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Guida feroce e neurotica alla seconda parte di “2666”

Continua il nostro viaggio estremo in 2666, un viaggio dentro noi stessi e il male, che in fondo è la stessa cosa. Amalfitano, cui è dedicato il secondo dei cinque romanzi di 2666, La parte di Amalfitano, ci era stato presentato “come un naufrago, un tipo vestito in modo trascurato, un professore inesistente di un’università inesistente, il soldato semplice di una battaglia perduta in anticipo contro la barbarie o […] un malinconico professore di filosofia al pascolo nel suo campo”. Bolaño in una famosa intervista, ahimè incompleta, dice che la migliore poesia di questo tempo è scritta in prosa, e La parte di Amalfitano, la più corta e simbolica, è inevitabilmente la più poetica. I fili si intrecciano, la storia si compone e le attese si fomentano, ma la verità si rintana nell’abisso del male, un precipizio che significa morte. 2666 gioca col libero arbitrio, ci illude di aver scelto la caduta nella più assoluta solitudine: follia.

“La fuga si trasformava in libertà, anche se la libertà serviva soltanto a continuare a fuggire. Il caos si trasformava in ordine, sia pure a spese di quello che è comunemente noto come senno”.

La parte di Amalfitano

“Non so cosa sono venuto a fare a Santa Teresa, si disse Amalfitano dopo una settimana che viveva in quella città. Non lo sai? Davvero non lo sai?, si chiese. Proprio non lo so, si disse, e non avrebbe potuto essere più eloquente”. Tutto parte molti anni prima con l’abbandono della moglie, Lola, che decide all’improvviso di partire col pretesto di fare visita al suo poeta preferito, promettendo che sarebbe al più presto tornata da lui e la figlia, Rosa. Questo poeta, ovviamente, vive in un manicomio, a Mondragón, vicino a San Sebastián. Presentando il dialogo tra l’internato pittore Edwin Johns e il critico Morini, avevo già anticipato la ricorrenza del tema del manicomio in 2666. Alle peripezie che coinvolgono Lola nel suo viaggio è dedicata gran parte del romanzo.

Veniamo a conoscere il suo reale piano, dimostrare l’eterosessualità del poeta, farlo evadere e andare a convivere in Francia. In tutto ciò Amalfitano, come la moglie, si comporta “come se la sua indecisione e la sua vulnerabilità fossero un stato di grazia, una cupola che la proteggeva dalle crudeltà del destino, della natura e dei suoi simili”. Pare sconsolato, si lascia vivere, passivamente. Alla moglie che parte chiede solo di provare a tornare in un paio di mesi. Finirà per passare i successivi sette anni a piangere con le lettere tra le mani, quelle lettere scritte da quella che era “un’altra Lola”, che “fluttuava pensierosa nel cielo di Parigi, stanca, e mandava messaggi dalla zona più fredda, più gelida, della passione”.

Così Amalfitano, nel qui e ora, vive insieme alla figlia Rosa, ormai diciassettenne, in Messico, a Santa Teresa, dove insegna filosofia in un’Università che sembrava “un cimitero che all’improvviso si fosse messo inutilmente a riflettere”, “una discoteca vuota”. Il rapporto di Amalfitano con essa è conflittuale. Il preside di facoltà non è entusiasta della sua presenza: “Non credeva troppo nemmeno nella filosofia e di conseguenza nell’insegnamento della filosofia, una disciplina in chiaro regresso davanti alle meraviglie presenti e future che ci offre la scienza, gli aveva detto, al che Amalfitano aveva educatamente chiesto se pensava lo stesso della letteratura”. Inoltre Amalfitano si ritrova a dover sostenere le sudate avances della collega Pérez e del figlio del preside Guerra, Antonio, il playboy dall’auto nera. È proprio lui a introdurre il tema delle maquiladoras, che sarà centrale nei romanzi successivi: “E arriva sempre più gente a lavorare nelle maquiladoras. Sa io cosa farei? No, disse Amalfitano. Be’, ne brucerei un po’”. E poi, come se sapesse leggere dentro Amalfitano: “La gente vede quello che vuol vedere e quello che vuol vedere la gente non corrisponde mai alla realtà. La gente è vigliacca fino all’ultimo respiro. Glielo dico in confidenza: l’essere umano, in linea di massima, è quanto di più simile ci sia a un topo di fogna”.

