“Un invito a non chiudere il cuore, questa radice stellata”: dialogo con Riccardo Corsi intorno al genio poetico di Thierry Metz

Posted on Gennaio 30, 2019, 7:37 am
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Più che un libro, fu un crocevia di fiamme. Era il 2001, il piccolo, grande editore di Pistoia, Via del Vento, pubblica L’uomo che pende, il diario lirico di Thierry Metz. L’autore è sconosciuto, il testo memorabile. “Assottigliarsi./ Emaciare il testo il più possibile./ Ogni parola adesso designa la casa e l’abitante, l’incontro e la riparazione”; “Stanchezza. Abbattimento./ Ma quello che devo scrivere è più forte di me./ Nel reale la visita non è mai finita”. Il regesto di una esistenza in clinica, dove Metz, già sollevatore di pesi, manovale, va a curare l’abuso di alcol, l’eccesso d’inquietudine dopo la morte del figlio piccolo, ucciso da un’automobile. Il libro ha la meraviglia dell’autentico, di chi travasa le stelle in chiodi, secondo una tradizione di ‘letteratura come vita’ – cioè, come interrogativo, tortura, palafitta d’ossa – che è di Pascal, di Rimbaud, di René Char, di Edmond Jabès, se dobbiamo perimetrare una geografia lirica. Thierry Metz, autore di libri di anomalo candore, arriva anche a Gallimard, con Le Journal d’un manœuvre (1990) e Lettres à la Bien Aimée (1995), prima di essere sopraffatto dal dolore, che lo porta al suicidio, nel 1997. Metz, però, poeta che t’incontra per strada, ti abbraccia, lettura come passeggiare nei prati nell’odore di una novità, è per piccoli stampatori, per lettori dedicati: il primo libro, Sur la table inventée, è stampato dal mitico editore – boschivo, anticonformista – Jacques Brémond, e oggi trova riscontro e traduzione in Italia grazie a Riccardo Corsi, scrittore fuori canone (Draghi e Libro del vento), ideatore delle Edizioni degli animali, con il titolo Sulla tavola inventata. Il testo, d’inevitabile e salutare bellezza (“Guarda:/ l’uomo si è ritirato sotto a un albero/ per danzare intorno a una foglia/ per dire il più semplice/ a chi non verrà”), è introdotto da un pensiero di Brémond, inciso: “L’alcool e gli ospedali psichiatrici porteranno questo poeta meraviglioso, amante delle parole precise, giuste, grande lettore, infaticabile indagatore, mai sazio dell’umanità dell’uomo, a una continua sofferenza… Dietro il suo bel sorriso, gli occhi chiari, il fiore che spunta dalla camicia, le sue grandi mani di muratore sterratore, in un corpo massiccio e possente, si nascondeva un grande poeta, dall’opera folgorante. Una ricerca instancabile del Luogo dell’uomo in questo mondo, la sua capacità di lavorare, la presenza nell’ascolto dell’altro”. Quando scopriamo un poeta, si è grati a tutte le potenze, si è pronti alla speranza. (d.b.)

Come accade il tuo incontro con Thierry Metz? E poi, raccontami il tuo incontro con il suo editore, Brémond, “figura mitica dell’editoria d’oltralpe”, scrivi.  

L’incontro con la poesia di Thierry Metz lo devo a dei poeti. Ad Andrea Ponso, e successivamente a Pasquale Di Palmo. È naturale che sia attraverso altri poeti che giunga una voce nuova, inaudita, nell’Italia di oggi. Mi sono messo a leggere diversi libri di Metz, e un giorno mi sono imbattuto (tra i libri arrivati per posta) in questo piccolo libro Sur la table inventée, edito da Jacques Brémond, editore francese che stampa ancora con i caratteri mobili da più di quarant’anni. Gli ho scritto dicendogli che volevo tradurre Thierry Metz, e in particolare il primo libro di Metz, Sur la table inventée, edito da Brémond. Spiegandogli che noi siamo una piccola casa editrice senza fini di lucro e che tutto quello che guadagniamo dai libri va per fare altri libri, in una specie di circolarità virtuosa, almeno idealmente. Jacques Brémond – ci scrivevamo via mail – ci ha generosamente donato i diritti del libro, e questo ci ha permesso di cominciare a lavorarci. Una volta uscito Sulla tavola inventata, di Thierry Metz, curato e tradotto da me, per le Edizioni degli animali, sono andato in Francia con mia moglie Teresa, artista e insegnante all’Accademia di Brera, per la seconda parte del nostro viaggio di nozze. A vedere i paesaggi del Petrarca, Valchiusa, di René Char, e di tanti artisti, che hanno eletto quei luoghi a loro dimora, Braque, e poco distante Leonora Carrington. Naturalmente meta del viaggio era Arles, dove in un paese lì vicino, a Monfrin, Jacques Brémond ha il suo Atelier. In un capannone, assieme ad un’impresa edile: è un luogo umile e magico insieme, con le macchine per stampare artigianalmente con i caratteri mobili. Un luogo stregato, pieno di libri, bellissimi. Fatti a mano, con carte pregiate, alcune realizzate in Francia, altre che arrivano addirittura dal Tibet. Un lavoro da certosino, compiuto con dedizione e pazienza, come in una preghiera. E Jacques Brémond, sembra a vederlo un folletto, dalla barba lunghissima, imbiancata, e dagli occhi miti come un animale che esca dal bosco e incroci per un attimo lo sguardo di un passante ignaro, per ritornare subito, spaventato, nel fitto degli alberi, lontano dagli umani.

