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“Non ha senso elogiare e predicare la luce se nessuno la percepisce” Jung e il Buddhismo, misticismi a confronto

Quando tradizioni tra loro differenti fanno la loro conoscenza e non si comportano, per così dire, come compartimenti stagni, allora è facile che si producano quei casi che destano interesse in virtù della loro forza progressiva. A dire il vero non si tratta, propriamente, del caso di cui si vuol qui parlare, se non nella misura in cui una commistione (effettivamente sì) è avvenuta, ma senza che i due poli ne fossero a coscienza. Come uno che pensa di camminare solo per la strada e solo a un certo punto s’accorge che un altro gli camminava a fianco. È poi importante fino a un certo punto ricostruire la storia di influenze e divergenze per andare a snocciolare un percorso che ha portato a pensare certe cose da parte di certi pensatori. È senza dubbio affascinante vedere come campi diversi approdino alle stesse conclusioni, raggiunte operando per strade diverse; ma poi, ciò che conta, è il contenuto, nella sua semplicità. 

Le strade comunicanti in questione sono la psicoanalisi di Jung e il Buddhismo tibetano. La trama delle loro relazioni è percorsa e ripercorsa nel bel libro di Radmila Moacanin (psicologa americana, molto vicina alla tradizione buddhista): La Psicologia di Jung e il Buddhismo tibetano tradotto in italiano da Chiara Luce Edizioni. La specificazione “tibetano” non è casuale, ed è una precisazione che si rende necessaria in quanto il Buddhismo che viene preso a riferimento nel libro non è il Buddhismo tout court (che al suo interno è vasto, vastissimo), ma un suo sviluppo interno alla scuola Mahayana, per l’appunto: il Buddhismo tibetano o Buddhismo tantrico. Precisato ciò, si può procedere a mostrare questo confronto che, di nuovo, non vuol tanto mettere in luce il dialogo quanto piuttosto il frutto che esso ha dato, e che può dare. 

La psicoanalisi di Jung ha avuto (com’è normale che sia) numerose ritrattazioni, e il suo pensiero non è privo di oscurità che tuttora necessitano di chiarimento. Tuttavia i punti in comune con la filosofia buddhista sono lampanti, e Jung stesso non ha avuto difficoltà ad ammetterlo. Ma, se Jung alla sua morte era perfettamente consapevole che le sue teorie non erano più solo “sue”, ma tanto avevano da condividere col misticismo orientale (e occidentale), all’inizio della sua ricerca le cose stavano molto diversamente. Nel suo testo Septem sermones ad Mortuos (Sette Sermoni per i Morti) egli scrive: “Il nulla è identico alla pienezza. Nell’infinito il pieno non è meglio del vuoto. Il nulla è allo stesso tempo vuoto e pieno… una cosa infinita ed eterna non ha qualità, dato che possiede tutte le qualità.” Queste parole ricordano profondamente quelle che si trovano nel Sutra del Cuore secondo cui “la forma è vacuità e la vacuità è forma”. Ed è importante dire che Jung le scrisse prima di entrare a contatto col pensiero buddhista.

La cosa interessante è il modo in cui Jung sia pervenuto ad un certo tipo di conoscenza, una  conoscenza che, esattamente come quella buddhista, consiste nell’intuizione. La peculiarità dello studio di Jung sta infatti nell’aver avanzato tesi e teorie solo e unicamente a partire dalla propria esperienza personale (suo prediletto strumento d’indagine). Era, per cosi dire, la cavia di se stesso. Egli scrive a proposito di questa esperienza: “L’arte di lasciare accadere le cose, l’azione attraverso l’inazione, il ‘mollare la presa’ su di sé, lasciandosi andare, come ha scritto Maister Ekhart, per me divenne la chiave che apre la porta alla via. Dobbiamo fare in modo che nella psiche le cose accadano spontaneamente. Per noi, questa è un’arte che la maggior parte degli uomini ignora completamente. La coscienza non smette mai di interferire, di interpretare, di aiutare, di correggere e di negare, non permettendo in alcun modo che il processo psichico si evolva in pace.” Questo ribaltamento di carattere metodologico (che non prevede in realtà l’adozione di un metodo se non quello dell’osservazione e dell’ascolto passivi) si verificò in seguito alla rottura col pensiero freudiano. Non soddisfatto delle teorie psicoanalitiche incontrate infatti, Jung decise di condurre la ricerca a partire dalla sua propria psiche, in un lavoro sull’inconscio che lo vide impegnato per anni.  

Ma cosa, nell’effettivo, è stato intuito? L’oggetto di intuizione va a formare quella che si può a tutti gli effetti definire una visione, visione di quella che i Buddhisti chiamano realtà assoluta, al di là della realtà relativa. L’inconscio che è in noi parla sempre, ciò che Jung ha fatto è stato, “semplicemente”, ascoltarlo. Si è confrontato con la parte non consaputa della sua persona, e ciò a cui è pervenuto è stato qualcosa di profondamente diverso dall’io, ossia il . Si tratta di una distinzione estremamente importante, presente anche nel Buddhismo. L’io, la parte conscia e razionale della persona, coincide con l’ego che instaurando differenze concepisce se stesso e il mondo come entità solide, concrete e distinte, prive di legami e indipendenti da ogni fenomeno. Il invece è qualcosa che si situa al di là dell’io, esso infatti consiste nell’unificazione degli opposti. 

