skip to Main Content

Tutto quel che volevate sapere sulla letteratura del latinoamerica nel 2020. Da Bolaño a Clarice Lispector, chi è ristampato e chi no

Su The Drift è uscito un articolo lungo, ma a suo modo carico di spunti di prima mano, sullo stato di salute della letteratura latinoamericana. Il titolo è effettivamente una trappola: La trappola della traduzione. Nel sottotitolo si svelano gli intenti dell’autrice, una giovane autrice di Buenos Aires, Julia Kornberg, neolaureata a Princeton che discute La letteratura latinoamericana e il mercato internazionale. Partendo da premesse tutto sommato contingenti (il romanzo metaletterario di Valeria Luiselli, Faces in the crowd sul labirinto letterario del cono Sur) la Kornberg si sposta su scala globale arrivando alla conclusione che i buoni autori “creano il mercato” senza seguire curve statistiche.

È un po’ come per le piante a radice rizomatica, osserva, che si diffondono in orizzontale invece che spaccando la profondità: In una letteratura veramente autentica, il colore locale può esistere organicamente, senza venir filtrato da caricature nazionali. La Luiselli con la sua storia fa un commento radicale sui pericoli del mercato delle traduzioni, ma ancor più radicale è lo sviluppo delle narrazioni oltre i tratti inerenti la differenza culturale. I desideri del mercato generalmente sono rizomatici e i lettori sono capaci di più di quanto suppongano gli editori. Basta guardare al Boom, a Bolaño e Borges per avere la prova che i capolavori culturali non seguono le statistiche, le tendenze di mercato e le concentrazioni in singoli movimenti. Semmai, essi creano daccapo i mercati”.

Ora, riducendo questo discorso all’osso, in una dimensione continentale che è quella italiana, periferica al sud europeo, si vede subito che i termini della questione sono gli stessi: la caricatura degli arancini e di tutti i commissari regionali ha fatto il suo tempo. Si spera (Andrea Bianchi)

Julia Kornerberg, La trappola della traduzione

Dopo il Boom, la letteratura latinoamericana in traduzione ha ricevuto sempre meno attenzione da parte dei lettori internazionali, mentre gli editori nordamericani tentavano, quasi sempre invano, di replicare i loro successi precedenti. Una nuova coorte di autori del genere di Isabel Allende e Laura Esquivel si addobbò del mantello del realismo magico, montando una serie di romanzi assai commerciali che però erano carenti della complessità dei lavori del Boom in termini culturali e politici. La casa degli spiriti e Come l’acqua per il cioccolato, i loro romanzi più celebri, riconfigurano il realismo magico in una forma di storia familiare affatturata di formule sul genere della telenovela, dove non mancano violenza politica, prosa dei buoni sentimenti e lieto fine.

Altri autori si sono ribellati alla richiesta di realismo magico da parte dell’audience dei gringo nordamericani. Pochi rinnegati hanno formato il movimento “McOndo” che evitava il realismo magico e si interessava alla cultura di internet agli inizi, alla musica punk, alla ribellione dei teenager. Nel prologo alla loro prima antologia pubblicata nel 1996, gli scrittori cileni Sergio Gómez e Alberto Fuguet raccontano quell’aneddoto in cui un celebre autore nordamericano del workshop Iowa Writers rifiutava certe storie di latinomericani perché “vi manca il realismo magico” e “le si sarebbe potute scrivere nel Primo Mondo”. “Siamo giunti alla conclusione” concludevano Gómez e Fuguet “di pensare che la Latinoamerica fosse un’invenzione dei dipartimenti di Ispanistica nelle università nordamericane”. Un risentimento simile animava i giovani scrittori della generazione Crack – un movimento degli anni Novanta che uno dei suoi fondatori, Jorge Volpi, descriveva come “una sorta di rivolta contro i princìpi della letteratura latinoamericana”. Volpi aggiungeva: “Eravamo contro il realismo magico inteso come un obbligo dello scrittore latinoamericano”. Però, anche quando questi movimenti tentavano di esorcizzare il fantasma del Boom, ne inseguivano con ansia il successo – successo che, per loro, non venne mai. Per un certo periodo sembrava inconcepibile catturare nuovamente l’interesse che il Nord America e l’Europa avevano mostrato un tempo per l’opera latinoamericana. Le sue possibilità apparivano limitate. E poi venne Bolaño.

Negli Stati Uniti, fu venduto come una sorta di James Dean del Sud Gobale, una figura che offriva quel che la letteratura latino Americana non stava più producendo: originalità, esperienza globale, un pollice ficcato su per il naso dell’accademia. E nondimeno, anche la sua figura autoriale fu prodotta ad arte e definita dal mercato editoriale conseguente al Boom. Oggi è la sua ombra a incutere terrore ai giovani scrittori latinoamericani – ma in un mercato notevolmente ridotto. Tuttora in USA le traduzioni assommano a un magro 3% del totale delle pubblicazioni. Secondo Publishers Weekly e il suo database di traduzioni, solo 79 libri scritti in spagnolo sono stati tradotti in inglese nel 2020 – un declino rispetto ai 100 del 2019. Sempre nel 2020, quasi il doppio ne sono stati tradotti dal francese; 20 soltanto dal cinese. Anche all’interno della letteratura latinoamericana, il mercato delle traduzioni riflette certe realtà macropolitiche. Nell’ultimo decennio gli editori USA hanno mostrato uno speciale interesse per le opere argentine e messicane (rispettivamente 216 e 164 autori tradotti). Libri provenienti da paesi più piccoli e meno rilevanti economicamente ricevono molta meno attenzione da parte dei traduttori nordamericani: 32 opere peruviane, 34 colombiane, otto boliviane e tre dal Nicaragua nell’ultimo decennio.

Eppure ci sono angoli luminosi nel mercato e, fuori dalle case editrici mainstream, una nuova generazione di traduttori ha acquisito in tutta tranquillità una sua forza di trazione . Case editrici come Other Stories, Charco Press e Archipelago pubblicano abbondantemente opera capitali tradotte dallo spagnolo, tra le quali Il romanzo luminoso di Mario Levrero e Il profumo di Buenos Aires di Hebe Uhart, e persino piccolissime case editrici come Deep Vellum e Eulalia Books si sono messe a tradurre autori meno ingombranti che, una decina d’anni fa, non avrebbero avuto l’opportunità di comparire in inglese. Anche la letteratura brasiliana, in precedenza relegata a uno spazio ristretto sullo scaffale di chi legge i latinoamericani, ha ricevuto più attenzione in anni recenti, con la ritraduzione delle Memorie postume di Brás Cubas. Anche i premi si sono accorti della cosa e Lizzie David ha tradotto Juan Cárdenas che è stato finalista nel 2020 al PEN America, mentre Bejamín Labatut e Mariana Enríquez sono entrati nella lista dei finalisti dell’International Booker Prize. Nuove traduzioni hanno dato nuovo lustro alle opere complete di Clarice Lispector, anche se il processo di ridare celebrità a una scrittrice oggi scomparsa porta sempre con sé qualche trappola.

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca