02 Febbraio 2024

“C’è ancora domani”: storia di un successo annunciato (secondo i canoni della CIS, la Commedia Italiana Semplificata)

“Volevo raccontare i diritti delle donne. In particolare di quelle donne che non si è mai filato nessuno. Ho ascoltato tanti racconti di nonne e bisnonne che hanno vissuto quel tempo. Per questo il film è in bianco e nero, perché quando loro parlavano io le immaginavo così, le loro storie. Storie raccontate con disincanto, quasi con fatalismo. Nel film sono rappresentate dalle donne che commentano tutto nel cortile. Mi è rimasta nella testa una frase che dicevano, a proposito di quelle, tra loro, maggiormente vessate: «Eh, porella». Da piccola ascoltavo i loro racconti e mi sembrava che ci fosse una contraddizione, come uno stridere, tra la drammaticità del racconto di queste donne schiacciate dai mariti violenti e il tono che usavano, quasi leggero”.

(Paola Cortellesi intervistata da Walter Veltroni, Corriere della Sera, 29 dicembre 2023)

Ora che il processo di consacrazione sembra essersi compiuto, possiamo spendere qualche parola sul grande fenomeno cinematografico italiano di questa fine 2023: C’è ancora domani, la pellicola diretta e interpretata dall’attrice Paola Cortellesi, qui alla sua prima prova da regista. Film del quale ancora non si è finito di discutere, un evento centrato sul tema “diritti delle donne” che ha smosso opinioni, emozioni, polemiche più o meno ideologiche, fino alla salita in cattedra dell’autrice alla LUISS – lì portata in trionfo sugli scudi – per venirci a spiegare quanto le fiabe della tradizione occidentale siano sessiste e patriarcali, quanto Biancaneve veniva sfruttata dai nani come donna di servizio, quanto il cacciatore l’avrebbe risparmiata se fosse stata una “cozza” invece di essere bella e altre demenziali trovate politiche. Tutte questioni accuratamente riportate da La Stampa l’11 gennaio scorso, su cui si è ulteriormente polemizzato e che non richiedono altre considerazioni.

Come viene sintetizzato da Vanity Fair,

«C’è ancora domani è un film che parla di violenza di genere e arriva al punto evitando qualche rischio. Come quello di fare della protagonista una vittima sacrificale: ovviamente vittima del marito lo è nella sua vita fatta di prevaricazioni e violenze, ma Delia è un personaggio che incarna la resilienza. Non è un’eroina femminista ed è giusto che non lo sia: siamo nel 1946, le donne cominciavano a votare proprio in quel periodo, e i diritti delle donne non erano un tema del dibattito pubblico quotidiano. Delia non ha alcuna consapevolezza della sua condizione, come non ce l’avevano le donne del popolo della sua generazione, ma il pubblico tifa per lei fin dalla prima scena in cui riceve un ceffone come buongiorno. L’empatia con la protagonista è data anche dall’uso del registro della commedia, che potrebbe pure risultare offensivo per la sensibilità di oggi: come si fa a ridere di una donna maltrattata dal marito? Le botte, poi. Le scene delle violenze sono sublimate in coreografie o non mostrate. Una scelta che Paola Cortellesi ha motivato con la volontà di evitare il voyeurismo del pubblico».

Dunque, cominciamo dal ceffone mollato dal bruto nella prima scena. Come sappiamo, in molti film italiani di serie B, e in molte fiction televisive, c’è l’esigenza tassativa di mettere subito in chiaro come stanno le cose, in che situazione si trovano i protagonisti e cosa ci si deve attendere da lì in avanti, preparando già lo spettatore a ciò che troverà nel seguito – cioè imboccandolo col cucchiaino – per risparmiargli la fatica di restare in sospeso e interrogarsi nel corso della narrazione, evitando quello che una sceneggiatura vera dovrebbe invece fare, come limitarsi a offrire dettagli, frasi o immagini “indiziarie” che nello scorrere della storia rivelino gli antefatti gradualmente, impegnando in modo attivo chi segue lo snodarsi degli eventi, dei flashback, delle agnizioni e tutto quello che forma lo sviluppo del racconto. Purtroppo, la sceneggiatura di C’è ancora domani adotta proprio lo schema elementare e facilitato, quello della cosiddetta Commedia Italiana Semplificata (CIS), il format che punta a un pubblico di bocca buona, scarsamente dotato di senso critico, che anche nei momenti di svago – come quello di andare al cinema – cerca la formula di facile fruizione che confermi ciò che già sa, senza richiedere troppi ragionamenti induttivo-intuitivi. E con il suo film Paola Cortellesi ha fatto centro, ideando e confezionando un successo costruito a tavolino usando le formule della Commedia Italiana Semplificata, in un’operazione da manuale molto chiara.

