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Un maestro dei colpi bassi. Cesare Cases vs. Arno Schmidt

Primo round

Sul numero di ottobre 1954 de “Lo Spettatore Italiano” comparve Un giovane contro il Leviatano, recensione di Cesare Cases a due romanzi brevi di Arno Schmidt, Leviathan [Leviatano, 1949] e Die Umsiedler [I profughi, 1953].

Per comprenderla appieno, devo introdurre pochi dati personali del recensore: nato a Milano il 24 marzo 1920 a due passi dalla centralissima casa Manzoni, di agiata famiglia ebrea, liceo Parini fino alla promulgazione nell’autunno 1938 delle leggi razziali, per proseguire gli studi Cases emigra in Svizzera sostenendosi con la retta passatagli fino all’autunno 1943 dai genitori, poi fino al rientro in Italia nell’autunno 1945 da un parente; nel 1946 si laurea in filosofia alla Statale di Milano, nel 1951 si iscrive al PCI, nel 1954 insegna alle superiori a Pisa,  entra in casa editrice Einaudi come referente per la letteratura tedesca e scrive appunto la recensione, che qui epitomo intercalandovi in corpo minore puntualizzazioni tratte da Leviatano, Mimesis 2013, e I profughi, Quodlibet 2016 (entrambi a mia cura). 

Leviathan è il resoconto di un viaggio in treno, sembra da Berlino poco prima della caduta, verso una destinazione ignota” In realtà si va da Lauban a Görlitz, cittadine della Slesia (ora Polonia) dove Schmidt, figlio di una casalinga e di una guardia notturna, abitò negli anni Trenta, prima di farsi cinque anni di guerra e uno di prigionia. “Nel treno ci sono varie persone tra cui, oltre al narratore, una ragazza cui lo legano imprecisi rapporti amorosi”. In realtà un suo grande amore delle superiori, e un vecchio col quale fa “lunghi discorsi filosofici” dove la “cultura è usata in buona parte in funzione formalistica, estetizzante, per dare delle belle liste sonanti di nomi”. Il nazismo “è per lui l’incarnazione integrale del Leviatano, del brutto potere ascoso che opprime e distrugge l’uomo. Il nichilismo, la sete d’eversione, si appunta quindi contro ogni ordine in quanto ogni ordine è di natura leviatanica, è un precursore del ‘nuovo ordine’ nazista. Questa sommaria parentela tra Dante, Platone e, diciamo, Ilse Koch, rivela l’enfant terrible in rivolta contro i miti scolastici”; al contempo “c’è nel suo anarchismo qualche cosa di profondo e di indistruttibile: il momento dell’indignazione giovanile, della piena del cuore ferito”, cui si sovrappone l’altro “prometeico. I pochi ‘buoni’ sottratti alla morsa del Leviatano nutrono smodate ambizioni. Il prometeismo dello Schmidt non può professare che degli orizzonti asociali. Ma l’importante è che qui si trovino tutti i requisiti di quella rara avis che è un giovane, un vero giovane”.

Ora, “il momento dell’adolescenza è soltanto un momento. Ce ne rendiamo conto aprendo il secondo libretto, pubblicato a quattro anni di distanza: sul primo, piuttosto dimesso, troneggiava in copertina un orribile mostro”, “il secondo fa parte di una collana ‘Studio Frankfurt’ che è un calco dell’americana ‘New Direction’, coi medesimi irritanti caratteri Sparta (nati per la réclame, essi tradiscono l’immanenza della commercialità nella più esoterica letteratura d’avanguardia). Evidentemente i nihilisti si sono alquanto imborghesiti”. La casa editrice New Directions con la esse, fondata da James Laughlin, studente ad Harvard che vi pubblicò i migliori poeti d’America da Ezra Pound a William C. Williams, fu modernista anche nell’adozione dell’americano Spartan con la enne, spartano in quanto senza fronzoli i. e. grazie, eletto nel 1951 da una giuria mondiale di esperti il carattere più leggibile in assoluto. Studio Frankfurt, avviata nel 1952 dal cofondatore del Gruppo 47 Alfred Andersch, finì l’anno dopo al 12° titolo (della Bachmann), la cui copertina fu disegnata come le altre dalla moglie Gisela, nota grafica e pittrice post-espressionista.

