23 Aprile 2022

“Dove la vita può tutto”. Bousquet & Magritte: un’amicizia epistolare

Certe case più di altre sono impregnate della vita di chi le abita. Come se il respiro dell’inquilino segnasse insieme ai muri e ai pavimenti il perimetro di un’esistenza in equilibrio tra vita reale e vita immaginata. Per esempio ce n’è una, al primo piano di Rue Verdun 53, a Carcassonne, che per più di trent’anni è stata la terra di confine di Joë Bousquet, inchiodato ad un letto da un proiettile esploso in uno dei tristi giorni della Grande Guerra, dove la luce del sole che illuminava il mondo a stento riusciva a farsi largo nella sua stanza, piena di cose, quadri e incontri a popolare una terza dimensione, sintesi di realtà e sogno. La chambre aux tableaux, come Bousquet stesso l’aveva ribattezzata, ne ha visti di questi incontri e dal suo interno molteplici “pitture”, generate dalla loro intrinseca unità d’intenti e di sentire, ne sono sortite. Il carteggio L’ombra di ciò che unisce, lettere a René Magritte (1946-1948), a cura di Arlindo Hank Toska ed edito da Mimesis, ci offre una preziosa testimonianza dell’amicizia tra Bousquet e Magritte, lungo la direttrice surrealista. Bousquet, che non partecipa alla vita come gli altri, rifiuta di rifugiarsi nel sogno; non cede alla tentazione di farsi trascinare dal suo corpo diviso a metà nel sottosuolo di un’interiorità senza sbocco, in cui pascersi delle proprie macerie. Oltre la disfatta della carne è possibile ricostruire: scrittura, poesia e pittura saranno gli strumenti in mano a Bousquet per l’edificazione dell’uomo spirituale, verso una nuova epifania.

Scrive al carissimo Magritte: «Hai l’impressione che abbiamo molte più cose da dirci di quante la vita ci abbia permesso di condividere. Ho la stessa impressione, ma so anche che se avessimo vissuto per un anno nella medesima stanza, la sensazione sarebbe la stessa, perché insieme formiamo uno di quei luoghi eccezionali dove la vita prende atto e può tutto».

Prisco De Vivo, “Bousquet nel Teatro dell’esistenza, fra cenere e tessuto”, 2022

Joë chiede sempre i dipinti a René; apre quaderni e rimane in attesa, mentre osserva i Magritte nella sua stanza, che le peregrinazioni del sonnambulo prendano il sentiero della scrittura. Magritte è sempre lì con lui, le sue tele dentro la chambre lo fanno vivere in sua assenza, mentre Bousquet scrive di non essere più lo stesso dopo aver visto la vera relazione tra luce e buio, tra sole e notte. Amputato dalla realtà, come definisce se stesso in una missiva a Magritte, il poeta scopre cosa si annida all’origine della coscienza: non un pensiero, ma il cuore che è così assoluto – scrive – che dev’essere per questo che l’uomo ricorre a Dio per spiegarlo. Sostiene, meditando i capisaldi del surrealismo, che l’uomo libero è soltanto colui che si innalza al di sopra delle macerie, mentre afferma tutto ciò che non vuole essere. Si staglia, evidentemente con fierezza, oltre le formule collettive di salvezza e l’unica cosa che sa, quella che fa davvero la differenza, sembra poco più di una formula matematica dell’essenziale: «l’uomo è tutto ciò che non è, meno quel poco che è».

Un sovversivo solitario, Joë Bousquet, che invece di cedere agli inganni collettivi procede verso l’assoluto, tra le lacerazioni dell’apparenza. Scrive Magritte in una lettera: «Non c’è progresso. Ci sono cose buone e cattive che si sostituiscono, si succedono, si trasformano. Non c’è niente da imparare. Ci sono cose che bisogna conoscere per usarle». E c’è un sole, scriverà ancora, che entra nel nostro corpo quando mangiamo un frutto: lacerare vuol dire accedere ad uno stadio superiore di conoscenza. È forse questa la consapevolezza che unisce i due artisti.

Livia Di Vona