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Cases vs. Schmidt. 3° round sospeso per ko tecnico (ha vinto lo scrittore sul critico, come sempre!)

L’unica recensione significativa al “Menabò” venne a settembre 1966 dal “Franco tiratore”, la rubrica anonima di “Quaderni Piacentini” tenuta normalmente dal direttore Piergiorgio Bellocchio. Incipit: “L’ultimo ‘Menabò’, dedicato alla letteratura tedesca, colpisce anzitutto per il prezzo (L. 3000). Né il contenuto è tale da lenire l’afflizione. Colpa, in buona parte, del curatore del fascicolo, Hans Magnus Enzensberger (buon poeta e critico, d’altronde, e politicamente più che rispettabile), il cui saggio introduttivo, Letteratura come storiografia, non potrebbe essere nella sostanza più balordo ed evasivo. […] Secondo E., la prima fase più o meno ‘neorealista’ viene messa in crisi dalle opere di Arno Schmidt, che proponendo una storiografia pars pro toto apre la strada alla nuova letteratura tedesca.  […] Il Leviatano di Schmidt è un eccellente racconto, purché ci si dimentichi del ruolo che E. gli assegna.  Comunque, meno di 30 pagine contro circa 250 di testi mediocri o cattivi, è un po’ poco”.

Dopodiché, tre pagelle: “Uwe Johnson, pedante e confuso come sempre”; “Il brano di Peter Weiss troppo breve per dirci qualcosa”. (Giudizio sospensivo, superato mesi dopo dall’uscita per Einaudi de L’istruttoria, Punto di fuga e Marat-Sade); “La cosa peggiore è la commedia di Martin Walser”. (Querce e conigli, schedata da Cases nel 1962. “A me sembra una vera schifezza, ma siccome […] questa è un’occasione per strappare qualcosa a Feltrinelli che lo ha monopolizzato, raccomando caldamente questa commedia”. (Feltrinelli aveva pubblicato Matrimoni a Philippsburg e Dopo l’intervallo, romanzi stroncati entrambi dallo schedatore: “Martin è una specie di Françoise Sagan in versione tedesca, cioè enormemente peggiorata”.)

Infine: “Stupisce l’assenza di Esser, il cui Duello (ed. Einaudi) ci sembra in ogni caso molto più vivo di quasi tutti [i testi de]gli autori qui rappresentati”. […] E. va almeno lodato per averci risparmiato Günter Grass, la cui ultima fatica teatrale, I plebei provano la rivolta, ci è offerta dal ‘Verri’ (n. 219). È una caricatura di Brecht volgare e opaca, di uno squallore veramente socialdemocratico”.

Lo stesso numero di “Quaderni Piacentini” contiene un’ampia selezione da Brecht, Me-Ti (il libro delle svolte), con in coda: “La traduzione del Me-Ti comparirà l’anno prossimo, a cura di Cesare Cases, presso l’Editore Einaudi, che ringraziamo”. A seguire, “Traduzioni di Cesare Cases” da tre poeti della Ddr rifuse poi in R. Fertonani (ed.), Giovani poeti tedeschi, Einaudi 1969, dove vien detto che iniziativa e scelta sono di Cases. E, a fugare l’impressione che la rivista fosse un bollettino Einaudi, un’intervista sul rapporto tra teoria marxista e prassi rivoluzionaria rilasciata a Tubinga, dove Cases inneggia a Mao e prospetta un ricorso imminente alla violenza.

Per tornare a Schmidt, ecco la sua scheda del 28 agosto 1968 su Kühe in Halbtrauer (1964): “Deludente. Sono raccontini […] così corti che non si fa in tempo a immedesimarsi” (detto da un brechtiano di ferro…), e su Kaff auch Mare Crisium (1960), “enciclopedia dei motivi e delle ricerche letterarie di Arno Schmidt”, per cui “io proporrei: a) mantenere i diritti di Die Umsiedler, Leviathan, Seelandschaft mit Pocahontas b) chiedere i diritti di Kaff e mollare tutto il resto c) chiedere a Picco se vuol tradursi Kaff, forse è così pazzo che preferisce questo enorme malloppo ai piccoletti che ha sempre rifiutato c) in questo caso mollare i piccoletti, se no ripiegare su questi.”. Ardua da decifrare la proposta: Leviathan, raccolta costituita dal romanzo breve omonimo più due racconti ellenistici, era già uscita per intero nella traduzione di Picco, che della raccolta Die Umsiedler aveva tradotto il racconto ellenistico: non che rifiutarsi, gli sarebbe rimasto quindi da tradurre i romanzi brevi I profughi e Paesaggio lacustre con Pocahontas, uscito nel 1955 sulla rivista “Akzente”. Ad ogni modo, Einaudi si limiterà a ristampare Alessandro o della verità nel 1981.

