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Cesare Cases, un gigante cieco della critica che colpiva impunemente

La rivista “Il Portolano” di gennaio-giugno 2010 aprì con questa nota redazionale in grassetto: “Si presentano qui alcuni pareri inediti che Cesare Cases ha scritto per l’Editore Einaudi dal 1954 al 1970-71 circa. Si tratta di una piccola selezione fatta da Maria Fancelli su un insieme di più di cento pareri trascritti e cronologicamente ordinati dal Dott. Michele Sisto sulla base delle Carte Einaudi depositate presso l’Archivio di Stato di Torino, cfr. Letteratura tedesca nel campo letterario italiano (Tesi di Dottorato in Letterature Comparate, Università di Torino, a. a. 2005-2006, Relatrice Anna Chiarloni). Un’edizione completa di questo materiale uscirà prossimamente presso l’Editore Aragno, al quale va il nostro vivo ringraziamento per averci concesso l’autorizzazione a pubblicare questa scelta. Grazie anche a Michele Sisto, e un grazie particolare alla Signora Magda Olivetti Cases”.

A un lustro dalla morte di Cases, la germanista Fancelli nell’introduzione ai 31 pareri scelti afferma: “L’edizione completa dei circa quattrocento pareri ci permetterà di fare un discorso certamente più organico”, ma si “riconosce subito la stessa penna caustica e inesorabile, la stessa fulminante ironia e la stessa passione che contraddistinguono tutti gli scritti di Cases”. Ma nella maggior parte dei pareri “la parte più importante è occupata consapevolmente e deliberatamente dal riassunto […]; a questo esercizio umile di un resoconto di lettura Cases rimane sempre fedele, riservandosi ragionamenti, strali, benemerenze e dissuasioni per la parte finale della sua scheda”.

Perplessità Fancelli dimostra solo riguardo a certi pareri dati su autrici come Elisabeth Langgässer, definita da Cases “al limite del patologico, come Edith Stein, Simone Weil e altre donne che è meglio perdere che trovare”; ma “per fortuna sappiamo che Cases aveva grande stima almeno di Ingeborg Bachmann”. Tra il centinaio di pareri riportati da Sisto nella sua tesi di dottorato evidentemente non c’era quello del 1963 dedicato a una raccolta di racconti di Marie Luise Kaschnitz: “Sempre un genio in confronto alla Bachmann, ma anche lei piuttosto inutile” (della seconda Feltrinelli aveva appena pubblicato la raccolta di racconti Il trentesimo anno, nella traduzione di Magda Olivetti).

A completare la commemorazione di Cases sul “Portolano”, il germanista Giuseppe Bevilacqua con due ricordi personali. “Nel settembre del 1948 ero a Vienna”, e davanti alla nuova libreria sovietica “un libro attrasse la mia attenzione, non per l’autore che mi era del tutto sconosciuto, ma per il titolo: Georg Lukacs (sic), Essays über Realismus. Aufbau-Verlag, Berlin 1948. […] Lessi quel giorno stesso e fino a notte fonda, sempre più stupito e avvinto, il saggio Es geht um den Realismus e il carteggio con Anna Seghers”. (Il saggio attacca le avanguardie letterarie Brecht compreso, ma soprattutto Joyce cui contrappone Thomas Mann, mentre nel carteggio si disquisisce di realismo sovietico). “Poco dopo ritornai in Italia. Un giovane amico e concittadino, diventato in seguito un insigne avvocato, a quel tempo lavorava per Einaudi. Lo pregai di segnalare in casa editrice e di raccomandare per la traduzione quel libro e magari anche altri dello stesso autore. E la risposta di Giulio Einaudi, che quasi subito mi venne riferita, fu: ‘Di nuovo? Ma ho già detto poco tempo fa a quel giovane libraio di Milano: e va bene, lo traduca pure…’. Suppongo che nel ’48 Cases non fosse ancora ingaggiato stabilmente da Einaudi per consulenze editoriali. Ma credo che lo divenne non molto dopo”.

A stipendio fisso come consulente esterno Cases fu ingaggiato nel 1954, mentre commesso nella neonata Libreria Internazionale di Vando Aldrovandi fu per un paio d’anni da metà 1951. Di Lukács alla fine degli anni ’40 in Einaudi si occupavano Cantimori, Giolitti e Pavese, il quale nel 1950 fece tradurre ai fratelli italo-ungheresi Brelich Saggi sul realismo, raccolta che in comune con quella adocchiata da Bevilacqua ha solo il titolo, mentre Cases iniziò a tradurre una seconda raccolta, Il marxismo e la critica letteraria, a metà 1952 su suggerimento dell’amico Renato Solmi neoredattore all’Einaudi.

