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“Volevo che l’ossessione diventasse ‘il’ personaggio per eccellenza”. Intervista a Giorgia Tribuiani

Tra i romanzi usciti negli ultimi mesi spicca Blu, di Giorgia Tribuiani, edito da Fazi. Spicca per il coraggio di creare un personaggio di diciassettenne, Ginevra detta Blu, complesso, intrappolato, diviso, fuori dagli schemi narrativi tipici dell’adolescente ribelle nell’interno borghese, e ancor più per il coraggio di trovare la lingua adatta per narrare tale personaggio, altrettanto complessa e sfaccettata, ma senza quello sperimentalismo forzato che impedirebbe al lettore di riconoscersi. Invece i pensieri di Blu fluiscono nelle parole con naturalezza, e chi legge si ritrova al suo fianco in quello stesso percorso di nevrosi e ossessioni, di rapporti tutti ambivalenti – con i genitori, la sorella, il fidanzato, l’artista Dora, per cui sviluppa una vera e propria ossessione, ma soprattutto con sé stessa – nel tentativo di sciogliere la matassa, molto intricata, del passato e dell’identità. (Viviana Viviani)

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Quello che mi ha più impressionato nel personaggio di Blu è la sua ricerca di una perfezione morale, piuttosto che fisica. Si tinge i capelli e le unghie di blu, come a voler rivelare al mondo chi è davvero, ma non sembra troppo preoccupata del giudizio sulla sua bellezza, almeno non in modo ossessivo. È invece ossessiva la sua ricerca di rigore morale, tanto da colpevolizzarsi per questioni che fanno semplicemente parte della vita, come la gelosia per la sorella acquisita, il non amare più il fidanzato, le piccole incomprensioni con i genitori. Aver preso in giro la sorella chiamandola “prosciuttona” tanti anni prima, la tormenta con una pertinacia che di solito riserviamo ai torti subiti, non a quelli fatti. Mi rendo conto che questo è un romanzo molto più intimista e psicologico che sociale, d’altra parte ogni produzione artistica è anche frutto del tempo in cui vive l’autore, e nei tormenti di Blu ho ritrovato quella stessa ricerca di perfezione morale che invade oggi il mondo culturale e che chiamiamo politically correct, se non cancel culture, e che partendo da giusti obiettivi cade in inevitabili eccessi e contraddizioni. C’è un legame tra il tuo personaggio e questo aspetto della nostra società contemporanea? E se c’è, è voluto o inconsapevole da parte tua?

In Blu, concordo, è presente una costante – e ossessiva – ricerca della perfezione morale che chiede alla protagonista di adeguarsi a dei modelli di “integrità” precostituiti: come poi Dora le farà notare, Blu non riesce a distinguere la bontà dall’obbedienza, dall’adesione a un rigore ideale cristallizzato che non tiene conto delle diversità degli individui, né tantomeno considera le circostanze in cui ciascuno di questi agisce. Esiste un’immagine precisa da proiettare, e Blu è chiamata a rispondere alle aspettative altrui (contingenti o interiorizzate) occultando qualsiasi tipo di pensiero negativo.

Questo, sì, è molto contemporaneo, e d’altra parte Blu, abitando questo mondo in questi nostri anni, è figlia del proprio tempo.

Non era mia esplicita intenzione inserire nel romanzo una critica alle derive della nostra società, ma del resto – specie per quanto riguarda la cancel culture – si tratta di una interpretazione dalla quale non prenderei le distanze: cancellare le colpe, che si tratti di episodi appartenenti alla nostra Storia o alle nostre storie personali (come nel caso di Ginevra-Blu) che non ci rendono particolarmente orgogliosi, difficilmente mi sembra una scelta giusta, perché non ci permette di imparare dai nostri errori; solo ricordando le nostre vergogne possiamo migliorarci. È necessario, questo magari sì, accompagnare il ricordo con delle riflessioni, contestualizzarlo e arricchirlo con ciò che abbiamo imparato, inserire in certe opere dei disclaimer, ma trovo contraddittorio promuovere (giustamente, aggiungo) tante iniziative per le giornate della memoria e poi, per fare un esempio tra i tanti, scagliarsi contro il modo in cui un classico come Via col vento dipinge un vecchio approccio alla schiavitù.