Sul finire degli anni sessanta, Cases coinvolge Claudio Magris, Giuliano Baioni e Giuseppe Bevilacqua in un’iniziativa editoriale “per rendere omaggio a Ladislao Mittner in occasione del suo settantesimo compleanno”, che sarebbe caduto il 23 aprile 1972, oltreché fornire un o il canone della narrativa tedesca contemporanea. Nacque così Il romanzo tedesco del Novecento. Dai “Buddenbrook” alle nuove forme sperimentali, solo che il parto einaudiano fu tardivo, di ben 14 mesi rispetto all’anniversario, e pur podalico, se la premessa sine data elogia il “nostro massimo germanista stricto sensu” per i “tre poderosi tomi della Storia della letteratura tedesca (che ci auguriamo di veder presto completata)”: essendo il quarto tomo uscito il 20 febbraio 1971 per Einaudi, casa editrice della quale Cases e Magris erano autori e schedatori (free-lance il secondo, di 20 anni più giovane del primo) con accesso dunque alle bozze mittneriane, l’omaggio doveva essere maturo in grembo già nel 1970 (e in effetti il romanzo tedesco più recente trattatovi risale al 1967).

Gli autori del secondo Novecento trattati sono nove, ed è interessante accertare quanto coincidono col canone desumibile dal quarto tomo. Posto che l’importanza di un autore corrisponda al numero di pagine dedicategli, ecco l’elenco dei nove con a lato il numero di pagine dedicato a ciascuno dal Mittner, a scalare: Weiss 14, Grass 12, Böll 8, Johnson, 7, Walser 6, Lenz 2, solo citati in nota Gütersloh, Bayer, Wiener. Sette pagine invece ad Arno Schmidt, grande assente nell’omaggio, che nel complesso finisce per somigliare a quei regali di nozze choccanti per gli sposi.

Di Schmidt in Italia non si parlò più, ma proprio più per 30 anni abbondanti. In Francia invece, dove Schmidt era entrato nel 1962, all’inizio degli anni Novanta si ebbe un exploit di traduzioni con ben otto romanzi. E sul mensile diretto da Pierre Bourdieu “Liber. Revue internationale del Livres” del giugno 1994 rispunta Cases in francese con “L’asperge”, Arno Schmidt, dove racconta di Ferdinand Lion, un consulente editoriale Bompiani ebreo alsaziano “sempre a caccia di quelli che chiamava ‘asparagi’, di primizie letterarie o artistiche, di avanguardie appena sbocciate. Quando lo incontrai per caso a Milano nel 1954, mi chiese se c’era in Italia un ‘asparago’ comparabile ad Arno Schmidt. Gli confessai di non aver mai inteso nominare questo Schmidt e mi procurai questo Leviathan. Lo lessi e scrissi un saggio intitolato Un giovane contro il Leviatano. Non avevo potuto trovare informazioni sull’autore, nemmeno la data di nascita; mi era bastato l’entusiasmo di Lion per gli asparagi”. (Cases torna a distanza di 40 anni dove il dente duole, al punto da intendere “asparago” in un’accezione anagrafica estranea a Lion, la cui metafora stava a indicare un autore non noto indipendentemente dall’età).

“In realtà Schmidt non era un giovane, era nato ad Amburgo nel 1914 in un casermone di periferia. Questa vita angusta più la guerra non gli avevano permesso di pensare e di scrivere alla maniera degli espressionisti tedeschi, in particolare August Stramm, come avrebbe voluto. Non era dunque una primizia, bensì un frutto tardivo”. (Schmidt cioè non è un asparago in quanto, oltreché vecchio, è tardo-espressionista, un epigono). “Tuttavia la lunga ibernazione rendeva questa passione letteraria e anti-totalitaria più autentica che in un giovanotto”. (Il “tuttavia” compie il miracolo dialettico-autoassolutorio per cui Schmidt risulta infine giovane… in ispirito).