La scelta narrativa di Bolaño di presentarci Amalfitano nella più assoluta vaghezza, quasi indirettamente, riesce a rendere al lettore quel senso di incertezza e disincanto proprio del personaggio. All’improvviso, però, lo riscatta vomitandoci addosso i suoi pensieri, e la narrazione diventa il diario di bordo di una Odissea mentale. Amalfitano è quello che nel testo viene definito da Guerra chincual: l’avventuriero dell’intelletto, chi non riesce a stare fermo mentalmente. La sua superficiale placidità è il risultato di una iperattività interiore, un amalgama di ossessioni, paure, ansie e false certezze che evocano la follia, il tema centrale del romanzo.

È vero che “ogni persona ha le sue manie” e ogni personaggio è in qualche modo folle: il poeta, Lola (“Ma forse il poeta non rideva. Forse, diceva Lola nella sua lettera ad Amalfitano, era la mia pazzia a ridere”), Amalfitano e non solo perché “la pazzia è contagiosa”, ma in quanto essa è naturale, presentata come un qualcosa di relativo, normale entro certi sacri limiti che varcare diviene una pubblica minaccia. Amalfitano è sensibile e intelligente, inadatto al mondo. Egli è un naufrago del mentale. La perdita del proprio controllo su di sé sembra inevitabile, gradualmente si ritrova inconsapevole di quello che pensa e di quello che fa (a testimoniarlo sono scarabocchi geometrici e filosofici sull’esistenza di Dio).

“Queste idee o queste sensazioni, questi vaneggiamenti, d’altra parte, avevano per lui un loro lato gratificante. Si trasformava il dolore di molti nel ricordo di uno solo. Si trasformava il dolore, che è lungo e naturale e vince sempre, nel ricordo personale, che è umano e breve e sfugge sempre” salta all’occhio l’insistenza di Bolaño sulla scomparsa del dolore (ne La parte dei critici si parla di dolore su dolore che alla fine si fa vuoto). Amalfitano affoga in se stesso così profondamente da smarrirsi, vivendo una quotidianità che logora lentamente, una continua guerra contro un nemico che non esiste, un demone che ci si crea e con cui ci si costringe a convivere, perché ognuno è amico della sua patologia, un qualcosa che rende così reale da mutare in una voce, la Voce.

Quando la sente per prima cosa Amalfitano va a controllare la figlia. Questo è curioso, in quanto egli difende a spada tratta il proprio amore per i figli come una delle poche cose reali, eppure cresce la figlia in una città in cui gli omicidi di donne crescono giornalmente, e ciò non fa che aumentare le sue ossessioni e il proprio terrore di vivere. “Ad Amalfitano parve di sentire il rumore della porta d’ingresso e i passi di sua figlia che si allontanavano. Poi sentì un’auto che si metteva in moto. Quella sera, mentre Rosa guardava un film che aveva noleggiato, Amalfitano chiamò la professoressa Pérez e le confessò che aveva i nervi sempre più scossi. La professoressa Pérez lo tranquillizzò, gli disse di non preoccuparsi troppo, bastava prendere qualche precauzione, non bisognava diventare paranoici, e gli ricordò che di solito le vittime venivano sequestrate in altre zone della città”.

Teme di essere spiato, sente macchine accendere il motore di continuo, per non parlare dell’ansia che prova ogni volta che la figlia varca la porta di casa. Paure che si incastrano e convivono in una mente che sta per esplodere, ma all’esterno nulla, la più completa passività. “E allora, proprio allora, come se fosse il colpo di pistola che dà il via a una serie di fatti che si sarebbero concatenati con conseguenze a volte felici e a volte funeste, Rosa uscì di casa e disse che andava al cinema con un’amica”.

Ciò che avevamo definito follia viene rimesso in discussione quando il confine tra ossessione e realtà viene meno, e la tensione non può che aumentare: “Amalfitano uscì nella veranda. Sulla sinistra, a una decina di metri da casa sua, un’automobile nera accese i fari e partì. Quando passò davanti al giardino, il guidatore si girò a guardare Amalfitano senza fermarsi. Era un tipo grasso dai capelli nerissimi, con indosso un vestito da quattro soldi e senza cravatta. Quando fu scomparso, Amalfitano tornò in casa. Brutta faccia, disse la voce, non appena ebbe varcato la porta d’ingresso. E poi: devi stare attento, compagno, mi sembra che qui le cose scottino”.

