Favoloso Calvino, ovvero: contro l’iper-canonizzazione di uno scrittore
Politica culturale
Salvatore Ritrovato
Del poeta va visto il corpo nudo, al diamante della sua fragilità. Quello di Lorenzo Calogero era corpo “tremate, rattrappito, colpevole”. Martoriato. “Gli saltano di dosso le pulci”.
Trapestio di tremori, la colpa che corrode, le piccole bestie che s’insinuano nella qualità del sangue. Il corpo nudo di Calogero è il corpo nudo di ogni poeta.
“Ho passato un giorno intero con questo Calogero. Ore anormali, al cospetto di un uomo che distrugge tutta la vita organizzata di un individuo, tutta la sua carica di autoconservazione e voglia di imposizione nella vita”. Ne scrisse, di quel giorno-icona, di quelle ore-lanterna, Giuseppe Tedeschi, il critico. Il titolo del reportage – La sua vita è già leggenda – sbilancia verso l’aureola, le grinfie agiografiche. L’anno dopo, insieme a Roberto Lerici, Tedeschi avrebbe curato, in due volumi, le Opere poetiche di Calogero (Lerici, 1962), libro-totem, spazientito, oggi, in vile oblio.

Quel giorno, a Roma, Calogero fu ricoverato al Policlinico. Soffriva – parole sue – di “fatti emorroidali”. Fumava fino a corrodersi le mani, a sfigurare le labbra. Soffriva d’insonnia, s’imbottiva di sonniferi: il parentado non vedeva l’ora di internarlo – ancora e ancora – in una clinica. Fecero molto per eliminare ogni traccia fotografica del poeta, ogni suo ardore poetico. L’uomo veniva da Melicuccà, microscopico paese di Calabria, figlio di nobili possidenti. Aveva studiato medicina a Napoli, aveva fatto il medico condotto a Siena – esercizio impossibile per un uomo ossessionato dalla morte. La poesia, esercitata di continuo, con astiosa gioia, unico ormeggio ai giorni di questo mondo – vocazione, dunque, che dilava fino all’estenuata povertà di sé.
L’opera di Calogero ha per orizzonte l’oceano. “Avrà 10-15 mila versi, ha pubblicato tre libri fittissimi, cinque-seicento pagine ognuno, dice che ha altri cinque quaderni pronti”. Nessuna stitichezza da rabdomante ‘di voci’, da ispirato al maglio delle proprie ubbie, indubbio sacerdote di un verbo al dettaglio, distillato piscio. No, per Calogero la poesia è obbedienza, abbandono, inabissarsi in un proprio, inappropriato, libro d’ore: più importante dell’esito – lavoro di lima dei professorini proni al compitino – è l’estro, esaminare il vocabolo fino al punto di scolo, dove non c’è più parola (con i suoi parolieri attorno) ma impronta.
Per esistere, ad ogni modo, un poeta ha bisogno di un testimone (o di un traditore). Per Calogero il mentore – autore di una vera e propria mantica critica – fu Leonardo Sinisgalli. Gli piaceva, di Calogero, l’anomalia, l’animalesca poetica, il “caso di poesia”. Insomma: lo fece pubblicare – su “Civiltà delle macchine” e sulla “Fiera letteraria” –, gli tributò un premio – il Villa San Giovanni – sperando in un riconoscimento critico. Eppure, “nessuno si è accorto di niente”. Perché? Perché Calogero, refrattario alla ‘cultura’ – scrivere poesie come si incide un fiume, si scorteccia un albero, si tosa la bestia – “è malato, fuori dalla vita organizzata”.
Calogero morì nel suo paese, “improvvisamente”, alla fine di marzo del 1961. Sinisgalli organizzò per “L’Europa letteraria” (n. 8, aprile 1961) un fascicolo che raccogliesse Le poesie di “Villa Nuccia” insieme ad alcune testimonianze. Scrisse di un genio infelice, dell’irriconoscenza fisiologica, del poeta che, quando è autentico, mette in scacco e in imbarazzo i mestatori della carta stampata.
“L’autore ha pagato caro la sua follia: venti anni di vita oscura, senza amici, senza complici… Un’opera così serrata – migliaia e migliaia di versi – non può essere il frutto di illuminazioni improvvise, non si giustifica come una scommessa o un miracolo. Il poeta ha rifiutato i soccorsi delle retoriche più fertili: l’incanto del numero, della simmetria, degli accenti, gli attriti degli oggetti, delle occasioni, della memoria. Si è fidato soltanto delle sue capacità espressive, di una vitalità insita nel linguaggio (la ‘vita acre dei segni’) per cui l’arabesco, che è senza dubbio l’acquisto più glorioso delle pagine più aperte, non è mai nomenclatura o contorno ma divento esso stesso, più che strumento, sostanza spirituale”.
Leonardo Sinisgalli
In quello stesso numero, Giancarlo Vigorelli scrisse che il “caso” Calogero “sembra inscriversi tra quelli eccelsi di Campana e di Artaud”; in un articolo uscito su “Paese Sera”, Come scoprii il poeta Calogero (2/3 luglio, 1962), Sinisgalli cita Rimbaud e René Char, e poi:
“Calogero scrive versi come Michaux scrive scarabocchi, si spreme per esaurirsi. Egli non fabbrica prototipi, non fabbrica oggetti, lavora per estrusione, per lisi, non per gemmazione. Associa le sostanze più disparate inventando un’affinità tra le parole che sconcerta e affascina”.