Se dovessi dare una classificazione di genere, parlerei di romanzo psicologico. Blu soffre sicuramente di un disturbo ossessivo-compulsivo, che la porta a voler controllare la realtà contando i passi, i pali della luce sulla strada, i colpi di erogatore del sapone, gli sciacqui per lavarsi le mani. Ma vedo affacciarsi anche la schizofrenia, nel rapporto con il suo doppio, Ginevra, che è poi in realtà il suo vero nome. Ginevra la cattiva, Blu la buona. Questo nella mente di Blu, ma non è meno probabile il contrario: se fosse Ginevra la buona che vuole vivere, e Blu la cattiva che la tiene in una prigione di sensi di colpa?

È un rovesciamento che mi convince molto e al quale a un certo punto, in uno dei deliri di Blu presenti nel romanzo, strizzo l’occhio (“Sei cattiva, Blu. Sei cattiva e ferisci Ginevra, così dice Dora, e tu vorresti rispondere e non riesci, ma in fondo non importa perché tra non molto, Blu, soffocherai”): Blu tiene segregata Ginevra perché la ritiene cattiva, ma cattiva – verrebbe da chiederci – nei confronti di chi?

Ginevra chiede solo il diritto di essere umana: di provare dolore per la mancanza del padre e gelosia per la sorellastra che può godere della sua presenza ogni giorno; di sentire rabbia nei confronti di una madre assente; di nutrire dubbi (sacrosanti, alla sua età) riguardo alla sua relazione con Roberto, ma difficilmente, attraversando il romanzo, potremmo ascrivere ognuno di questi sentimenti a una condizione di “cattiveria”.

L’unica che fa davvero soffrire qualcuno, e in maniera continuativa, a ben vedere è Blu: Blu è a tutti gli effetti la torturatrice di Ginevra, l’entità che tormenta il suo doppio con colpe che non esistono più (se mai sono esistite) e che ciclicamente la obbliga a continue quanto vane espiazioni.

Il romanzo è scritto in seconda persona, una scelta insolita e coraggiosa, portata avanti brillantemente fino alla fine. Ma chi è che rivolge a Blu questo “tu” così insistito e spesso accusatorio? Me lo sono chiesto spesso, durante la lettura. È Ginevra, il suo alter ego “buono”? È il super-Io di Blu, tirando in mezzo Freud? O qualcos’altro?

Io volevo che a raccontare la storia fosse il disturbo ossessivo-compulsivo di Blu; che l’ossessione diventasse non solo un personaggio ma “il” personaggio per eccellenza, e cioè il narratore: questo mi avrebbe permesso di offrire al lettore una sorta di simulazione, passami il termine, di quello che accade nella mente di chi soffre di questo disturbo.

L’ossessione, avendo facoltà di parola lungo tutto il corso del romanzo – avendone, anzi, il monopolio – può chiamare alla sbarra Blu, elencarle le sue colpe e ricorrere al tono del ricatto (“Apri e chiudi gli occhi cento volte, altrimenti tua madre finirà al manicomio”), che chiama appunto la seconda persona. Ma è anche più di questo. La seconda persona, infatti, permette di scivolare dal modo indicativo (“Scendi le scale”) al modo imperativo (“Scendi le scale!”) senza soluzione di continuità, usando quasi sempre le medesime parole e lavorando sul tono e sui contesti: dandomi, quindi, la possibilità di modulare questi passaggi in funzione dello stato d’animo di Blu, del suo livello di ansia, delle oscillazioni del disturbo.

