20 Gennaio 2018

Beatrice Orsini: “Abbiamo tutti il nostro male e godiamo del nostro soffrire”. Un’intervista rubata

“Ma, mi stai registrando?”. Lei aveva capito – non è mica stupida –, ma ha fatto finta di niente. Non essendo sicura, ha dovuto credere in principio al mio tono infingardo, con cui ho giurato e spergiurato che non avrei mai registrato un autore, senza previa autorizzazione. Invece, l’ho fatto. Mi piace cogliere di sorpresa, agganciare lo scrittore prima che riesca a indossare il costume e la maschera da supereroe. Con lei ce l’ho fatta, anche se avevo fatto male i miei calcoli: Beatrice Orsini è sempre pronta e indifesa al contempo. Questa sconosciuta è arrivata alla poesia già in età matura, dopo un lungo percorso umano e intellettuale, e ciò si sente. Da questo punto di vista, certo, la sua lirica non potrà mai avere la scusa dell’ingenuità, agli occhi della critica. Per sua fortuna, non ne ha necessità. Da quando la lessi, su una pagina Facebook, rimasi folgorato. Su per giù come chi scorge la donna della sua vita sull’altro lato della strada. Mi buttai verso di lei come un pazzo, senza timidezza. “Hai scritto molto?”, le chiesi, “Voglio che mi invii tutto”. Forse colta in contropiede, si fidò e mi mando un file zeppo di liriche. Divenimmo amici. Adesso, ha finalmente pubblicato (Beatrice Orsini, Anche l’acqua ha sete, Controluna, 2018). Quando ho registrato l’intervista, lei mi aveva chiamato per ringraziarmi. Stavo rileggendo le bozze di stampa che mi aveva inviato e le avevo scritto: “Ti prego di non fraintendermi, ma leggendoti mi sto innamorando di te”. Ovviamente, intendevo in senso platonico. Prova ne sia la conversazione che ne è seguita…

C’è una cosa che mi colpisce sempre, quando leggo una prefazione, anche quella che accompagna il tuo primo lavoro e che peraltro è eccellente: mi chiedo se si possa parlare di una poetica dell’autore, se non sia una violenza rispetto alle reali modalità di scrittura. La poetica, secondo te, è qualcosa che noi ricostruiamo ex post? Oppure, c’è fin dal principio? Tu, quando scrivi, hai di fronte a te stessa una serie di convinzioni e crismi vari da seguire?

“Credo di non avere, quando scrivo, la consapevolezza di quel che sto per mettere su carta, né dove mi porterà ciò che sto iniziando. Parto talvolta da una suggestione, uno stato d’animo, una parola, oppure un’immagine che in qualche modo risuona in me. Mentre la sviluppo, mi accorgo che magari prende un’altra direzione e un’altra piega rispetto a quella che era l’idea di partenza, si apre all’ambiguità semantica. Rileggendola, poi, arrivo io stessa a dare almeno due possibili interpretazioni che sento entrambe legittime, seppure opposte. Questa pluralità di leggibilità e di interpretabilità rispecchia le mie contraddizioni, la mia, se vuoi, ambiguità di intenti”.

Rileggendoti, adesso, nella versione finale del testo, mi pare di scorgere certe affinità e filiazioni, richiami che il tuo prefatore ha in parte accennato e che forse io per primo non avevo scorto in origine…

“Io non ho una conoscenza della poesia vasta ed esaustiva. Nel senso che leggo poesia, ma a sprazzi, senza continuità e mai l’intero corpus dell’opera di un autore. Per cui, se degli echi vi sono – e ci sono – alle varie Joyce Mansour, Amelia Rosselli, Nadia Campana, Antonia Pozzi, Piera Oppezzo, è più perché in loro qualcosa mi attrae ed esercita su di me una forte fascinazione, più che per una reale competenza consolidata rispetto alla loro scrittura”.

Cos’è che ti attrae delle autrici nominate?

