo amore non lo ignora. La mia Antigone non è affatto una fanciulla comune, e così è fuori dal comune anche la sua dote: il suo dolore”. 

L’amore esige qui (forse sempre) la più totale sincerità, Antigone non può consegnarsi ad Emone senza consegnare tutta se stessa, la sua dote, il suo segreto. E tuttavia tradire il suo segreto vorrebbe dire tradire il padre. Ha sacrificato la sua vita per mantenere il segreto ma ora si esige che sacrifichi il suo amore; non il suo amor proprio ma l’amore simpatetico per il suo amato, e quindi Emone stesso la cui vita sarebbe finita se dovesse rinunciare a lei (nella “versione originaria” infatti Emone si toglie la vita quando scopre del suicido di Antigone). 

Due amori simpatetici opposti, due forze contrarie si avvitano su Antigone: parlare significherebbe tradire l’amore per il padre, ma non farlo significherebbe tradire l’amore per Emone. Quell’amore può essere realizzato solo nel consegnarsi pienamente a lui col suo segreto, ma questo consegnarsi diventerebbe un sottrarsi: nel confessare l’amore (e con esso il segreto) lei morirebbe poiché tradendo il segreto tradirebbe il padre. Allora Antigone solo morendo può amare davvero, solo morendo può confessare l’intensità del suo amore. “Le potenze che si scontrano si tengono a bada l’un l’altra, in misura tale che l’azione diventa impossibile per l’individuo tragico. […] Solo nella morte lei può trovare pace.”.

Alla fine si è prodotto il tragico, Antigone morirà, deve morire e il dramma sarà pienamente compiuto, le forze liberate. “Per mano di chi cadrà? Per quella del vivo o per quella del morto? In un certo senso per quella del morto […] nella misura in cui il ricordo del padre è la causa della sua morte; in un altro senso per quella del vivo, nella misura in cui il suo amore infelice è il motivo per cui il ricordo la uccide.” Allora la nostra Antigone – questa nuova, bellissima e austera Antigone kierkegaardiana – può dire di sé lo stesso che Sofocle fece dire alla sua di Antigone. Ma se l’Antigone sofoclea ha la verità di queste parole solo nell’istante della sua morte (il suo suicidio), quella kierkegaardiana può dir così di sé per tutta la vita: 

“Ahi infelice, / né tra gli uomini né tra i defunti / abiterò, non con i vivi, non con i morti!” 

(Sofocle, Antigone, vv. 850-852, in Edipo Re, Edipo a Colono, Antigone, Milano, Mondadori, 1982) 

Bianca Cesari

Gruppo MAGOG