Facciamo un esempio. Com’è noto, i libri pubblicati da Fabio Volo hanno venduto montagne di copie e l’hanno fatto ricco. È stato un successo imprevedibile? Niente affatto, è stato un successo programmato da un comitato di volpi, che si è basato su tre fattori principali. Il primo: l’autore era già noto a livello televisivo e radiofonico, quindi aveva già un pubblico che sarebbe andato a comprare i suoi libri e avrebbe entusiasticamente “passato parola”. Il secondo: essendo introdotto nell’ambiente dei media mainstream, i suoi libri sarebbero stati propagandati urbi et orbi, come accade coi personaggi più o meno potenti. Il terzo: Volo non è mai stato uno scrittore, bensì un “cazzeggiatore” di ottimo livello, sia in radio che in tv, e questo avrebbe attirato i cazzeggiatori e le cazzeggiatrici che si sarebbero riconosciute in quel genere di cazzeggio, un’enorme quantità di gente che i libri normalmente non li legge ma che in quel caso sarebbe eccezionalmente corsa in libreria. Da questi tre discende un quarto fattore, ovvero un corollario: il target dei libri di Fabio Volo era costituito proprio da non-lettori: la massa schiacciante che può sbaragliare qualunque esercito, quelli che, se leggono un libro all’anno, leggono il suo. E qui, allo stesso modo, il film di Paola Cortellesi non è stato affatto un successo imprevisto, e se qualcuno lo sostiene è in malafede. È stata un’operazione ben studiata che ha sfruttato i fattori sopra descritti: il primo, la notorietà dell’attrice sia per i film commedia – più o meno semplificata – in cui è molto presente, sia per le fiction televisive e gli show comici; il secondo, le passerelle in tv, sui giornali e nei circoli amichettistici che contano elevate al quadrato; il terzo, quello determinante, il target scelto: quell’enorme bacino di pubblico che normalmente non va al cinema ma che, con i giusti stimoli delle ultime vicende mediatiche, come il tema della violenza sulle donne e l’affermazione dei loro diritti, viene indotto ad andarci.

La formula ha funzionato benissimo, grazie all’impostazione CIS di C’è ancora domani. Siccome il pubblico che va nelle sale è sempre meno, perché drogato dalle serie televisive guardate a casa e dalle scadenti fiction italiane che guastano il palato, bisognava creare un film dichiaratamente “impegnato” sul tema del momento – la violenza e la bestialità degli uomini sulle donne eccetera – che però adottasse tutte le semplificazioni possibili per attirare quegli spettatori che al cinema non vanno più. Così, Paola Cortellesi e il suo staff confezionano il prodotto a puntino, prendono la spettatrice-obiettivo e le dicono: “Lo vedi questo con la faccia da scemo (il personaggio interpretato da Valerio Mastrandrea)? Ecco, questo è un marito-padrone schifoso e violento che mena la moglie. Guarda, te lo mostro subito”, e pum, un bel ceffone alla consorte nella prima scena, al risveglio, senza motivo, appena alzata la testa dal cuscino. È così che Cortellesi e il suo comitato hanno fatto centro al botteghino, adottando gli strumenti della CIS – quelli che sviliscono il nostro cinema rendendolo caricaturale e poco credibile, adatto perlopiù a spettatori sotto-dotati – e sfruttando i mezzi e battage a disposizione, comprese le polemiche montate ad arte contro i critici che hanno espresso riserve e perplessità sulla qualità del film.