Ad un certo punto del suo percorso Blu incontra la performance art, nella persona dell’artista Dora. Ci sono molti temi che si intersecano in questo romanzo: il senso di colpa e la ricerca di redenzione, le nevrosi, l’adolescenza, l’arte come elemento salvifico, l’omosessualità. Quest’ultimo tema, leggendo le numerose recensioni, mi sembra rimasto un po’ in ombra, come per una sorta di ritrosia, eppure l’argomento è ampiamente sdoganato e all’ordine del giorno. Blu sembra provare per Dora non soltanto ammirazione intellettuale e artistica, ma anche quel trasporto fisico che non sente per il suo ragazzo: ci sono pagine di grande sensualità in questo libro, dedicate a Dora. Cos’è quindi Dora per Blu, soltanto un simbolo dell’arte o anche una donna in carne ed ossa che vorrebbe amare? E perché al posto di Dora non hai messo un artista uomo, magari bello e affascinante? Pensi che l’arte, o almeno un certo tipo di arte, abbia una natura intrinsecamente femminile?

Potrei, volendo fare dietrologie, rispondere di non avere inserito un uomo perché la bilancia del romanzo non pendesse verso l’amore tra una ragazzina e un artista maturo, ma la realtà è che cinque anni fa la mia immaginazione, nel visualizzare le prime scene di Blu, produsse subito una donna. Forse perché ero reduce dalla lettura delle autobiografie di Marina Abramovic e di Yayoi Kusama? O perché portavo ancora addosso tutto il magnetismo della performance di Kyrahm, che avevo avuto l’occasione di vedere dal vivo e che aveva generato in me una tensione potentissima?

Non so, ma sono felice che sia andata così perché, scrivendo, mi sono via via accorta che Dora e la professoressa Castaldi rappresentavano per Blu due possibilità che non si escludevano a vicenda, le due vie complementari dell’arte: la prima legata all’ispirazione, al magnetismo, all’ossessione; la seconda connessa alla parte meno affascinante ma assolutamente necessaria del percorso artistico, quella dello studio, dell’ostinazione, del lavoro giorno per giorno. In questo senso le due donne diventavano due proiezioni della Blu-artista.

Quanto al tema dell’omosessualità, volendo andare oltre il discorso dell’amore platonico, o della tensione verso i propri modelli (“un rapimento mistico e sensuale mi imprigiona a te”, cantava Battiato), quello che mi interessava – e che mi interessa – è ancora una volta la fuga dalle etichette: Blu ha diciassette anni, e il diritto di sperimentare senza dovere prendere una posizione netta. È dunque omosessuale? Non lo so. So che nell’arco temporale raccontato nel romanzo prova attrazione per una donna.

Anche il tuo precedente romanzo, Guasti, era ambientato nel mondo dell’arte, in particolare in una mostra di cadaveri plastinati. Evidente l’ispirazione a Body Worlds di Gunther Von Hagens, mostra che abbiamo visto in tanti, senza avere però l’idea geniale di ambientarci un romanzo. Qui Giada, la protagonista, un po’ come Blu fa un percorso interiore per uscire dai limiti che si è autoimposta. Oggi basta scrivere un romanzo con una protagonista femminile in cerca di sé stessa per essere classificate come scrittrici femministe, è capitato anche a te? E come l’hai presa?

Oh sì che mi è capitato. Con Guasti, più che altro. Più volte, specie durante le presentazioni del libro, è stato messo in evidenza come il compagno narcisista di Giada non avesse fatto altro, in vita, che mettere in ombra la protagonista: comprendo la legittimità di tutte le interpretazioni (Proust ricordava che nei libri il lettore legge se stesso, quelli che sono i propri pensieri), ma la mia visione è un po’ diversa: per me era Giada, sopraffatta dal proprio senso di inadeguatezza, a decidere di “squalificarsi” per non entrare in competizione con il compagno; era lei a mettersi su un gradino più basso e a scegliere di brillare di luce riflessa: perché è più facile, no? Se non ci si mette in gioco non si può perdere la partita, e anzi: si può sostenere che – se solo si fosse partecipato – si sarebbe probabilmente anche vinto. Ecco, poi tutto questo per me non aveva tanto a che fare con il rapporto di coppia (anche se nel romanzo era nella coppia che si concretizzava questo tipo di relazione), quanto con quello tra il genio e (chi si considera) il talento. Questo è quello che ho risposto quando ho percepito che non solo la storia, ma anche la mia intenzione, veniva piegata verso un’interpretazione che non sentivo mia.

