“Pena e rimorso spezzano il cuore… che le stille del mio pianto ti concedano, un gradevole balsamo”
(J.S. Bach, Passione secondo Matteo)
Che il lamento sia il canto, che la lacrima sia la più circoscritta delle melodie. L’invito è di diffidare: temete coloro i quali fuggono le lacrime e sospettano della musica.
“Un’anima melodiosa: a parte l’espressione ridicola, c’è qualcosa di più bello, di più alto?”
D’altronde non vi è conforto tanto autentico quanto quello ricavato da colui che ha denudato il suo orecchio al cospetto di un profondo canto, di una toccata, di un quartetto. Diffidate dunque, non c’è altro che non sia questo esaltato ascolto che possa definirsi estasi o puraconsolazione, efficace antidoto contro la disperazione.Diffidate e ascoltate: i mottetti di Bach, l’anima dell’anima della musica, le sue cantate, le variazioni Goldberg, l’offerta musicale e l’irrealtà divina dell’arte della fuga, le sonate per organo, le passioni, la messa in si minore, le partite e il clavicembalo ben temperato. Ascoltate il Messiah di Haendel e la sua esuberanza, la sua perpetua invenzione, il sublime continuo (Cioran), la perfezione nello strazio del Il giardino d’amore di Scarlatti, i concerti per oboe di Benedetto Marcello, i madrigali di Monteverdi. E poi ancora, Mozart e la sua profonda felicità, il concerto e il quintetto per clarinetto, Il flauto magico, il Requiem e l’appagarsi della vita ma non dello spirito. Il quintetto in do maggiore di Schubert, le sinfonie e gli intermezzi di Brahms, il requiem tedesco e la rapsodia per contralto, morte e trasfigurazione di Strauss, Cavalieri, Beethoven, Debussy, Berg, Vivaldi… Ascoltate e non temete di piangere:
“Perduto è colui che non ha lacrime per piangere la musica, che vive soltanto, che vive soltanto ancora di quelle versate: la chiaroveggenza sterile avrà avuto ragione dell’estasi – che un tempo generava mondi…”
E. Cioran, Sommario di decomposizione
“La musica? Lacrime sonore. L’amore? Un voluttuoso pianto della carne. […] Le notti appassionate danno l’illusione di trovarsi al di là del mondo. Ma il risveglio svela di colpo gli oggetti, il tempo e gli uomini. E noi che pensavamo di non ritornare tra gli esseri… ma il risveglio dall’universo sonoro non è altrettanto crudele? L’essenza lacrimale dell’amore e della musica…”
E. Cioran, Breviario dei vinti II
La musica è uno dei riferimenti essenziali nella vita e nel lavoro di Cioran. Una presenza costante, inalterabile, che parla attraverso le sue inestinguibili ferite. Dal primo all’ultimo libro, Cioran dedica pensieri e intere pagine esaltate alla musica, giudizi senza ricorso, frasi ispirate. La sua stessa filosofia si offre alla musica. È interessante notare come la maggior parte dei commentatori dell’opera e della personalità di Cioran abbia prestato così poca attenzione alle implicazioni musicali che hanno contribuito al metabolismo intellettuale del transilvano (è edita dal 2016 in rumeno per le edizioni Humanitas, Cioran şi muzica, un’antologia sul tema), all’apporto determinante della scuola tedesca alle sue radici, all’influenza della voce austera e insieme appassionata del Cantor, al rapporto di tutto questo universo sonoro trapiantatoin un ambiente raffinato, mondano e frivolo come Parigi. La sua affezione appare ancor più chiara nella corrispondenza con George Bălan (Tra inquietudine e fede. Corrispondenza. 1967-1992, curata da Antonio Di Gennaro ed edita da Mimesis) musicologo, fondatore nel 1985 della Scuola Internazionale di Musicosophia scuola d’ascolto attento, ascolto cosciente della musica. È per questa assonanza d’intenti che quando Bălan, alla ricerca per tutta la vita dell’essenza metafisica della musica, si imbatté casualmente in alcuni pensieri inediti, in un libro sprovvisto di copertina – «Se soltanto Dio avesse fatto il nostro mondo così perfetto come Bach ha fatto la sua musica divina», «Sto cercando l’Adamo che ci avrebbe permesso di essere oggi in Paradiso» – e non poté far a meno di rimanerne folgorato; quelle pagine laceranti, che si riveleranno poi essere parte di Cartea amăgirilor (Il libro delle lusinghe, 1936, ancora inedito in lingua italiana) spinsero il musicologo a promuovere l’opera di Cioran nella loro terra, la Romania. Anche Tra inquietudine e fede, come tutta la sua opera, è dunque carico di questo duello con l’indicibile, con l’inafferrabile.