Sbrigata la pratica anagrafica, Cases prosegue: “Dopo la sua partecipazione alla guerra e la prigionia in Inghilterra, tentò di fare l’interprete, poi decise di diventare uno scrittore free-lance”. (Prigioniero degli inglesi fino a tutto il 1945 ma in un campo fuori Bruxelles, Schmidt campò come traduttore free-lance e scrittore solo free). “Visse miseramente fino al 1958, quando si ritirò nel paesino di Bargfeld nel Land di Luneburgo. La piccola cerchia dei suoi ammiratori lo aiutò allora a pubblicare una rivistina, i ‘Bargfelder Blätter’. È a Bargfeld che morì nel 1979”. (“le land” per “la lande”, la Landa; il “Bote”-Messaggero, non “Blätter”-Fogli. Gli ammiratori dal 1972 pubblicarono una rivistina dove si divertivano a interpretare punti “oscuri” dell’opera di Schmidt, il quale da par suo, a disdetta degli studiosi a venire, mai una volta si espresse in merito, palesando invece fastidio).

Da qui in poi parla il critico letterario: “Se la lingua di Schmidt è tributaria di Stramm e degli espressionisti, è complicata da una specie di scrittura automatica: […] l’inconscio intorbida la scrittura e fa sorgere attraverso le irregolarità ortografiche e grammaticali delle costanti inconsce di carattere principalmente sessuale”. (Surrealismo quindi e Joyce, che in effetti Schmidt tradusse e commentò… Non male per un epigono dell’espressionismo).  “Negli ultimi anni della sua vita, Schmidt si lanciò in progetti colossali che solo l’invenzione del computer gli permise di portare a termine: La scuola degli atei (1972) e Zettelsraum (1970)”. (Granchio, anzi granso poro: Schmidt fu sì il primo nella letteratura tedesca a usare la parola ’Computer’, ma da qui ad avercelo allora, lui così isolato e povero!)

Cases torna in carreggiata menzionando i “numerosi contributi sulla letteratura” tedesca di Schmidt dominati da una “inclinazione all’erudizione” che lo porta a rivalutare autori del passato poco noti e fuori canone. Così, “quando l’erudito si congiunge al cacciatore di asparagi in ibernazione, può succedere che scriva un libro di 400 pagine sul romantico minore Fouqué”. (Quindi Schmidt tale quale Lion e Fouqué tale quale Schmidt? Sconcertante, come la motivazione a seguire). “Provava il bisogno di attorniarsi di personaggi noti a lui solo o di happy few, e incoraggiò il culto dei suoi amici e compagni di scuola”. (Contrappasso pure qui? Schmidt col culto di scrittori noti a lui solo che incoraggia il culto suo dei ‘pochi privilegiati’ ammiratori della rivistina? Ma i compagni di scuola?! Quelli delle elementari e medie ad Amburgo, o quelli dell’istituto tecnico presso Lauban in Slesia dove s’era trasferito, o tutt’e due? C’è da impazzire).

E senza soluzione di continuità il gran finale: “Nel panorama della letteratura d’avanguardia Arno Schmidt resta un caso a parte, senza epigoni. A differenza di altri scrittori apocalittici come Karl Kraus, non disponeva di una cultura classica alla quale appoggiarsi nella sua lotta contro gli orrori del presente”.  (E i racconti ellenistici allora?). “Non vedeva nella ricerca formale, e a giusto titolo, che un mezzo per esprimere questo orrore e non un fine in sé, contrariamente a molti espressionisti”. (Come si lega, se si lega, questa frase alla precedente? E alla seguente?) “Si costruì con una precisione scientifica delle scale per raggiungere il cielo, come anche una serie di appoggi inediti usciti direttamente dalle biblioteche del mondo, ma tutte le strutture che gli erano servite nella sua ascensione crollarono al suo passaggio ed è da solo che raggiunse il cielo. Ha tuttavia lasciato la testimonianza in un’avventura così audace e così laboriosa da sperare che farà nuovi adepti, dopo la morte dell’ultimo compagno di scuola”. Schmidt-Gesù e i (12) compagni-discepoli? Non ho parole, se non per cambiar discorso.

Nel 1973 Arno ottenne il Goethepreis, assegnato ogni tre anni “a personalità la cui opera è degna di un omaggio dedicato al ricordo di Goethe” (tra le ultime Hesse, Jaspers, Thomas Mann, Gropius, tre anni prima Lukács, al cui culto s’era dato in Italia Cases). I 50.000 DM del premio lenirono le sue sorti, definitivamente sollevate nel 1977 dal figlio del miliardario del tabacco e valente germanista Jan Philipp Reemtsma, che gli devolse l’equivalente esatto del Nobel per la letteratura, 350.000 DM, per fondare nel 1981 assieme alla moglie del defunto e finanziare poi stabilmente la Arno Schmidt Stiftung di Bargfeld.  Cases non poteva sapere invece che un pronipote di Schmidt, Dave Winer, avrebbe inventato il blog.

Dario Borso

*In primo round dell’incontro tra Cases e Schmidt si può leggere qui; il secondo invece è pubblico qui. 

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