Blu è un romanzo ricco anche dal punto di vista formale, narrato a tratti con un flusso di coscienza serrato ma leggibile, pieno di espedienti linguistici innovativi e originali, penso al ruolo del trattino a fine frase, al discorso diretto privo di punteggiatura, all’uso molto particolare delle parentesi, che biforcano la frase dando voce contemporaneamente a Ginevra e Blu. Perché questa scelta un po’ controcorrente, oggi che si tende a semplificare la lingua il più possibile? E come ha reagito il mondo editoriale?

Prima, parlando della seconda persona, raccontavo della scelta di affidare all’ossessione il ruolo del narratore. Così, prima di cominciare a scrivere, mi sono chiesta: ma come parla un’ossessione?, e anzi: come parla quel tipo specifico di ossessione?

Il disturbo ossessivo-compulsivo ha tra le sue principali caratteristiche la presenza di pensieri intrusivi, che cioè interrompono il normale funzionamento della mente facendo irruzione con immaginazioni, con proiezioni che diventa difficile distinguere dalla realtà: da qui la scelta di usare i trattini (che appunto rappresentano le interruzioni), le parentesi (i tentativi di Ginevra di prendere la parola quando a tenere il timone è Blu; i tentativi di Blu di espiare e purificare le immaginazioni nei momenti in cui emerge Ginevra), il discorso indiretto libero o il discorso diretto privo di punteggiatura (nella mente di chi è ossessionato dalle proiezioni ogni scala gerarchica tra ciò che sta accadendo realmente e ciò che è immaginato salta).

E poi ci sono i salti temporali, che permettono alla voce narrante di chiamare Blu alla sbarra, appunto, e chiederle conto di tutte le sue colpe, di tutti i suoi errori, andando a recuperarli direttamente nei momenti cruciali della sua vita.

L’intenzione, quindi, era di dar vita a un libro dove contenuto e forma fossero inscindibili, e dove fosse possibile “sentire” Blu, provare a stare per un po’ – per il tempo della lettura – nella sua mente. Poi, come hai immaginato, non è stato facilissimo trovare qualcuno che fosse pronto a scommettere sul libro: prima di arrivare alla mia agente, Rita Vivian, e alla direttrice editoriale di Fazi, Alice Di Stefano, ho ricevuto da diversi agenti la proposta di “normalizzare” la lingua, ricorrendo a una terza persona e rendendo l’avanzamento della storia più lineare.

Il tema più profondo in Blu è forse quello delle motivazioni del bene. Le azioni sono buone nelle cause o nelle conseguenze?, si domanda Blu. Il bene ha valore a prescindere dalle motivazioni per cui lo si fa? Nella sua ricerca di perfezione e di nitore morale, ad esempio Blu si sente in colpa del piacere che prova nel consolare un’amica triste, come se ne stesse usando il dolore per legarla a sé. Eppure ogni legame nasce da un bisogno. Anche questo tema, molto interessante e per nulla banale, mi riporta all’attualità. Penso all’abitudine ormai diffusa di influencer e personaggi famosi a compiere atti benefici sotto i riflettori, avendone un ritorno pubblicitario e al tempo stesso offrendo un buon esempio. Altrettanto penso alle piogge di critiche che si abbattono su di loro, con motivazioni anche insignificanti. Machiavellicamente direi che quel che conta sono i fatti, d’altra parte una certa ipocrisia comunicativa, un certo commercio dell’empatia è innegabile. Personalmente mi sono rassegnata da tempo al fatto che non esista nulla di veramente puro, nessun atto del tutto generoso, e che tutto sommato sia giusto così. Ci si rassegnerà anche Blu? E tu, ti ci sei mai rassegnata?