Per Cioran Dio non è altro che emanazione, “non è altro che un’allucinazione sonora della musica”: al di fuori della materia, tutto è musica, l’eterno è musica e Bach non è che “la forma spiegata dell’eternità”, “un languore di cosmogonia, scala di lacrime sulla quale salgono i nostri desideri di Dio, architettura delle nostre fragilità, dissoluzione positiva della nostra volontà, rovina celeste nella speranza”.Non vi è altro che vi si può avvicinare, nessuna opera umana, dopo le meraviglie dell’ascolto tutto rimane degradato, inutile, banale come dopo un amoroso miraggio, un prodigioso delirio dell’animo:
“Se per me Bach può sostituire il resto della musica, non vedo scrittore che possa rimpiazzare da solo tutti gli altri – neppure Shakespeare. Ci si stanca delle parole, fossero pure quelle di Macbeth o di Lear; non ci si stanca mai dei suoni, quando compongono certi mottetti, certe cantate”.
Chi canta prega due volte diceva Sant’Agostino, la parola non basta ad oltrepassare il mondo. Cioran lo sa, ogni parola è una parola di troppo, scrivere non basta («Eppure si deve scrivere: scriviamo… illudiamoci a vicenda»):bisogna calarsi nel canto, nei meandri dell’orecchio. Prestare ascolto a questa tensione verso la musica dovrebbe quindi spingerci a leggere le sue pagine come pagine di una partitura; la scrittura cioraniana è di fatto un’arte della fuga, una polifonia di accorato cinismo calata in un apparato di pensieri formalmente esemplari, soggetto/risposta/controsoggetto che si inseguono e non ci parlano d’altro se non dell’abisso estremo fra noi e il mondo.

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“Il Requiem di Mozart. Vi aleggia il soffio dell’aldilà. Dopo un simile ascolto, com’è possibile credere che l’universo non abbia alcun senso? Deve averne uno. Che tanta sublimità si risolva in niente, il cuore – così come l’intelletto – si rifiuta di ammetterlo. Deve pur esserci qualcosa da qualche parte, deve esserci un briciolo di realtà in questo mondo. L’ebbrezza del possibile che riscatta la vita. Dobbiamo temere il ritorno dell’amaro sapere, temere di ripiombarvi”.
“Da qualche giorno sono ossessionato dal mottetto di Bach Jesu, meine freude – sentito a Saint-Séverin. La musica torna a contare nella mia vita: sempre segno di un imperioso bisogno di consolazione”.
“Stamattina, al cimitero, cremazione di Sylvia Beach. Un’ora di Bach. L’organo conferisce alla morte una dignità che per natura non possiede trasfigura o dissimula questa miserabile caduta nell’inorganico, che ha qualcosa di terribile e di vergognoso; in ogni caso ci innalza al di sopra della nostra distruzione, della sua evidenza, impedendoci di guardarla in faccia, eludendola. Ci porta troppo in alto, non ci consente di porci sullo stesso piano della morte”.
“Ieri sera a Saint-Séverin, l’arte della fuga per organo. – Ecco la confutazione del funesto demiurgo, ho continuato a ripetermi per due ore”.
“A Saint- Séverin, un coro italiano che canta la Missa brevis di Palestrina e le stupende Lamentazioni di Geremia di Cavalieri. Quanto mi commuove questa musica cinquecentesca. Eppure, la mia attenzione si è allentata un attimo, appena il tempo di pensare che dovrei schiaffeggiare X… Ho notato che più le mie emozioni sono pure, più reazione suscitano in me voglie ridicole, tremende, irriferibili. Sempre e dovunque, scontro con la vergogna”.
“La musica da chiesa ortodossa (russa, naturalmente) fa pensare a un Monteverdi mongolo”.
“Si è riacceso il mio amore per Bach. Mi piace ascoltarlo al buio. Spengo la luce e assaporo le gioie della tomba. A volte è come se ascoltassi musica dopo la mia morte”.
Emil Cioran
*I testi sono tratti da: E. Cioran, Quaderni (1957-1972), Adelphi 2001, traduzione di T. Turolla