“Della Mansour il simbolismo, la capacità di avere un linguaggio crudo, ma che non scade mai in una descrizione volgare e squallida. Si eleva sempre verso una dimensione simbolica. Della Rosselli amo la tensione che c’è nei suoi versi, la forzatura, le ripetizioni, le contaminazioni linguistiche, e come tutto sia sempre sul punto di precipitare in qualcosa d’altro. Condensa il pensiero in immagini apparentemente semplicissime, al limite del banale, che improvvisamente acquistano una nuova valenza e aprono a nuove significazioni. Della Campana mi piace l’impossibilità di seguire un filo logico univoco, un filo discorsivo, e come tutto sembri avere una sua pesatura, una sua esatta collocazione. Sovente si ha l’impressione di non aver capito quasi nulla di ciò che si è letto, ma rimane comunque una traccia che continua a circolare. Di Antonia Pozzi mi colpisce l’eleganza, la pacatezza, e, anche nel suo caso, la semplicità del linguaggio unita alla potenza evocativa. Di Piera Oppezzo, quel suo linguaggio così quotidiano. Un linguaggio sobrio, scarno, legato alla ordinarietà degli oggetti domestici che mostrano poi un lato anche ostile ed estraneo, non collegato a una dimensione pacificante. Le immagini delle cose comuni, in lei, hanno un nonsoché di perturbante, ma non nel senso di sinistro, di minaccioso, ma di segnato dall’alterità, come se ci fossero degli spiragli, aperture verso qualcosa d’altro”.

Cosa mi dici in riferimento a Sylvia Plath, anche lei citata nella prefazione.

“Rispetto a lei – ed è il motivo per cui l’ammiro – io non riesco a scrivere poesie lunghe. Non mi è congeniale. Mi sembra di smarrire l’attenzione e so che rischierei di suonare forzata. Lei ha la capacità di mantenerla, come Anne Sexton. Entrambe sono molto confessionali e narrative, come io non riesco a essere. La mia dimensione narrativa, quando c’è, è più contratta, condensata, non diventa descrittiva”.

Il prefatore dice che tu hai superato la dimensione della mera confessionalità. Lo condivido.

“Sì, certo. Io non mi racconto”.

Ma ti lasci intravedere…

“Le mie non sono poesie biografiche, ma hai ragione: mi lascio intravedere. Ciò avviene, soprattutto, attraverso degli scenari altri che creo e che, seppure attingono a episodi della quotidianità, acquistano una valenza metaforica”.

In effetti, mi sembra che a livello di espressione poetica, tu abbia la vocazione del vivere nascosta…

“Basti pensare al fatto che utilizzo uno pseudonimo. Più in generale, è come in quella poesia in cui parlo del sopra e del sotto il tavolo. Io vivo così, sospesa tra due piani: c’è una dimensione pubblica, sopra il tavolo, e una invece molto più privata, intima. Non è, però, che una sia vera e l’altra falsa. Mi appartengono entrambe, in un rapporto dialettico e a volte di tensione”.

Sono sempre più colpito, nella tua scrittura, dal senso di inquietudine che trasmette.

“Vorrei precisare, però, che non si tratta mai di angoscia”.

E che cos’è allora?

“È un portare la propria divisione… Lo dico adesso in termini lacaniani, perché sono una lacaniana: un portare la propria mancanza-a-essere”.

In che senso, scusami?

“Precisare è sempre difficile. Come ho detto, credo di non avere una cognizione chiara della cosiddetta mia poetica, oltre a un certo pudore nell’utilizzare termini tanto alti. Sono più gli altri a poter cogliere in maniera lucida qualcosa della mia poesia. Io non mi metto a tavolino con la chiarezza di quello che sto facendo. Però penso che, in tutto il mio lavoro, ci sia questa tensione relazionale, dove l’altro del legame non è mai necessariamente un altro incarnato…”.

Che cos’è, allora, l’altro nella tua poesia?

“È un’attesa, un posto vuoto. Come dire, non un essere incarnato, ma il posto in cui lo attendo. Sono molto sensibile al concetto di ‘soglia’, di confine, di qualcosa che comunque faccia precipitare, determinando in qualche modo una posizione di non ritorno”.

Spiegami meglio, se non ti dispiace.

“Questa dimensione della soglia che spesso ritorna nelle mie poesie, attraverso l’immagine della porta, di qualcosa da varcare, ha il senso di una presa di posizione, di un atto che determini una caduta, di un far succedere qualcosa e non poter far finta che questo non ci sia stato. Non sto parlando di una situazione che riguarda la condotta reale, o i comportamenti, ma di assumere la posizione di quell’atto. Un po’ come nell’attività onirica. Quando sogni, non lo decidi tu, però, nel momento in cui sogni, dici qualcosa di te. Ed è una tua posizione con cui ti devi confrontare, perché l’onere di averla sognata ricade su di te”.

Nelle tue liriche, vedo anche un oscuro senso della colpa. Intendo la colpa di esistere. C’è una difficoltà nell’accettare di esserci, di essere-nel-mondo, dover prendere decisioni e anche di essere donna, o no?

