03 Giugno 2021

Dal fondo della vita. Per Thierry Metz

Vent’anni fa, le edizioni di Via del Vento in Pistoia pubblicavano un libro straordinario, delicato, pareva un lago di vetro. Delicatezza che partoriva serpi di sangue. L’uomo che pende. Così s’intitolava quel libro. A dispetto delle rare fotografie – viso solido, solare, corpo muscoloso, una margherita nell’occhiello della camicia – era stata una dolente sequela la vita dell’autore, Thierry Metz. Un lapidario di dolori. Dopo gli anni giovani e i successi sportivi – fu eccellente nel sollevamento pesi – Metz subisce la vita bassa: il lavoro da manovale, l’alcol, la depressione, la morte del secondo figlio, schiacciato da una macchina. Nato nel 1956, Metz è poeta di raro nitore, della durezza nel cristallo: L’Homme qui penche esce nel 1997, l’anno in cui Metz si uccide. Da tempo aveva stretto un sodalizio con l’editore Jacques Brémond; nel 1995 Gallimard aveva pubblicato Lettres à la bien-aimée, libro di bianca bellezza. Da quella prima, sporadica pubblicazione tanto è cambiato: Edizioni degli Animali ha pubblicato Metz con eccezionale dedizione. Sulla tavola inventata esce nel 2018 (per la cura di Riccardo Corsi); Diario di un manovale (pubblicato da Gallimard nel 1990) esce nel 2020, a cura di Andrea Ponso, che scrive, tra l’altro, “Il manovale, il muratore, distrugge per edificare il nuovo che non sarà mai sua proprietà: il suo nome non lascerà traccia. Proprio come accade per la poesia”. Nell’ultimo numero di “Poesia” (Maggio/Giugno 2021) Pasquale Di Palmo annuncia – con anteprime liriche – l’uscita di altre pubblicazioni: Dolmen. Su una poesia di Paul Celan, per Edizioni degli Animali, e Lettere all’innamorata per Il Ponte del Sale. Nella fotografia che decora il servizio, Thierry Metz, tra gli alberi, sorride ancora.

Qui si è continuato l’omaggio a questo poeta che ci parla, oggi, con trafitta intensità: si pubblicano brandelli dai suoi “dialoghi con Suso”, il mistico tedesco discepolo di Meister Eckhart, e alcune memorie tratte da un “Dossier Thierry Metz” edito dalla rivista “Remue.net”.

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Traccia di un uomo

Thierry Metz è la tristezza del destino, scalfittura di una luce leggera che l’oblio non ha evaporato, che permane nei libri. Sappiamo la casa che bordeggia la route nationale 113 poco prima di Agen, il bambino morto. Sappiamo la malattia, la tortura morale, il suicidio. Ci si passa di rado, ormai, c’è l’autostrada. Ma i paesaggi sono familiari: la campagna, l’erba, gli alberi che non hanno più l’ostinazione definitiva dei boschi e delle lande, ma l’umiltà delle piante da frutto sparse in piccoli appezzamenti, i pioppeti nei campi umidi ai margini della Garonna, i platani vescovili sulle strade, il sottobosco, le serre, cupole dove crescono fragole e pomodori giganti.

Per prima cosa, ho letto i Dialogues avec Suso, dove Thierry Metz si esprime con saggezza orientale, e cerca un breve senso per vivere, rari respiri, una luce. Per rispondere alle ammissioni del monaco, aveva solo ciò che gli insegnava la vita, la permanenza nelle cose, la fatica del vivere giorno per giorno, le ferite aperte, umiltà che prende verbo. Solo quando Suso parla di Dio e della gioia, Thierry Metz non può replicare. Non può e si arrabbia. Ma quando ritorna agli elementi puri, la terra, il fuoco a cui aspira, è d’accordo, traccia una via, forse un frantume di pace.

La terra si comprende dalle mani. Thierry Metz era un manovale, un muratore, lavorava con le mani, toccando la materia, afferrando gli attrezzi, la terra. Le parole sono cariche di terra, pesanti come pietre da scansare, come i silenzi che dividono il colpo della pala dal rollio della carriola. Pesanti come la terra. Elementi di contorno: alberi, campanile, alcuni uccelli, una siepe, biancheria messa a stendere, lì, disparati, senza alcun legame se non la terra che si muove, senza senso se non per chi nomina le cose, e le riconosce, un tiglio, una quercia, un rosmarino, la lepre. Parole che fluttuano e vorrebbero ancorarsi, radicarsi, avvinghiate in un luogo stabile. Ma possiamo lavorare la terra come una materia malleabile, sfuggente, indistinta. Materia morta tra le mani.

Testi terribili, eretti tra grida e silenzi, in assenza di speranza. Scrivere è traccia livida, passaggio su un sentiero, la scia di un uomo che sparisce. E tuttavia, il bagliore. Questo fuoco, rare parole che dispensano un poco di caldo. Testi dolci per accogliere il giorno, parole da tendere al bambino, al beneamato; testi dell’uomo che ha tentato di vivere.

Michèle Sales

*

A te che hai scritto dal fondo della vita

C’è qualcosa, in quella che chiamiamo letteratura, che non tocca, che non raggiunge ciò che sperimentiamo in modo così intenso. C’è qualcosa in questo atto che ci è stato sottratto. Le parole non ci soccorrono. Sono troppo a valle, o a monte. Eppure, soltanto le parole ci permettono di stare ritti, di nuotare nel letto dei fiumi senza limiti, di vedere il sole che sorge e la notte che cala sulle montagne dei dintorni. Ed è bello, è un incanto. Oggi, Thierry, fuori è davvero brutto. Davvero. Il tempo di un cane e il cuore assente. Ti scrivo da una stanza perduta, nel cupo della campagna dove sono nato. Ti scrivo presso la finestra da cui s’invola la mia vita straniera, una finestra che è un cubo di luce sul mondo. I tuoi libri sul tavolo. Così leggeri. Un quasi niente… Hai scritto dal fondo della tua vita, perché non possiamo scegliere un’avventura del genere. Hai scritto una manciata di pagine meravigliose, ulcerate e meravigliose. Non ti sei mai considerato qualcuno. Ti avvicini a noi, tendi la mano, la tua attenzione è potente. Vagabondo che canta nel pieno della sua notte di modo che possiamo udirlo durante il giorno. Ci hai offerto le erbe selvatiche raccolte nell’arco di una vita che non è un romanzo; magnifici soli neri che illuminano così bene il silenzio della nostra stanza dove continuiamo, anche se non ha senso, a vivere, a guardare, a respirare i monti. Urta il sangue, la tua parola, che arde quella piccola candela che è la vita.

Joël Vernet

**

Suso:

Ho chi mi guida verso l’interno

E nessun bagliore nelle parole né nella

guida

*

Fratello,

Devo lavorare per essere più preciso.

Lo sai: costruisco solo case.

Tutti i tipi di case.

Io solo so uscire. Ma posso

farti entrare.

Di solito è fuori, dov’è

la calce e la causa dell’interno, che

apprendo meglio il mio mestiere.

Non mandarmi via da qui se vuoi che percorra

questa sorte.

*

Ogni giorno, accarezzando il lupo, gli do la parte più abbondante di ciò che sono. Mi abbandono alla sua fame. Gli offro un lavoro: affrontare il più duro, non essere più astuti dei passeri.

Thierry Metz

Gruppo MAGOG