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“Il mio insospettabile viso eterno”. Jorge Luis Borges

Poema conjetural raccoglie, in vitro, tutti i temi e gli stili di Borges: il sogno e l’ombra, lo specchio, il labirinto, le vite parallele, Dante, l’esagono della storia, la morte brutale, l’aldilà appena accennato. La poesia è una “congettura”, una geografia di ipotesi sbilenche, infine, una congiura. C’è, inoltre, il tema della genealogia e della violenza, del selvaggio che annienta il legale, dell’Argentina come spazio astratto, tra Parigi e le paludi, tra la cultura europea e la barbarie dei gauchos. Il testo è raccolto in un’antologia lirica che Borges pubblica nel 1964, El otro, el mismo; “dei molti libri di versi” che ha pubblicato e progettato, scrive l’autore nel Prologo, “è quello che preferisco”. Tra le poesie lì raccolte, Poesia congetturale, è tra quelle “se la parzialità non m’inganna, che non mi disonorano” – le altre sono Una rosa e Milton e Junín, per la cronaca –, influenzata, ammette, “dai monologhi drammatici di Robert Browning”. Borges amava molto Whitman: era un poeta affatto diverso, un alchimista di toni e di modi, un po’ come Poe.

Nella poesia, Borges immagina gli ultimi pensieri di Francisco Narciso de Laprida: avvocato, politico, aveva dichiarato l’indipendenza dell’Argentina, nel 1816; morì, scotennato, nelle truci battaglie civili che seguirono. Durante un tour negli Stati Uniti, tenuto tra il 1976 e il 1980, Borges rievoca quella poesia e ne narra la genesi. Fu invitato a Chicago, in Indiana, al Pen Club di New York, al MIT; il suo discorso alla Columbia affascinò gli studenti, “Ogni folla è un’illusione… io sto parlando con ciascuno di voi, personalmente”. Ora le “Conversaciones en universidades de los Estados Unidos” sono raccolte come Borges: el misterio esencial (Sudamericana, 2021), per la cura di Martín Hadis e con le fotografie di Willis Barnstone. Borges era diventato, nonostante lui, un’autorità, una star; i discorsi tradiscono il parlato, un orizzonte troppo casalingo, il tango delle consuete citazioni. Semmai, interessa l’ipotesi professata dal sommo Borges: cha la poesia sia l’ultimo respiro di colui che la pronuncia, l’intima ispirazione, il momento chiave in cui di noi si rivela l’autentico, cioè il doppio. Così, in effetti, la letteratura evoca la vita; la vita è, quale enigma, letteratura.

***

Poesia congetturale

Il dottor Francisco Laprida, assassinato il 22 settembre 1829 dai guerriglieri di Aldao, pensa prima di morire:

Proiettili fischiano nella sera ultima.
C’è vento e c’è cenere nel vento,
si disperde il giorno e la battaglia
deforme, e la vittoria è degli altri.
Vincono i barbari, i gauchos vincono.
Io, che studiai canoni e leggi,
io, Francisco Narciso de Laprida,
la cui voce dichiarò l’indipendenza
di questa provincia crudele, disfatto,
il viso chiazzato di sangue e di sudore,
senza speranza né timore, perduto,
fuggo verso Sud, tra periferie estreme.
Come quel capitano del Purgatorio
che, fuggendo a piedi e insanguinando il piano,
fu accecato e abbattuto dalla morte
dove un fiume oscuro perde il nome,
dunque, dovrò cadere. Oggi è la fine.
La notte laterale dei pantani
mi abita, mi acceca. Ascolto gli zoccoli
della calda morte che mi cerca
con cavalieri, musi, lance.
Io che ho sognato di essere un altro, un uomo
di sentenze, di libri, di verdetti,
frugherò nel fango, sotto il cielo aperto;
eppure, s’insidia nel cuore inesplicabile
una gioia segreta. Infine, vado incontro
al mio destino sudamericano.
A questa sera rovinosa mi porta
un molteplice labirinto di passi,
giorni tramati dal giorno
dell’infanzia. Infine, ho scoperto
la chiave recondita dei miei anni,
la sorte di Francisco de Laprida,
la lettera mancante, la perfetta
forma che Dio conosce dal principio.
Nello specchio di questa notte sfioro
il mio insospettabile viso eterno. Il cerchio
si chiude. Attendo che accada.

Il piede preme l’ombra delle lance
che mi scavano. Il ludibrio della morte,
i cavalieri, le criniere, i cavalli,
incombono su di me… Ecco il primo colpo,
il duro ferro che mi ara il corpo,
il coltello intimo nella gola.

1943

*

L’argomento di Poema conjetural ha a che fare con Robert Browning. Quando leggiamo i monologhi romantici di Browning, seguiamo i sentimenti di un uomo. Poi ho pensato: praticando un’abitudine appresa da Stevenson, cercherò di diventare una “scimmia diligente”, imiterò una poesia di Browning. Però ho pensato che sarebbe davvero incredibile scrivere ciò che l’eroe di un poema pensa fino ai suoi ultimi istanti, dunque mi sono ricordato di Francisco Narcido de Laprida, il presidente del primo congresso rivoluzionario del 1816, un mio avo, che fu assassinato dai gauchos. Quindi mi sono detto: tenterò di immaginare cosa ha pensato quell’uomo quando è stato sconfitto dai barbari. Laprida desiderava che il nostro fosse un paese civilizzato. Ma fu destituito, perseguitato dai barbari. Gli hanno segato la gola. Mi è venuto in mente quel verso del Purgatorio di Dante: fuggendo a piede e sanguinando il piano. Il mio italiano è debole, ma credo che il verso sia corretto. Dunque ho collocato quel verso nella mia poesia, huyendo a pie y ensangrentando el llano. Il testo, mi spiace dirlo, è stato rifiutato da un giornale di cui non ho motivo di ricordare il nome; infine, fu pubblicato sulla rivista “Sur”.

Questo non è semplicemente un poema storico: quando l’ho scritto, ho sentito che stavo esprimendo ciò che tutti sentiamo, perché il nostro paese ha subito una dittatura; credevamo di stare a Parigi a Madrid a Roma, ma la verità è che eravamo sudamericani, in Argentina, sotto un dittatore. Per questo il poema dice: “Infine vado incontro/ al mio destino sudamericano”.

In questo modo ho scritto la poesia. I versi dicono l’azione, i cavalieri che incalzano l’uomo, lo inseguono; il poema si conclude con la sua morte. L’ultimo verso coincide con l’ultimo respiro di quell’uomo, quando gli viene tagliata la gola. Quando ho scritto quel verso, “l’intimo coltello nella gola”, sapevo di essere arrivato alla fine del poema, perché Laprida cessa di esistere. Forse ha trovato una via per l’altro mondo – non possiamo saperlo – ma la poesia, credo, ha una certa forza tragica, e termina sulla morte di quell’uomo. L’ultimo verso è il suo ultimo pensiero sulla terra. Entrambe le evidenze – il poema e la vita del protagonista – muoiono nello stesso tempo, si concludono nello stesso modo.

Jorge Luis Borges

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