Pervenire al sé non significa, tuttavia, annientare l’io (la loro differenza si mantiene nell’unità), ma semplicemente ridimensionarlo, e con lui tutta la realtà che esso descrive (che diventa appunto relativa). Scrive Lama Govinda (importante espositrice del Buddhismo tibetano): “Individualità e universalità non sono valori inconciliabili, che si annullano reciprocamente, sono due lati della stessa realtà che si compensano e si completano reciprocamente, unificandosi nell’esperienza dell’illuminazione. Questa esperienza non dissolve la mente in un tutto amorfo, bensì porta alla realizzazione che l’individuo stesso nel profondo di sé include la totalità.” Jung ascoltando il suo inconscio è quindi entrato a contatto con la sfera del sé, e assieme ad essa a tutta una serie di consapevolezze che, di nuovo, risuonano profondamente con il pensiero buddhista.

Si tratta allora di un processo individuale: è l’individuo che si sporge nel vertiginoso abisso di se stesso per venire a  conoscenza delle sue forme inconsce. Tale processo è definito da Jung processo di individuazione, ossia quel percorso mediante il quale il soggetto perviene alla conoscenza di se stesso. Verrebbe quasi da ripetere il nietzscheano “divieni ciò che sei!” perché è esattamente di questo che si tratta: di guadagnare se stessi. Il sé infatti esiste in ognuno come non-consaputo, non è mai dato in principio, per questo esso dev’essere guadagnato, ossia portato al livello del conscio. Ma, di nuovo, se si deve trattare di un confronto con se stessi devono essere rigettate tutte le verità esterne. Siddharta Gotama, dopo aver cercato, senza successo, la verità nella perdizione e poi nell’ascetismo (verità esterne), si è seduto sotto l’albero del Bodhi, ha meditato (e la meditazione è infatti un modo per giungere al centro di sé) e solo allora ha raggiunto l’illuminazione. 

Ma se il sé è qualcosa di più dell’io e delle differenze che esso instaura allora quando si giunge alla sfera del sé non si è più nell’egoità, nella distinzione, ma nell’indistinzione ossia nella vacuità (sunyata). Ogni esperienza mistica prevede che non vi sia un soggetto che esperisce e un oggetto esperito, ma che il soggetto sia l’esperienza che fa. L’esperienza intuitiva del mistico consiste nell’entrare a contatto con un livello di realtà non più relativo (in cui sussistono molteplicità e diversità) ma assoluto, unitario. Scrive Lama Govinda: “Il dispiegarsi della vita individuale nell’universo, apparentemente ha come unico fine di diventare consapevole della propria essenza divina; e poiché questo processo si svolge in continuazione, rappresenta la perpetua nascita di Dio o, in termini buddisti, il sorgere continuo degli esseri illuminati, in ciascuno dei quali diventa consapevole la totalità dell’universo.” È poi vero che a proposito di questo, tra Jung e il Buddhismo, sussiste una differenza sostanziale: per Jung in contenuti inconsci e il processo di identificazione non giungono mai al loro fine, ciò significa che per lui in questa vita non si giunge mai all’illuminazione, cosa che invece i Buddhisti ritengono possibile. E tuttavia i buddhisti, come Jung, sostengono che il compito principale consista nel liberare la scintilla divina che risiede in ognuno di noi. 

Che in realtà tutto ciò non abbia a che fare con la psicoanalisi in senso stretto è un punto che dev’essere precisato. Lo scopo della psicoanalisi di Jung, così come quello del Buddhismo, è uno scopo di natura etica, ha quindi come obiettivo la “vita buona” la quale non consiste nel fare ciecamente e dogmaticamente il bene (quello strano perbenismo di cui ogni tanto si accusa chi aderisce a dottrine religiose), ma nel fare il bene perché si è nel bene. “Non professiamo una psicologia per vanità puramente accademiche, o per cercare spiegazioni che non influenzano l’esistenza. Ciò che vogliamo è una psicologia pratica, con risultati soddisfacenti – una psicologia in cui ciò che si afferma deve essere confermato dal successivo risultato benefico per il paziente.” 

Alla fine, verrebbe da dire quello che si dice un po’ sempre, ultimamente, e che, per la natura stessa di questa conoscenza, ha senso fino a un certo punto ripetere. Perché in effetti colui il quale veramente comprende non si affida a ciò che ha compreso, ma lo sente vero dentro di sé: se la verità non si comprendesse dall’interno (e quindi se non bastasse conoscere se stessi per conoscere la verità) in essa non vi si entrerebbe mai. “Con un abbaglio davvero tragico, i teologi non riescono a comprendere che la questione non è provare l’esistenza della luce, ma il punto cruciale è dimostrare che i ciechi sono coloro che non sanno che i loro occhi possono vedere. È giunta l’ora di capire che non ha senso elogiare e predicare la luce, se nessuno la percepisce. È di gran lunga più necessario insegnare alle persone l’arte del vedere, perché è evidente che è un grande numero di persone non è in grado di creare una connessione tra le figure sacre e la loro psiche: non riescono a comprendere quanto queste immagini siano latenti e assopite nel proprio inconscio.”

Bianca Cesari

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