Per questo successo non intendiamo scandalizzarci, anzi ci complimentiamo, soprattutto per un motivo: Paola Cortellesi è un’attrice molto brava che in questo film ha offerto una recitazione migliore di tutte quelle precedenti, cinematografiche e televisive. Su questo punto ci piace sposare l’opinione espressa sui social da un produttore cinematografico romano:

«Ebbene, lo confermo: Paola Cortellesi recita nel suo film meglio che nei film di tutti questi distratti e stracchi signori – compreso il marito – che sono soliti approfittare della sua verve comica e vagamente stralunata per usarla come Paola Cortellesi col pilota automatico di Paola Cortellesi, senza intervenire più di tanto, senza andarle mai contro, senza provare a rompere quel tanto di legnoso che c’è nella stampella a cui, per mestiere, inclinazione, maschera, e un po’ anche per anchilosi tecnica, appoggia il suo modo di interpretare. Lo ha fatto lei, approfittando dell’occasione che si è data da sola, non si sa se per dimostrare a tutti che era in grado di farlo, di farsi guidare da sé stessa, o per gustarsi la libertà che le era stata concessa. Tutto qui. Non accade sovente che gli attori che, per la prima volta, si autodirigono nei film corrano di questi rischi, soprattutto perché gli attori hanno bisogno di essere diretti, lo chiedono, e non solo per essere aiutati a esprimere al meglio quello che si vuole da loro, quello per cui sono stati scelti, e neanche come forma di rassicurazione, ma perché confidano che qualcuno, da fuori, veda qualcosa che loro stessi non vedono, e che vorrebbero fosse portato alla luce, in una parola: inverato. Con questo non voglio dire che C’è ancora domani sia un capolavoro, non lo è per me, anche se il pubblico popolare del cinemino borgataro dove l’ho visto io per la seconda volta (apposta) lo grida alla fine della proiezione. Lo grida!, signori della Corte, e applaude a scroscio sui titoli di coda. Cosa che non avevo più sentito davanti a un film italiano dai tempi di Non ci resta che piangere, che neanche quello mi è mai piaciuto più di tanto ma di cui riconosco il carisma comico dei due comici super-empatici che lo tengono su con niente. Non si tratta di esaltare il film, come mi accusano, si tratta di riconoscere quello che è giusto, anche da chi sul film ha delle riserve, lo trova retorico, banale, rivendicativo, manicheo, persino maldestro in molti passaggi, e comunque facile nel suo sposare lo spirito dei tempi per usare il passato remoto “neorealista” al contrario, cioè come uno stile espressionista dove tutto è esasperato, plumbeo, incubatico, anche qui programmaticamente, studiatamente, per avere un effetto altrettanto facile quanto fasullo di liberazione finale delle coscienze, sin troppo gravate dalle ripetute brutalità di quel ripugnante microcosmo proletario, e che spartisce le reazioni del pubblico tra le risate e gli sbotti di sdegno».

Il pubblico popolare da cinemino borgataro, proprio quello di cui parlavamo: lo spettatore e la spettatrice che hanno bisogno d’essere imboccati, perché un film che chieda qualche sforzo cognitivo, di intuizione, di attesa sarebbe pesante da reggere e difficile da interpretare. Non serve scomodare Ken Loach per ricordare che esiste anche un vero cinema di impegno, duro, scabro; basta pensare al film American Woman di Jake Scott per rievocare quelle poche scene di violenza, brevi ma autentiche ed espressive, efficaci, dove lui mena davvero e in cucina si spacca tutto, col ragazzino che deve scappare dai vicini. Lì c’è una storia che si sviluppa, c’è una profondità psicologica che si dipana lungo il racconto, mentre in C’è ancora domani ogni personaggio è un caratterista fotografato nelle sue battute senza contribuire a un senso complessivo della storia che non sia puramente ideologico; e le botte vere non si mostrano perché turberebbero troppo, per carità: qui siamo nella piena correttezza politica da scuderia egemonico-culturale di sinistra, quindi si ricorre a quei ridicoli “balletti” surreali che ne fanno le veci, purtroppo senza riuscire a cucire i segmenti della narrazione mantenendo un pathos. C’è forse da aggiungere che le scene di violenza sono più impegnative da realizzare, e per questo bisogna essere attori bravi e adatti, cosa che nella CIS non è affatto garantita.