Da dove proviene, poeticamente, Metz, su quali autori lucida e raffina il suo sguardo lirico? Che cosa porta alla poesia francese?  

Thierry Metz è un poeta autodidatta. Nella sua vita giornaliera, lavorava come muratore sterratore, come operaio, o come bracciante agricolo. La sera scriveva. O nei periodi in cui era disoccupato tra un lavoro e un altro. Nell’ultima parte della sua vita, a un professore di letteratura che gli chiedeva quali fossero i suoi autori preferiti rispose citando, come libri de chevet: il Pessoa del Libro dell’inquietudine, il poeta Adonis, le Elegie duinesi e i Sonetti a Orfeo di Rilke, Marguerite Duras, Jean Grosjean, le Poesie verticali di Roberto Juarroz, assieme ad altri autori. Conosceva le principali traduzioni della Bibbia. Come ogni vero poeta Metz non era un letterato, egli nasce poeta. La sua lingua tende a una estrema semplicità. La sua parabola ricorda quella di Rimbaud, la prossimità del silenzio come radice oscura (luminosa) della lingua. In un periodo in cui i letterati sono perlopiù dei mestieranti, ossessionati da un narcisismo che nuoce gravemente alla loro opera (di esseri umani e di artisti), Thierry Metz ci insegna, che la poesia è una chiamata, un appello, un corrispondere ad una voce che parla dentro di noi. La poesia è vocazione, nella necessaria indistinzione di poesia e prosa – nella loro unità perduta. La poesia, l’arte, è un’esperienza mistica che nasce dal dolore e dalla gioia di esistere. In Thierry Metz, poi è stato purtroppo il dolore a prevalere, essendo egli stato testimone della morte del figlio, investito da una macchina davanti ai suoi occhi. Dolore inimmaginabile. Che nel tempo lo ha portato al suicidio. Ma dentro questo dolore, interrogandolo – senza infingimenti, senza orpelli – Metz ha cercato e mantenuto nella lingua un’apertura, un’assenza presente, una corrispondenza impossibile, con ogni creatura. In una poesia che è testimonianza della prossimità (dell’origine dimenticata e della loro indissolubile unità) della parola al silenzio. Fino a sfiorare – a raggiungere? – quel luogo agognato dove non servono più parole, dove le parole sono in più: fino a donare a noi lettori quella parola originaria che è silenzio differito.

L’editore di Thierry Metz: “Jacques Brémond, sembra a vederlo un folletto, dalla barba lunghissima, imbiancata, e dagli occhi miti come un animale che esca dal bosco e incroci per un attimo lo sguardo di un passante ignaro, per ritornare subito, spaventato, nel fitto degli alberi, lontano dagli umani”

Come si traduce un autore come Metz, di che natura è il suo linguaggio? Che strategie linguistiche hai adottato per farlo tuo?  