“In Die Umsiedler si tratta di due profughi dalla Slesia, un uomo e una vedova di guerra, che traversano il Rheinland e poi trovano una residenza stabile nel paese di lei” che è di Wiesa, paesino adiacente a Greiffenberg in Slesia, e non ha ovviamente parenti nell’instabile residenza d’arrivo”: silenzio assoluto di Cases sui 10 milioni di profughi tedeschi sospinti verso il Reno dove oltre la metà delle cases senza esse era stata abbattuta dai bombardamenti alleati. “Preferivamo lo Schmidt che voleva la città senza uomini a questo che la vuole con pochi uomini comodamente installati”. Così comodamente da patire freddo e fame, giusto come Arno e la moglie, che si nutrivano di erbe selvatiche. I due “conversano interminabilmente di amore ed altre cose”. Il romanzo è di 50 pp., occupate per 1/10 dalle loro conversazioni (Schmidt in proposito affermò: “Io ci metto il dado, i lettori l’acqua”). “La sua ribellione è diventata decisamente prolissa, snobistica, cinica. Ci vedi il cittadino del mondo che si fa fotografare mentre brucia il passaporto, salvo richiederne uno nuovo il giorno dopo per non aver seccature. Si è rifatto la biblioteca: ‘Ottanta volumi (dopo la prossima guerra saranno soltanto dieci)’. Ahimè: il nichilismo erudito, per mantenersi in efficienza, ha bisogno di nuove prospettive belliche’”. 80 voll. trasportati a mano dalla Slesia, abbandonando tutti gli altri. L’Ahimè è inqualificabile i. e. abietto. Quanto al cittadino del mondo, de quo fabula narratur? “La stessa decadenza è nello stile, sempre abile, ma questa volta freddamente abile. C’è un richiamo ancestrale nel fatto che i due si stabiliscono a Bingen, patria di Stefan George (evocato anche dai caratteri «Sparta»). Bingen è una delle tante fermate del treno che li porta a Gau-Bickelheim, dove s’installano scomodissimamente. Lo Spartan ritorna qui come tedesco-ancestrale i. e. reazionario; in effetti i caratteri senza grazie coniati da George negli anni Dieci vennero ripresi alla fine dei Venti da Paul Renner, tipografo del Bauhaus che inventò il Futura, di cui lo Spartan è un’evoluzione (con buona pace dell’antiamericanismo). “Preferiamo continuare a credere che lo Schmidt abbia incarnato, almeno per un momento, la ribellione della genuina ‘gioventù del mondo’ contro la barbarie nazista”, sperando “si accorga che ci vuole un minimo di organizzazione anche per combattere il Leviatano. A meno che non si ritiri nell’egoistico menefreghismo malthusiano degli Umsiedler, il quale, come è ormai ampiamente dimostrato, è una delle più salde colonne su cui le tirannie leviataniche instaurano il loro sanguinoso terrore”. Organizzazione comunista, s’intende, come quella italiana cui Cases rimase iscritto fino a tutto il 1958, digerendo i fatti d’Ungheria del 1956 (carrista quindi) ed anzi soggiornando in DDR nel 1957.

Il 5 febbraio 1955 Cases scrive a Elena Croce, figlia di don Benedetto e direttrice del mensile liberalcattolico con annesso salotto romano: “Leggendo altri libri di Arno Schmidt, il nostro giovane per eccellenza, ho scoperto che costui ha… indovini quanti anni? Quarantacinque! Speriamo che non lo venga a sapere nessun lettore dello ‘Spettatore’ perché ciò basterebbe a disonorare me, e quel che è peggio, Lei”.  E il 14 dicembre 1955: “L’articolo su Schmid [sic] era del tutto sbagliato, e non solo per la questione dell’età. Per es. gli avevo fatto gli elogi per la castità dei suoi amori, mentre negli altri libri che ho letto si rivela un vero sporcaccione”. Il riferimento è a Paesaggio lacustre con Pocahontas, romanzo breve uscito a inizio 1955 sul primo numero del neonato bimensile “Texte und Zeichen” diretto da Andersch, e subito incriminato per blasfemia e pornografia (ma Cases non sa o non dice, come Schmidt fu costretto quell’estate a spostarsi ulteriormente dalla cattolica Renania-Palatinato alla protestante e più tollerante Assia).

Per quanto sbagliato fosse l’articolo, Cases comunque lo inserisce tra altri nel suo primo libro, una raccolta appunto, Saggi e note di letteratura tedesca (Einaudi 1963), premettendovi solo: “Quando scrissi quest’articolo partii dal pacifico presupposto che fosse un giovane, impostando tutto il discorso su questo convincimento. Invece è nato ad Amburgo nel 1910, cioè aveva già 39 anni quando uscì Leviathan”, ossia dieci più di lui.

Ma che avesse la coscienza sporca, lo dimostra l’edizione tedesca di Saggi e note uscita nel 1969 per l’Europa Verlag col titolo Stichworte zur deutschen Literatur, dove c’è tutto fuorché l’articolo in questione. Temeva giustamente di fare una figuraccia davanti al pubblico tedesco, più informato certo di quello italiano. Ma non passò inosservato in Italia, a giudicare dall’ultimo tomo uscito nel 1971 della Storia della letteratura tedesca di Ladislao Mittner, che apre l’ampio capitolo dedicato a Schmidt lamentando che in Leviatano “si continua a vedere il libro della ribellione della genuina ‘gioventù del mondo’ contro la barbarie nazista, sebbene esso sia stato scritto da un autore giunto allora quasi al quarantesimo anno di età. L’eccezionalità dell’opera realistico-fantastica di Schmidt, del quale dovremo parlare a lungo, consiste secondo noi nel fatto che è la sola nell’immediato dopoguerra a rappresentare il principio ulisseo e illuministico dell’intelligenza ed intraprendenza esploratrice e sperimentatrice, le quali non si lasciano attrarre dalla suggestione del gorgo, ma vi si avvicinano col fermo proposito di conoscerlo circumnavigandolo”. No, Schmidt “è un ulisside della specie di Joyce; è però anzitutto un ulisside che affronta con ferma volontà chiarificatrice le prove più difficili e appassionanti di tutti i miti e tutte le storie del passato, per riconoscere in ognuna di esse la stessa volontà e capacità umana di affrontare il male per conoscerlo e di conoscerlo per dominarlo”.

Peccato che Mittner, fidandosi di Cases, dia quasi quarant’anni a Schmidt che allora ne aveva trentacinque, essendo nato non nel 1910 bensì il 18 gennaio 1914.

Dario Borso

*La definizione di Cases – colpi bassi fu data dall’amico del cuore Renato Solmi. Dizionario Hoepli dei modi di dire: “Azione indegna, riprovevole, condotta a tradimento o mediante un raggiro ai danni di qualcuno, in genere per trarne vantaggio. Viene dal linguaggio pugilistico, dove definisce un colpo proibito inferto sotto la cintura”.

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