Il primo ricordo termina con un “credo” (che Cases sia entrato in Einaudi poco dopo il ’48), ma il discorso prosegue spavaldo con: “Lo so per un’ulteriore esperienza che mi costringe a parlare nuovamente di me, e me ne scuso. Già studente di liceo ero rimasto affascinato dalla lettura di Hölderlin e avevo tradotto una ventina di pagine dell’Hyperion. Mi informai presso Einaudi se erano interessati a una versione di quell’opera meravigliosa. La versione di Alfero del 1931 non era più reperibile. Sarebbe stata ripubblicata soltanto nel 1960”. (La torinese Utet la ristampò invero nel 1941, 1944, 1947). “Da Torino mi giunse una risposta positiva e io mandai il mio saggio di traduzione. Ma questa poco dopo mi fu respinta con una motivazione molto secca. A margine del mio dattiloscritto era [sic!] parecchie osservazioni critiche vergate con una scrittura minutissima. Solo quando negli anni ’50 Cases ebbe l’incarico all’Università di Padova e lo conobbi, potei riconoscere che quelle note erano di sua mano”.

Cases ottenne l’incarico nel 1959, poi passò a Cagliari. Se Bevilacqua afferma che “solo negli anni ’50” scoprì la grafia, allora il suo saggio di traduzione dovrebbe risalire agli anni’ 40, ma Cases solo dal 1954 iniziò a svolgere mansioni tipo il controllo di traduzioni altrui. A dar dunque credito al ricordo, dovremmo ipotizzare un Bevilacqua trentenne (n. 1926) il quale, da più di un decennio chino sull’Hyperion, finì bocciato da un neoassunto trentacinque (n. 1920). Ma temo che qui abbia prevalso la vena fabulatoria del Nostro che già si era palesata altrove (cfr. il mio Celan in Italia, Prospero 2020) e che l’Istituto Italiano di Studi Germanici adesso addirittura gonfia definendolo nel necrologio “corrispondente di Paul Celan”, quando di lettere tra i due allo stato attuale non v’è traccia.

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Come preannunciato dal “Portolano”, i pareri editoriali di Cases sono stati curati da Sisto in Cesare Cases, Scegliendo e scartando: pareri di lettura, Aragno, Torino 2013. L’ampia introduzione avverte subito: “Lungi dall’esprimere tout court il pensiero del loro autore, i pareri di lettura sono il prodotto di un’attività” che “presuppone non solo l’urgenza, tutta aziendale, di arrivare rapidamente a una decisione, ma anche la condivisione di un idioletto interno e la confidenza con interlocutori in grado di contestualizzare, come accade in qualsiasi conversazione privata, tali giudizi. Sono testi, in altre parole, privi di autonomia: solo l’insieme rivela il senso di un lavoro che è, per il suo stesso carattere, collegiale. Gli autori di questo volume sono dunque almeno due: Cases e l’Einaudi”.

La tesi è sconcertante: collegiale infatti erano la discussione sui pareri dei singoli consulenti e (parzialmente, in quanto l’ultima parola spettava all’editore) la decisione se pubblicare o meno, mentre i pareri erano farina esclusiva del consulente di turno. Più sconcertante ancora considerare la condivisione di un idioletto e la confidenza con gli interlocutori un ostacolo ad esprimere il proprio pensiero, quando invece avviene casomai il contrario (stando a Sisto invece, i carteggi andrebbero espunti dalla ricerca storica!). E il tutto poi contraddittorio, oltre che con la descrizione offerta da Fancelli, con la definizione di “parere di lettura” data dal curatore stesso: “un testo redatto nell’ambito di un’attività editoriale da un attore di riconosciuta autorevolezza, concernente la valutazione (più o meno articolata) di un’opera, e utilizzato per decidere dell’opportunità per pubblicarla”.

Un’altra dissonanza radicale rispetto a quanto preannunciato sul “Portolano”, è che l’edizione dei pareri non risulta completa: come spiegato in un’ampia Nota al testo, dei “circa cinquecento” ne vengono riportati “per ragioni di spazio e di leggibilità” solo 250 seguendo il seguente criterio: “Tutti i pareri positivi sono stati accolti senza eccezioni, nel volume; di quelli negativi si sono scelti i più ampiamente argomentati” ossia più lunghi, e scartati meno ampiamente argomentati, ossi più brevi. Dei pareri negativi riportati (4/5 del totale), 15 non superano le 5 righe, e quindi se ne deve dedurre che i pareri negativi scartati sono altrettanto brevi, se non più – in una parola, stroncature. Ora, raggruppando 250 pareri negativi di 5 righe distanziati tra loro di 5 righe vuote, raggiungeremmo un totale di 2.500 righe, e tenendo conto che una pagina Aragno consta di 42 righe, i 250 i pareri negativi scartati avrebbero occupato 60 pagine, cui aggiungerne altrettante di note esplicative del curatore per un totale di 120.