Prima di essere un editore sono uno scrittore che scrive in prosa, sebbene in una prosa vicina al sentimento della poesia. Dunque come scrittore tradurre poesia è sempre un’esperienza estatica, del limite della lingua. Limite che la poesia – e in particolare quella di Metz – raggiunge spesso, oltrepassandolo, mentre la prosa resta dentro una vitalità più trattenuta. Insomma, semplificando: la poesia è verticalità della lingua, la prosa è orizzontalità. Traducendo poesia impariamo di nuovo, ci misuriamo – secondo i nostri limiti – con quell’essenzialità della parola che è tipica della poesia, ritroviamo il sentimento della verticalità. Thierry Metz è un grande poeta perché possiede il dono della semplicità e della semplificazione: cioè la capacità di ritrovare la semplicità quando questa ci sembra perduta. Ho cercato di tradurlo pensando a questa semplicità, questa prossimità silenziosa con le sorgenti della lingua. Naturalmente ogni traduzione è per definizione incompiuta, perché deve misurarsi con i limiti del traduttore, in questo caso i miei: con il suo sentimento della lingua materna, e la sua capacità di accogliere la lingua straniera, di ospitarla degnamente, abolendo infine la distinzione tra le due.

Un verso di Metz che ritagli e tatui in cielo, a memoria. E perché proprio quello.   

“Dov’è il fratello alchemico/ uomo della prima/ dell’ultima cena” (Où est-il le frère alchimique/ homme du premier/ du dernier repas). Amo questi versi in particolare e tutta la poesia, perché sono un invito a mantenersi aperti, nei confronti di ogni creatura, persino di fronte all’alterità che ci abita. Un invito a non chiudere il cuore, questa radice stellata, dimora della lingua e del sentire, casa del sangue: del sangue che per i mistici è la casa dell’anima. Semplicità e comunione, di una fraternità alchemica: gioia della metamorfosi. L’arte è metamorfosi, la vera poesia è sempre psicagogica.

A un editore faccio una domanda editoriale: come si fa editoria oggi in Italia?  

Sono stato per tanti anni un redattore e un collaboratore, assieme ad altri amici, della rivista “In forma di parole”, diretta da Gianni Scalia, maestro amatissimo e generoso nella condivisione del pensiero, e nel fare poetico: il lavoro redazionale, la capacità di accogliere progetti nuovi e inascoltati. E questo nell’assoluta gratuità. È questo sentimento della gratuità che animava “In forma di parole” che cerco, con i miei mezzi, con la forza che mi è stata data, di restituire. Così sono nate due case editrici: le Edizioni degli animali, assieme ad un amico congolese Albert, Ngosa Kalalwe, e i Portatori d’acqua, assieme a Simone Massa e ad un gruppo di amici che ruotano intorno a Pesaro e Bologna. Due esperienze che nascono come associazioni culturali senza fini di lucro, autofinanziate, in povertà. Ma nelle quali sentirsi liberi di corrispondere a quel sentimento della gratuità che oggi viene vilipeso, deriso, dimorando incompreso. È sempre la bellezza a guidarci (mai considerazioni di carattere economico, anche se ovviamente ci sono dei libri che vorremmo fare ma che non riusciamo a fare). Alla radice del mio lavoro di editore sta quello di scrittore. Il lavoro a cui tengo di più, da scrittore, uscito proprio con i Portatori d’acqua è un libro chiamato Libro del vento. Una specie di critica della modernità, attraverso una critica dell’immaginazione e della forma romanzo. Un libro che parla al sentire, all’emozione, all’immaginazione risvegliandola, e non alla ragione, che è oggi quasi sempre una ragione claudicante. Come mi è capitato di dire altre volte lavoro ai miei libri come se fossero libri di altri e a quelli degli altri come se fossero miei. Con le Edizioni degli animali stiamo cercando di approfondire il rapporto umano-natura: ragionando sul perché gli esseri umani si siano esclusi dalla natura, per depredarla. Ignorando così la loro animalità, degradandola. In fondo i poeti sono animali. Pasolini diceva bestia da stile. Stiamo lavorando ad altri libri di Thierry Metz. Oggi in Italia solo i piccoli editori sono liberi di fare i libri che vogliono, gli altri spesso sono preda di considerazioni di carattere meramente economico.

***

Per gentile concessione pubblichiamo alcune poesie tratte da: Thierry Metz, “Sulla tavola inventata”, Edizioni degli animali, 2018

 
Mi hai nascosto nel tuo morso serpente
nelle spire del tuo nome
infante di un’infanzia a venire
cresco con te
avvolto attorno alla mia sete
nel sonno interno     nero
della madre
attorto nell’orecchio rosso immenso
del dormiente

*

Hai sfiorato la sorgente
il grido
dalle mani roche
della guaritrice
Oh manovale
il tuo libro è nudo
e tu non hai nome
ma l’amata ha tracciato un cerchio
intorno al tuo chiarore

*

Scrivi
non nella scrittura
ma nell’intimità del pozzo
dove il più chiaro si nasconde

Thierry Metz