Importante è un libro che Amalfitano ritrova nelle scatole del trasferimento da Barcellona a Santa Teresa, un libro la cui presenza risulta inspiegabile. Non è suo, non è di sua figlia, non ricorda di averlo comprato né di averlo ricevuto in regalo: “il Testamento geométrico di Rafael Dieste, dato alle stampe nel 1975 dalle Ediciones del Castro, a la Coruña”. Un trattato di geometria di un poeta, che decide di appendere a un filo per i panni in giardino, sul modello del ready made malheureux di Duchamp, che esponendo alle intemperie un volume di geometria avrebbe screditato “la serietà di un libro carico di princìpi”, così da fargli imparare quattro cose della vita. Questo per Rosa è il culmine delle stranezze del padre, si spaventa, lo prega di togliere dai fili quel dannato libro, per paura che i vicini possano pensare che sia matto. E Amalfitano: “non preoccuparti per una sciocchezza, in questa città stanno succedendo cose molto più terribili che appendere un libro a un filo”.

Il libro di Dieste diventa non solo un sostegno per Amalfitano (“andò in cima al suo giardino malconcio e allungò il collo e si affacciò sulla strada e non vide nessuna automobile né vide Rosa e strinse con forza il libro di Dieste che teneva sempre nella mano sinistra”), ma una metafora della propria esistenza: “Bisogna tornare subito, si diceva, ma dove? E poi si chiedeva: cosa mi ha spinto a venire qui? Perché ho portato mia figlia in questa città maledetta? Perché era uno dei pochi buchi al mondo che ancora non conoscevo? Perché quello che voglio, in fondo, è morire? E poi guardava il libro di Dieste, il Testamento geométrico, appeso impavido alla corda, fissato con le mollette, e gli veniva voglia di staccarlo e di pulire la polvere ocra che lo copriva qua e là, ma non osava”. Tra tanti simboli che esso incarna nel corso del romanzo, ne coglie finanche il peggiore, la morte: “vide l’ombra allungata, come di una bara, che proiettava nel cortile il libro appeso di Dieste”. Così Amalfitano ha il coraggio-vigliaccheria di non fuggire, rimanere a Santa Teresa, un paesaggio adatto a “vecchi malvagi pronti a infliggere e infliggersi un compito impossibile fino all’ultimo respiro”.

 

Non c’è amicizia, disse la voce, non c’è amore, non c’è epica, non c’è poesia lirica che non sia un gorgoglio o un gorgheggio di egoisti, un trillo di imbroglioni, un borbottio di traditori, un borboglio di arrivisti, un cinguettio di froci”. La voce insiste molto sull’omosessualità, inducendo a pensare Amalfitano gay, possibilità cui già il primo romanzo faceva cenno. L’omosessualità in questa parte si intreccia al tema della follia come mancata accettazione del proprio self: “Lola e la sua amica avevano lo sguardo inchiodato al tavolo di formica, anche se ad Amalfitano non sfuggì che di tanto in tanto alzavano gli occhi e si scambiavano sguardi di un’intensità a lui ignota”, così in una lettera Lola sente di doversi giustificare, di dover difendere davanti ad Amalfitano la propria eterosessualità.

Il romanzo è un thriller, Bolaño gioca con il lettore, costruisce una non-trama con una struttura ad hoc che non solo mantenga la suspense, ma imponga una tensione crescente. Le aspettative aumentano, ma tutto accade e si risolve a livello del mentale. Lo stile placido e al contempo crudo di Bolaño è inconfondibile, la melodia delle parole, la poeticità del periodare, il simbolismo, rendono quest’opera una bomboniera.

In relazione al poeta e al suo compagno, un filosofo: “Uno aveva una casa e delle idee e denaro, e l’altro aveva la leggenda e i versi e la devozione di ammiratori fanatici, una devozione canina, da cani bastonati che hanno camminato tutta la notte o tutta la giovinezza sotto la pioggia, l’infinito diluvio di muffa della Spagna, e che finalmente trovano un posto dove infilare la testa, anche se quel posto è un secchio di acqua putrefatta, con un’aria leggermente familiare”.

In relazione al ritorno di Lola: “A volte si sentiva come Elettra, la figlia di Agamennone e Clitennestra, che vagava in incognito per Micene, l’assassina confusa nella plebe, nella massa, l’assassina la cui mente nessuno comprende, neppure gli specialisti dell’FBI, né la gente caritatevole che le lasciava scivolare in mano una moneta. Altre volte si vedeva come la madre di Medone e Strofio, una madre felice che contempla da una finestra i giochi dei figli mentre in fondo il cielo azzurro si dibatte fra le braccia bianche del Mediterraneo. Mormorava: Pilade, Oreste, e in quei due nomi erano compresi i volti di molti uomini, tranne quello di Amalfitano, l’uomo che stava cercando”.

Neanche in questa parte manca un’idea di letteratura: “Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette, torrenziali, in grado di aprire vie nell’ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei grandi maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore”. 2666 è la realizzazione di questo concetto, trasuda sofferenza ed evoca ad ogni rigo i mali del mondo.

Rocco Cannarsa

 

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