Nell’antologia, i pareri sono distribuiti cronologicamente dal 1953 al 1973: l’anno campeggia solitario in una pagina a destra seguita da una vuota, e ciascun parere parte a destra. Il risultato è che delle 600 pagine dedicate ai pareri, 150 sono vuote. Già solo rinunciando a partire obbligatoriamente a destra, l’edizione completa dei pareri sarebbe stata di 570 pagine. Se poi i pareri fossero stati incolonnati sotto l’anno di appartenenza a una distanza reciproca di 5 righe iniziando obbligatoriamente a destra solo con l’anno di appartenenza, tenuto conto che la pagina finale di ciascun parere è occupata da un minimo di 2 righe a un massimo di 40, si sarebbero risparmiate altre 110 pagine circa, sicché l’edizione completa sarebbe stata di 460 pagine in tutto, e il prezzo sarebbe abbondantemente sceso dagli attuali 40 €.

Pazienza, ma c’è un secondo criterio di esclusione: “Ad evitare di sottoporre l’insieme a una torsione anacronistica, si è resistito alla tentazione di antologizzare i pareri relativi agli autori celebri, poiché la loro canonizzazione è per lo più successiva al momento in cui Cases ha letto e valutato le loro opere”. Stante che tutti i pareri positivi sono antologizzati, a finire scartati risultano dunque i pareri negativi sugli autori all’epoca non ancora celebri: un trattamento di riguardo per celebrità postume, o un velo pietoso su pareri rivelatisi platealmente errati? In ogni caso, un criterio balordo e devastante.

Resta comunque inverosimile che tutti o anche solo la maggioranza dei 250 pareri scartati riguardi autori non ancora celebri: e allora? L’unica ipotesi plausibile è che si tratti di stroncature del tipo di quelle riportate, ma anche peggio, visto che risultano scartate: forse al limite dello scurrile?

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Tornando sulla terra ferma, nell’introduzione Sisto dà un giudizio complessivo su Cases alla luce dei pareri, attribuendogli “una predilezione per quello che, riprendendo la nozione lukácsiana di realismo critico, potremmo definire ‘realismo satirico’. […] A differenza dell’ironico, lo scrittore satirico è per sua stessa natura di parte: deve essere – o quantomeno mostrarsi – nel possesso della verità, legato cioè a valori, norme, idee o interessi di ordine religioso, morale, politico o ideologico”. (Se del PCI anni ’50, tanto meglio). “A un ‘realismo satirico’ multiforme e liberato da ogni necessità di mimesi naturalistica possono essere ricondotte alcune delle opere maggiormente apprezzate da Cases in questi anni: dalle ‘prose d’arte’ di Arno Schmidt al post-espressionistico La morte a Roma di Wolfgang Koeppen, dal kafkiano PLN di Werner Krauss alle storielle fantastiche di Kurt Kusenberg”.

In una nota a “prose d’arte” Sisto rimanda al saggetto di Cases su Schmidt apparso ne “Lo Spettatore Italiano” dell’ottobre 1954, e non ad un parere di lettura come per gli altri autori citati. I tre pareri risalgono poi allo stesso periodo del saggetto: novembre 1954, LPN, “Da qualsiasi parte lo si prenda, satira o romanzo kafkiano, il libro, scritto in uno stile quasi sempre mirabilmente tagliente e pregnante, così come pochi libri tedeschi, è sommamente degno di essere tradotto”; giugno 1955, La morte a Roma, “Che ci sia dentro molta decadenza è indubbio […], però c’è tutto il nazismo, tutto l’antiadenauerismo e tutto il disorientamento delle giovani generazioni. Perciò raccomando caldamente la traduzione”; novembre 1955, di Kusenberg “bisognerebbe proprio tradurre una scelta” (una sola riga, record assoluto).

Il termine “satira” con i suoi derivati compare solo nel parere su LPN di Krauss, accademico e politico della DDR nemmeno nominato nel monumentale tomo dedicato al ’900 della Storia della letteratura tedesca di Mittner, come del resto Kusenberg, mentre Koeppen occupa due pagine e mezzo, comprendenti un’ampia scheda su La morte a Roma che chiude con una “Osservazione nostra personale: anche gli antinazisti acritici possono provare un inconfessato piacere vedendo nel cinema scene di orrori compiuti dai nazisti; ed a questo pubblico sembra rivolgersi – per ingenuità o calcolo? – il romanzo di Koeppen”.

Apprezzatissime senz’altro tutt’e tre queste opere, anche se solo LPN rientrante nel genere della satira: ma Schmidt?  Senz’altro unico tra i quattro ad essersi “liberato da ogni necessità di mimesi naturalistica”, anche per questo fu avversato da Cases, nonostante il suo Sisto paladino insista a sostenere il contrario – contro di me, come si può vedere qui.

Dario Borso

*in copertina Baargeld, Tipica confusione verticale come ritratto del dadaista Baargeld, 1920. Il primo round dell’incontro si può leggere qui, il secondo qui, e il terzo qui

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