“Se vuoi, sì, ma non è nulla che abbia a che fare con le condizioni sociologiche e antropologiche. Questo ci tengo a sottolinearlo. Credo abbia ragione Cerbino, quando dice che la questione femminile in me non è questione di essere donna in contrapposizione all’essere uomo. È, piuttosto, un’impossibilità dell’essere donna in quanto tale. Niente a che spartire con la questione femminista: non penso di dover rivendicare nulla in termini di diritti, per essere considerata un soggetto femminile degno e dignitoso”.

Io direi che il problema del femminile nella tua lirica non è determinato dalla visione che ne ha il maschile.

“Infatti è una questione interna al femminile stesso, che da una parte mette maggiormente a contatto con la mancanza e anche con la dimensione del godimento, con un qualcosa di non completamente simbolizzabile, di non completamente assumibile e riassumibile nel linguaggio. E qui cito Lacan, quando dice che la donna è ‘non tutta’, c’è una parte di lei non riassorbibile dal simbolico e dal linguaggio. Mi spiego meglio: qualcosa nell’essere donna non è analizzabile, articolabile, contrariamente a quel che avviene per il maschile, qualcosa che non rientra nella categoria del linguaggio in quanto simbolico, in quanto legato al dire, alla parola. Una dimensione di esperienza che non riguarda il godimento fallico, ma un godimento altro di cui in qualche misura la donna porta la testimonianza, ma di cui lei stessa non sa nulla. Io nella poesia metto il corpo, che per me tiene dentro la dialettica del femminile-materno e l’essere del cadavere. Pensa al discorso sulle secrezioni, sugli organi come un qualcosa che ti abita”.

Ti debbo confessare che io, in quanto uomo, non sento questa vita sotterranea degli organi. Neanche quello virile sfugge alla dimensione del controllo.

Orsini“Vedi, per noi donne è completamente diverso. Per esempio, noi abbiamo tutta l’esperienza legata alla maternità, in cui il corpo prende il sopravvento, si fa sentire. Naturalmente, io non ripudio tutto questo. La poesia che sta in quarta di copertina spiega bene il concetto. L’ho scritta avendo in mente la nascita della mia terza figlia. Il mio corpo ha avuto delle reazioni abbastanza violente. Sono stata male per qualche settimana. Ho avuto un’infezione. Continuavo ad avere delle perdite. Il corpo era veramente una sostanza liquida che spurgava, come in una specie di sua ribellione. Quando ho scritto quella poesia, ero sì felice della mia maternità, ma al contempo oppressa da questo corpo che era come se avesse una sua volontà, una sua alterità, come se stesse prendendo il sopravvento su di me. In questo, io ci vedo anche una vitalità, sia chiaro. Il corpo non è quello della scienza, quello che si può sezionare in modo sterile. È un corpo abitato dal significante, animato dalla vita, anche se diventa apparentemente più organo che corpo”.

Mi interesserebbe capire che peso abbia la psicanalisi nella tua visione.

“Grande. Io vengo da una formazione universitaria di quel tipo e, per dieci anni, ho seguito seminari, oltre ad aver condotto un’analisi altrettanto lunga. Penso che sia stato tutto ciò a portarmi a un certo punto, cioè di recente, alla scrittura. Vi arrivo segnata da un certo tipo di rapporto con la parola. Il mio lavoro si basa su questo. La parola che cura dentro una dimensione di relazione”.

Molto interessante. Quindi tu credi in una parola curativa?

“Sì, ma non nel senso di riparativa, perché quella mancanza, quella ferita, non verrà mai guarita, suturata. La parola può circoscrivere un vuoto, può tentare di dire qualcosa, di rappresentare un soggetto nel suo rapporto con l’altro e con il mondo. Alla fine può risultare pacificante. Sicuramente, la scrittura lo è. Realizza, nella discorsività, qualcosa che prima si vive solo in maniera confusa e indistinta. Aiuta, inoltre, a segnare una distanza”.

Ma non è che invece, pirandellianamente parlando, induce ad assumere una forma, una fissità?