Insomma, c’è molta inautenticità in questo film, a cominciare dal bianco e nero che vorrebbe omaggiare il cinema neorealista ma resta una semplice assenza di colore: qui una fotografia più contrastata – alla Schindler’s List – avrebbe giovato aggiungendo un po’ di vigore. Inoltre, la resa espressiva dell’arte cinematografica cede completamente agli intenti programmatici, alla facile rivendicazione politica per le donne vittime del sistema patriarcale che si ritiene ancora vivo e sul quale si vuol mandare un messaggio preciso; ma questo lo si sarebbe potuto realizzare meglio lavorando sulla profondità psicologica dei personaggi, qui quasi assente. Poi, le musiche miste – canzoni d’epoca alternate a successi contemporanei – sono montate come se pure quelle dovessero guidare gli spettatori a capire le cose. Tutto l’insieme sa molto di premeditazione, di costruzione a tavolino puntando sia al pubblico della Commedia Italiana Semplificata sia, sull’onda lunga, ai David di Donatello e agli altri premi dove engagement e correttezza politica fanno punteggio.

Torniamo a citare il produttore cinematografico romano in una discussione sui social, per confermare ciò che si è detto sul pubblico-target di C’è ancora domani:

«questo di cui si parla è un film che sta nei cinema, dove appunto nessuno va più volentieri, perché considerato fuori tempo e fuori moda, perché impone la platea, la dimensione collettiva, l’afrore di belve, o il sentore di popcorn che esala da quei secchielli giganteschi che tengono sulle ginocchia i ragazzini-zombie bombati di Marvel e John Wick. Non è un bel vedere, in effetti. Così come non è un bel vedere le sale del Giulio Cesare o dell’Eden coi loro ottuagenari che si trascinano lenti rasente i muri e si lasciano cadere sulle poltrone come nell’astanteria di una clinica per lungodegenti di Vigna Clara. Eppure, nei cinema dove si proietta il film della Cortellesi non c’è solo questa gente, ci sono persone, si vede, che al cinema non mettevano piede da trent’anni o anche più, che manco sanno che la proiezione è diventata digitale e bisogna sedersi nel posto assegnato dal computer alla cassa».

Insomma, sono i defunti delle sale cinematografiche che risorgono dalle tombe e vanno a vedere il baffuto Valerio Mastrandrea – marito brutale meschino e puttaniere, ovviamente in canottiera per far capire meglio ai meno dotati – che con quel parrucchino impomatato dà il peggio di sé. Per inciso, la scena in cui la figlia rimprovera la madre: «Non vedi che sei ‘na pezza da piedi? Perché te fai trattà così? Perché non te ne vai?» è goffamente strumentale: sarebbe più credibile se a dirlo fosse una parente o un’amica, visto che una ragazza così acerba e ancora da maritare, in grado di appoggiarsi solo alla madre, non potrebbe restare con un padre semi-delinquente e un nonno ugualmente odioso (che augura alla nuora di «imparà a stà zitta» e ricevere un «fracco de legnate»).

Sul grande successo della pellicola si è espresso sul Corriere della Sera il critico cinematografico Paolo Mereghetti, che sottolinea «il suo valore educatamente pedagogico»: una storia di sottomissione e umiliazione quotidiana dove Delia-Cortellesi subisce in silenzio fino alla catarsi finale in cui le donne vanno a mettersi in fila per votare per la prima volta.

«Diversamente da tanti film emotivamente più coinvolgenti, C’è ancora domani offre a chi sta in sala una piccola, semplice, lezione di vita, di quelle che non vogliono offendere e che non pesa troppo condividere… Il film di Paola Cortellesi parla senza gridare… e alla fine ci fa sentire più buoni e bravi proprio perché abbiamo condiviso con lei una (rassicurante) lezione di educazione civica».