A Giuseppe Tedeschi fece l’effetto di un Leopardi, tracciandone il ritratto a vetro:
“Una figura pallida e disordinata, suggestionante e dispettosa, apparentemente senza storia, o espressiva solo di storia casuale, inconsapevole, e cui tutto capita per ineluttabilità… Calogero ha una figura fisica minuta. È piccolo, magro. Lo si potrebbe situare, morfologicamente, tra Leopardi e Tristan Corbière. Faccia semi-glabra e lucida, occhiali tondi e antichi, occhi vividi o spenti allo stesso tempo… Parlava di tanti guai, della sua solitudine disperata…”.
Ha qualcosa di emblematico, Calogero – pare l’inquisitore che passa a pesare il cuore dei poeti cattedratici, allevatori di endecasillabi da stalla; che infila al rogo, tra fiamme perline, i poetini dai buoni sentimenti, i poeti da social, dissociati dalla poesia. La poesia non è posa ma cosa tanto vertiginosa che ne muori, dice a tutti, Calogero, divinità cannibale. Non è un caso, allora, che Calogero sia ancora – nonostante le note della Treccani, gli appendiabiti critici etc. – latitante all’editoria nostra: l’ultimo libro, Avaro nel tuo pensiero, è uscito dieci anni fa per Donzelli; a seguito dell’altro, Parole del tempo (2011). Servirebbe una raccolta delle poesie, come si fece allora, ma ci sono resistenze, renitenze, rimostranze.
Naturalmente, poi, Calogero fuggì dal Policlinico romano. Due giorni di ricovero gli parvero troppi. Lasciò una lettera per Tedeschi, scusandosi:
“La mia vita è sempre più complicata e via via va complicandosi sempre più. Mi pare, talvolta, che essa si realizzi per via di simboli del tutto enigmatici che, per me, prima non esistevano o mi sfuggivano completamente. Ma con ciò? Ci sarebbe solo da augurarsi che questa sensazione che ho della mia vita e della vita in genere venisse a cedere al più presto e che potessi acquistare una sempre più savia e più giusta misura dei nessi entro cui si svolge il reale. Per questo non ci sarebbe forse altro, principalmente, che avere una maggiore confidenza e fiducia in Dio”.
“Ha condotto una vita indicibile”, scrisse di lui, più tardi, Tedeschi. Addobbato “in un camice bianco enorme”, tra i pazienti dell’ospedale, sembrava un angelo.
***
Le poesie di “Villa Nuccia”
…Forse ti so dire questo solo
folle sul tuo cuore come sopra il cuore d’un leone
o questa è un’immagine che ti rapisce a volo
o è un’estesa vana gradinata;
ma poi batte un lutto questo cipresso
un momento solo
e, di mano in mano, in mano mia,
tenendo in mano il latte
questo tuo quaderno.
Forse nel cuore della notte batte a volo
un grido di rondine attardata;
ma non è che un lusso
e tutta questa esteriore fucina
di lagrime doveva forse dire fine
a un addio, con lo stesso terrore
con cui mi guardi ed io ti guardo
e fine di giornata –
la fine di un giorno non è che un lusso semplice.
Un’orchidea ora splende nella mano.
*
…Ella ha anche un corpo, un corpo violento
nella luce della chiarità fantastica
nella chiara levità dei sentieri che subirono
altri occhi, in questa chiara densità della luna
che per tutti ebbe vita e calore.

*
Io non ti sapevo così erma;
sulla rupe di una città fantastica,
come ella ti amò un giorno.
*
…Il viso purpureo era nell’aldilà
il tuo peso sospeso
come l’anca cupa in discesa
che in due vedemmo una sera,
per la brevità del tuo corpo,
poiché egli era donna
e richiede egli,
egli così simile a quest’annosa
verità dei corpi simili
che vede egli. –
Forse io non sapevo nulla di te
sopra una strada e se io inclino un poco
la mia voce, sotto una tenda
rado di rado e sento la voce tua
che impiegò la mia;
o la tua attesa, o te dentro una barca,
è un fortissimo richiamo
che dimenticai con fragile
disattenzione o è un rumore,
un murmure di cose nuove
che viene dai rami.
Tu avevi la lievità delle tue ciglia
sparse. Forse un nome, un murmure
soleva additarti – tu seduta sopra una sedia,
sotto i grandi faggi, vespertina – e ti distrasse
dalla tua chiarità
che si ritrasse.
*
Dalla cenere o un nome nuovo
in questa continua discesa
quando con cura una furia
nel cuore pesa.
O questa è la voce tua
e, continuamente in attesa,
continuamente svolazza. –
Io sapevo nulla della tua cupa storia.
Volevo appropriarmi della voce tua
o della tua voce cupa di cenere
o della solidità della carne.
O questa è una preghiera
o una presaga bufera.
Mi riprometto di richiamarti a gran voce
con veloce disattenzione: o questa è la fine,
il silenzio di tutto.
E tu eri così opaca, amorfa agli uomini…
*
Calmi venti, nei mesi, di vulcano
così quieti fermi sulla roccia.
Tu i capelli avevi chiari e castani
come un vento era un quieto desiderio che tu ami
o così giallo o come un volo di rondine.
*
Passavano rudimentali chiome,
il tuo mantello di aria
ed esattamente giunsero nell’ora
e non so come,
(qualcuno accese
uno zolfanello)
esattamente nell’ora
in cui la tua mano d’aria
misurava il tuo corpo prono,
di là dal giuoco del tuo stesso esercizio
(si estenuava languida
di là dall’andatura morente)
e tu eri ad est soffice
come un talismano.
Per questo s’invocò anche la morte.
Ma tu nell’ordine del tramonto
esattamente eri distesa oltre le rocce,
oltre le mura in questa scarpata d’aria
e lontano dal chiaro
murmure del giorno ed avidamente
quando tu subitamente eri scomparsa.
Lorenzo Calogero