Per me questa è “la” domanda. A poco più di vent’anni pubblicai un’acerba raccolta di racconti: tra questi c’era la storia di un solitario ragazzino delle medie che consolava i compagni infelici per legarli a sé. Era un embrione di Blu, e non sapevo che dieci anni dopo quella vecchia immaginazione sarebbe diventata il punto di partenza per tutte le scene e tutti i dialoghi tra Blu e Silvia. Prima di arrivare a scrivere questo mio nuovo romanzo, poi, sarei incappata in una delle più grandi scene del romanzo I fratelli Karamazov di Dostoevskij, quella in cui una signora votata alla carità confessa allo stàrec: “solo una cosa potrebbe raffreddare di colpo il mio amore attivo per il genere umano, ed è l’ingratitudine. In una parola, io non lavoro che per un compenso, ed esigo un compenso immediato, vale a dire gli elogi e l’amore in cambio dell’amore”.

Tu giustamente applichi il discorso all’attualità, dove la domanda assume nuove declinazioni legate alla visibilità e all’amore “social” e diventa – proprio come tutto il resto – figlia del proprio tempo. E allora, partendo proprio dall’attualità, potrei forse rispondere che tutto dipende dalle prospettive: se guardiamo gli effetti, le conseguenze, quel bene esiste, la beneficenza migliora davvero le vite di molte persone; ma se riflettiamo sulle cause, e decidiamo a priori che laddove ci sia anche solo un grammo di egoismo non sarà possibile considerare l’azione pura, be’, io credo che la tua rassegnazione non possa che diventare anche la mia (e quella di Blu).

So che sei una scrittrice molto studiosa, che prima di scrivere un libro si documenta molto e studia a fondo i temi che tratterà. Questo impegno, questa professionalità, quasi un metodo Stanislavskij applicato alla scrittura, il lettore l’avverte e dona al libro spessore. Per quanto riguarda l’arte performativa, quali sono gli artisti secondo te più significativi e che più ti hanno ispirata? E credi che la scrittura si possa considerare una forma di performance art?

Il “metodo Stanislavskij applicato alla scrittura” è un qualcosa in cui mi riconosco molto: ti dico solo che proprio in questo periodo sto leggendo Il lavoro dell’attore su se stesso perché particolarmente affascinata dalla questione (e perché, durante la prima stesura di Blu, in certi momenti era diventato davvero difficile capire dove finissero le mie ossessioni e dove cominciassero quelle della mia protagonista).

Per quanto riguarda la performance art, al di là della coppia Abramovic-Ulay che già conoscevo da tempo, mi hanno ispirata moltissimo Sophie Calle, Marilyn Arsem, Olivier de Sagazan (su YouTube è disponibile Transfiguration, che consiglio moltissimo di vedere) e Franko B. Tra gli italiani contemporanei, poi, ho apprezzato moltissimo le opere di Flavio Sciolè, che lavora proprio sulla ripetizione, sulle inceppature e sul linguaggio sincopato, e della già citata Kyrahm, che più volte ha lavorato sul tema del corpo ma si è spinta anche verso tematiche più “sociali”.

Quanto alla scrittura come performance, credo che le due forme artistiche condividano molto – la ricerca di un linguaggio, per esempio, o l’importanza del controllo – ma nella scrittura manca il cosiddetto hic et nunc: io posso tornare sui miei testi, revisionarli, e non so in che situazione (fisica, mentale e di contesto) si troverà il lettore quando li leggerà, perché non condivide spazio e tempo con me.

Trovo che Blu sia un libro molto adatto a diventare film. Mi vedo una realizzazione un po’ cruda e un po’ onirica, magari con la regia di Garrone, se David Lynch avesse altri impegni. Ci sono prospettive in questo senso? E potendo scegliere, chi vorresti come regista? E come interprete di Blu?

Posso dire pochino, questa volta, perché i diritti cinematografici sono stati già opzionati. Una cosa a cui terrei particolarmente, però, è che venisse conservata la parte onirica, per la quale avevo proprio Lynch come principale riferimento (la Stanza delle Punizioni ha come genitori la stanza dalle tende rosse di Twin Peaks e il Club Silencio di Mulholland Drive).

Viviana Viviani

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