Stefan George, il poeta che cercava “lo sguardo acuto dell’Uno” e che fece della poesia una religione

Posted on Giugno 01, 2020, 6:41 am
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Vario Avito, nipote di Settimio Severo, fu proclamato imperatore al posto del reggente Macrino nel 218 dalle legioni siriache, a Emesa, dove tutti i santi giorni correva sgambettando a celebrare il culto di El Gabal, non ben identificata divinità solare che poi gli avrebbe donato il nome rituale (e depositato a marcire nel canestro della Storia assieme a quello imperiale di Marco Aurelio Antonino) Eliogabalo. Fu ben presto detronizzato (e massacrato dalle orde assatanate dei soldati) e rimpiazzato da Alessandro Severo: un cesare impiegato solo a promuovere i suoi strampalati culti religiosi non poteva essere sopportato che per lo stretto ciclo di quattro anni (218-222).

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Stefan George quando, nel 1892, pubblica Algabal (un tempo edito da Le Lettere, per la cura di Bianca Maria Bornmann, ora scomparso) ha preparato il libro-altare su cui si è appena compiuto il sacrificio alla divinità solare per eccellenza: la Poesia. Dopo aver girovagato per l’Europa, dopo aver assunto, calmierato, digerito le lezioni di Stephan Mallarmé, di Paul Verlaine, dei Preraffaelliti, di Algernon Charles Swinburne e, soprattutto, di Charles Baudelaire, Stefan vede (sintomaticità della preveggenza, della “chiamata”) la propria strada. Del 1892 è la creazione del gruppo di seguaci all’interno della rivista Blätter für die Kunst (traducibile come “Fogli per l’arte”), condotta assieme a Carl August Klein: cerchio mistico dentro a cui forgia la propria estetica, la propria auscultazione poetica. “Georgekreis” verranno chiamati i suoi infuocati complici. Per Stefan George la poesia è una religione, la massima condensazione del sacro che si rivela attraverso la lirica-magnete. La poesia è piena di antenne in perpetua tensione elettrica con l’Alto, con il Supremo. L’idea del poeta-sacerdote (tramite fra l’umano e il superno) propria della tradizione romantica si mescola alla congiuntura della decadenza, dell’ispirato meccanismo dell’angoscia. La “decadenza”: caduta, crollo, sbriciolamento di una civiltà arrivata all’acme del progresso, della sua raffinatezza.

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Stefan George, viso taurino, paradigmatico, e capelli spiritati, è il portavoce di una nuova razza di uomini capaci di un immediato contatto con la divinità (nel 1933, rifiutando ogni relazione con il regime nazista, che usufruì di alcune sue conclusioni estetiche, si esiliò in Svizzera, dove morì lo stesso anno). A 14 anni impara da solo l’italiano. Poi passa al polacco, al danese, al norvegese. Scriverà pure in inglese e in francese. Magistrali alcune sue interpretazioni da Dante, William Shakespeare, Arthur Rimbaud, Gabriele D’Annunzio. Il tentativo perpetuo di trascendere la propria lingua (il tedesco) con altre è l’avvertimento: impossibile farsi padroni del linguaggio, siamo la lira muta su cui agisce la lingua. Occorre spremersi, sprecarsi nel puro suono.

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“Nella poesia – come in qualsiasi altra manifestazione artistica – chiunque sia ancora preso dalla smania di voler ‘dire’ qualcosa o di ‘ottenere’ qualche effetto non è neppure degno di accedere all’anticamera dell’arte. Ogni spirito di opposizione, ogni cavillo o lite con la vita rivela uno stadio del pensiero ancora disordinato, e deve restare escluso dall’arte”, scrive George in Giorni e opere, dove la poetica diventa etica e l’enigma l’estro del reale (il libro, a cura di Giulio Schiavoni, è edito da Se; in Italia George, in opposizione alla sua importanza, è quasi scomparso: nel 2018 Elliot ha pubblicato L’anno dell’anima, a cura di Giorgio Manacorda).

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Il ritorno negli argini della propria lingua si avvera con una serie di raccolte (Hymnen, 1890; Pilgerfahrten, 1891 e, finalmente, nel 1892, Algabal) che già mostrano a quale dispersione e cesellatura (lavoro di bulino, da orafi, di accuratezza improponibile) sia costretto il verso. La poesia smagrisce, si smaterializza, diventa puro cristallo, trasparente, riflettente (come vuole il suo autore) le smagliature del divino. Eppure, in questo modo, la poesia si trasfigura, s’inabissa tra le mani di un padrone (il poeta) che prende diritto su di essa, potere di morte e di assoluzione. Il poeta si fa boia.

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D’altronde, George, proprio agli affiliati, non è del tempo (di questo, di altri): trascende. Si smarca dalla merce. Pretende di essere cercato, infine superato. La libreria non è il suo luogo, forse lo è la distrazione, la scoperta per fatalità, un parlare che implica i boschi.

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«Nel mondo ov’egli solo avviva e crea/ gode talvolta dell’alta inventiva,/ dove oltre il suo nessun volere regge/ e dove comanda alla luce e alla stagione». In sostanza, la parola è suono (trapassato e sfavorito ogni suo legame con il significato). La poesia non “dice” ma “suggerisce” (e “suggestiona”: la coincidenza attraverso cui si sperimenta la poesia non è quella della “comprensione” ma dell’“adesione”) «lo sguardo acuto dell’Uno». La sfolgorante galleria dei versi (imbrillantinati, ingioiellati) fa pensare ad un assoluto della tecnica rispetto alla necessaria evidenza istintuale, bestiale, della poesia. La tecnica, passaggio obbligato che avviene dopo l’aurora dell’istinto, in questo caso precede, domina, ingarbuglia la poesia (un Eliogabalo convulso, frenetico, spacciato è invece quello di Antonin Artaud, l’anarchiste couronné – “Eliogabalo o l’anarchico incoronato” – licenziato nel 1934 ed edito in Italia da Adelphi).

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«Nel pallore bello e ardito, traccia di vicenda grave,/ camminassi tu al mio fianco e non solo come un’ombra!»: la divinità è nebbia, inafferrabile, come l’essenza sottomarina (piena di muschi, coralli e spugne) della poesia, tramutata nel suo specchio. «Il tetto è vetro» («Das dach ist glas»), il Tutto è vetro, eterno rispecchiamento, raffigurazione (trafugamento) dell’opposto (nell’opposto). In cui la poesia si vanifica, si sfascia. Il poeta, un tempo mastro vetraio, ora raccoglie i frantumi, a bagliori, senza entità di ferita, arguzia in sangue. (d.b.)