“Non per quel che mi riguarda, perché nella mia scrittura non c’è mai un punto, un momento in cui si può dire ‘è così’. C’è sempre, invece, una duplicità di lettura. Anche gli equilibri che raggiungo, attraverso la scrittura, sono sempre instabili e precari. Lasciano aperte delle vie di fuga. Perfino quando rileggo, ho sempre l’impressione che potrebbe essere una cosa, ma potrebbe essere anche l’altra. Stilisticamente, poi, non mi sembra di essere identica. A livello tematico, infine, prendi la questione del corpo, a volte sembra inesistente, quasi fosse solo anima, altre si manifesta come quell’oggetto pieno di secrezioni e umori, dalla fisicità invadente”.

Toglimi una curiosità, quando scrivi, di notte? Sei un animale notturno?

“Praticamente mai di notte. Non ci riesco, perché sento ronzare il silenzio e, paradossalmente, non riesco a concentrarmi. In generale, il mio processo di scrittura è questo: mi viene una frase e poi, in modo discontinuo, ci torno, la rileggo, ci ritorno, la allungo, magari quando sono in macchina e guido. Molto spesso inizio su un pezzo di carta. Più di frequente sul telefono. Poi la riguardo, quando sento di essere arrivata alla fine. Hanno tutte, comunque, un parto abbastanza celere. Una lirica al massimo può rimanere in stand-by uno o due giorni. In ultimo, se mi sembra che fili anche sul piano musicale, la posto su Facebook”.

Sai, io sono un materialista estremo e quindi mi chiedevo: lo strumento, il cellulare con cui scrivi, può determinare il fatto che la tua tensione lirica non riesca a dispiegarsi entro una poesia più ampia?

“Più che altro, credo che sia determinato da un’assenza generale di tempo. Nella mia vita non ho mai quell’ora tutta per me e, se capita, se c’è un po’ di calma, allora sopraggiunge il vuoto totale. Per questo, anche la mia poesia è così piena di contaminazioni, di impressioni. Accade magari che un verso mi si presenti alla mente e allora mi dico che devo fare qualcosa, anche se non so bene cosa. Poi aggiungo ciò che arriva da altre suggestioni, altri stimoli. Durante la giornata, quindi, nella stessa poesia, confluiscono contaminazioni e suggestioni delle più disparate. E, pur provenendo da orizzonti così diversi, questi spunti riescono a coesistere all’interno di un unico organismo in modo coerente”.

Malgrado tutto il nostro discorso molto articolato, io credo che tu scriva con le viscere e non con la ragione…

“Purché dicendo questo non si intenda dire che io scrivo una poesia sentimentale, nel senso negativo del termine. Convengo comunque sul fatto che vi sia del viscerale. C’è però – ci deve essere – un qualcosa di costruito, qualcosa che edifichi un’architettura, dia struttura al tutto, cioè coerenza interna alla composizione”.

Tu credi di dare un senso nuovo alle cose più banali, quando le tiri in gioco nella costruzione di immagini, metafore e altre figure retoriche?

“Ci provo, non so se mi riesca. So per certo che mi piace infilare dentro parole tecniche, appartenenti ad altri linguaggi e discipline, che apparentemente mai si potrebbero sposare con un’idea alta di poesia. Adoro permettere loro di infilarsi fra i versi e acquisire così tutta un’altra dignità”.

C’è una strana ironia nella tua poesia, direi forse uno humor nero…

“Sì, assolutamente. Anche nei confronti di me stessa. Come quando dico che la mia è una malattia in fondo banale, che non c’è nulla di eroico nel mio soffrire. Anche perché, non credo sia il caso di piangersi addosso. Abbiamo tutti il nostro male e godiamo del nostro soffrire. Clinicamente parlando è così. Non c’è nulla di straordinario in questo”.

Matteo Fais

*

Con uno schianto lucido e fiero
il bicchiere ha lanciato la sua traiettoria:
c’è del vetro rotto in cucina
c’è una casa addormentata
e tu
ci cammini sopra, l’attraversi
come in una trappola per topi.
Le mie mani, così incapaci ad afferrare
i tuoi piedi, che cercano giustizia.

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Nostalgia d’intenti
di cose non dette e taciute
di albe
giallastre
impronte di denti sui vetri al mattino
fanno ombra alle farfalle
raffreddano
le mani
da anni
il tuo funerale sfila nella bara

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Non è vero che i fiori muoiono,
una dimenticanza
li attraversa.
Hai messo radici sulla mia lingua
una, per ogni mese di lontananza
undici uncini
acuminati e acuti
carri celesti nella chiostra della gola.
Mi hai messo radici con la tua assenza
ma non è vero che i fiori muoiono
una stolida ignoranza li percuote:
loro non sanno
cosa sia morire.

 

Beatrice Orsini