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Quella volta in cui Fellini chiese a De Sica di fare il “frocio” e fu ripreso da un’assistente olandese, “vuol fare il porco e non lo sa fare”

È impressionante la capacità visionaria del parlare, pur così colloquiale, di Fellini, forse neppure troppo rivisto e corretto nel passaggio dal magnetofono alla macchina per scrivere, come accenna di voler fare in un altro passo dell’intervista. Un piccolo capolavoro è il racconto dell’incontro con De Sica durante le riprese di Stazione Termini, avvenuto all’interno di una carrozza ferroviaria di prima classe, a mezzanotte. Fellini vorrebbe proporgli il ruolo di Majeroni nei Vitelloni, ma è intimorito dalla figura del regista, già entrato nel mito del neorealismo. Nel ricordo tratteggia un rapido scambio di battute: Fellini dipinge il personaggio, giocando con i tempi delle risposte, con la perplessità di De Sica, espressa da una sola parola: «Frocio?». Pare di vederlo, elegantissimo, fascinosissimo, scandire quel bisillabo: «fro-cio?» e apporvi la sospensione di un punto interrogativo, che valeva non tanto per i gusti sessuali del personaggio, quanto per l’opportunità d’essere lui a impersonarlo. È cinema parlato quello che qui Fellini racconta; parlato e poi scritto; c’è ritmo, c’è ironia. Si vede tutto.

E infatti, parlando della Dolce vita, Fellini si tradisce e, riguardo alle spropositate tre ore di film, afferma: «Io l’ho fatto come faccio tutti i film: per liberarmene e soprattutto per la mia spudorata voglia di raccontare».

Le donne. Meravigliosa è l’apparizione all’Hotel de la Ville di Anita Ekberg (e meravigliosa doveva esserlo davvero). E poi le confidenze di Simenon «mi ha detto che ha fatto l’amore con diecimila donne», cui fa da contraltare il commento dell’assistente olandese della Dolce vita («una bella ragazza») che, a chiusura della scena dello spogliarello di Aïché Nana, commenta: «Vuol fare il porco e non lo sa fare».

Ammissioni di simili colpe (incapacità di amare, poca attenzione ai film dei colleghi, formazione culturale un po’ scapestrata) se ne trovano sparse in quantità, nelle parole di Fellini. I disamori hanno il loro angolo, altrettanto vivido come per esempio la fine della passione per le belle macchine, ammessa con qualche rimpianto. Anche la superstizione trova spazio in queste pagine. Pellicole che vengono girate perché d’improvviso un titolo di giornale sospinge all’azione, o che vengono abbandonate perché le sincronicità indirizzano all’inazione. È naturale che, parlando di psicanalisi, l’interesse di Fellini verta più sui nessi a volte arditi di Jung che sulla severità freudiana.

Un discorso a parte meritano le pagine dedicate a , significativamente contigue a quelle che ospitano l’elenco delle cose brutte e delle cose belle, di quelle detestate e di quelle amate. A leggere il racconto di Fellini sembrerebbe che il finale sia giunto inaspettato, ovvero quando, come accade nel film, il regista è determinato a chiudere la faccenda, a dire no. Non so se sia andata come dice, cioè che una festicciola di un operatore sia stata poi trasposta nella danza liberatoria nel cantiere dell’astronave. Non so. Sarebbe bello, ma chi può fidarsi di Fellini quando lavora con la memoria?

Entusiasmanti sono le considerazioni sulla luce, la vera materia del cinema così come la parola è la materia dello scrivere. Esaltante è la fiducia del regista nella possibilità di modificare atmosfere, realtà, immaginazione, sogni, qualsiasi cosa abbia voglia di riprendere, solo aggiustando «un cinquemila». In ultima istanza cos’è un film? Un fascio di luce proiettato su uno schermo bianco, per trasmettere le luci e le ombre di qualcosa che ha avuto luogo ed è stato impressionato altrove. «Il film si scrive con la luce, lo stile si esprime con la luce.» Parole sante.

Torniamo all’ultima frase del libro, quella dello spettatore deluso: «Ma perché lei non fa mai una bella storia d’amore?». Grazzini nella stringata prefazione afferma che, alla fine, è stato il cinema l’oggetto del suo amore, e il progetto s’è dunque realizzato. Io sono un po’ meno ottimista. Mi viene in mente la conversazione su una spider (ah, la passione per le belle macchine) tra la ninfa Claudia Cardinale e l’alter-ego del regista, con la frase ripetuta tre volte che, più che una condanna, in quel notturno e intimo prefinale di sembra un’esortazione al fare. Da qui prende il via il film che stava morendo:

È perché non sa voler bene.

È perché non sa voler bene.

È perché non sa voler bene.

Ecco il demone che ci condanna all’inazione. Il punto è sempre questo: essere consapevoli di quanto sia difficile manifestare la propria passione, eppure provarci.

Filippo Tuena

*Per gentile concessione dell’editore si pubblica uno stralcio dall’introduzione di Filippo Tuena (in origine: “Fellini, o la luce della memoria”) al volume “Sul cinema”, a cura di Giovanni Grazzini, edito da il Saggiatore

**In copertina: Federico Fellini e Marcello Mastroianni durante la lavorazione di “8½ “

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