Quello che impoverisce di più l’opera, infatti, è il grande “spiegone” che sta sotto ogni mossa, snodo, dialogo con cui si svolge il racconto, che somiglia a un tema in classe compilato diligentemente da un’allieva bella e brava.

Nello spiegare a Walter Veltroni com’è nato il film, Cortellesi dice di aver voluto raccontare i diritti «di quelle donne che non si è mai filato nessuno. Ho ascoltato tanti racconti di nonne e bisnonne che hanno vissuto quel tempo». Ma potrebbe essere intervenuta qualche altra ispirazione, magari da un film svizzero uscito nel 2017 che pochi ricordano: Contro l’ordine divino, per la regia di Petra Biondina Volpe, in certo modo anticipatore di C’è ancora domani. Siamo nel 1971, in un paese di montagna dalle parti di Zurigo, dove le donne non solo non hanno ancora il diritto di voto (mentre da noi c’era già il divorzio) ma, secondo la legge, per poter lavorare devono addirittura ottenere il consenso del marito. Sembra incredibile, eppure è così: per dare il voto alle donne svizzere fu necessario un referendum tenutosi proprio in quell’anno; e già ci avevano provato nel 1959, senza successo. Il film durò poco nelle sale e venne ben recensito da Michele Anselmi, già critico cinematografico de l’Unità (quella dell’epoca, oggi morta e sepolta):

«immersa in un’atmosfera fortemente maschilista, la giovane madre e sposa Nora sente affiorare dentro di sé il senso di un’ingiustizia insopportabile. Stanca di sbrigare le faccende in casa e di accudire il suocero incattivito, lei sogna un lavoro da segretaria, ma per farlo deve avere il benestare del marito Hans. Il quale, pure avvertendo il peso di leggi insensate da abrogare al più presto, è preso in un meccanismo ancestrale, teme di passare per un uomo senza palle.

(…) Insomma, avrete capito: Nora, nell’esecrazione della piccola comunità, decide di ribellarsi, con atti simbolici e pratici capaci di mandare prima in crisi il ménage familiare e poi la fasulla tranquillità del paesino. E intanto, mentre gli ometti minacciano di passare alle maniere forti, donne di ogni età trovano via via la forza di unirsi a lei nello sciopero, dando vita a una “piccola comune” nel ristorante gestito da un’italiana bella, allegra, emancipata. “Le donne in politica vanno contro l’ordine divino”: a dirlo non è un uomo retrogrado e bigotto, ma un’odiosa e potente zitella che profetizza sventure alla voce “emancipazione femminile”. Il film, attento a dosare aria del tempo e messaggio civile, non si nega nulla, persino una sbuffa seduta di autocoscienza femminile, tenuta da una hippy svedese, sulla scoperta del corpo, anzi della vagina. Ne esce una sequenza interessante, dalla quale Nora emerge a sua volta con una rabbiosa consapevolezza urlata in faccia al marito sgomento: “Ho una tigre tra le gambe e non ho mai avuto un orgasmo”».

Lì il tema venne svolto senza gli incasellamenti e le remore della correttezza politica, che da noi finisce per strangolare un film – come quello di Cortellesi – che avrebbe potuto avere altri esiti, se solo si avessero avuti gli strumenti e li si fossero saputi usare con la giusta dose di coraggio. Invece troviamo scopiazzature, buchi di sceneggiatura, tòpoi proverbiali tratti dal neorealismo novecentesco, oltre a trovate bislacche – come i balletti per mascherare le botte o l’esplosione della gelateria per mandare a monte il matrimonio della figlia – e a macchiettismo inestirpabile. Non mancano nemmeno gli ammicchi e la retorica da miniserie Rai, la recitazione da (bravi) filodrammatici che non esce dai binari già visti e consolidati, con la riduzione di vicende storiche alle esigenze mediatico-politiche attuali, con l’obiettivo preciso di intercettare il pubblico di marca televisiva. È stato così, con le giuste mosse, che il comitato di volpi ha creato un fenomeno commerciale che è diventato di costume e poi di dibattito politico, chiudendo il cerchio.

Paolo Ferrucci

Gruppo MAGOG