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Il segreto all’origine del dolore. Su “Vodka siberiana” di Veronica Tomassini, un libro incontenibile e selvaggio, che ti sbatte in faccia l’ipocrisia in cui tutti siamo immersi

“Pietro alle tue spalle dormiva. Pietro russava i suoi eccessi alcolici, da dover aprire le finestre. L’odore di chi vive per strada è un odore di vento, dicevi”.

Questo è il rumore che fanno le parole, quando sono pietre, gesso che raschia, quando tagliano come lamette. Questa la tempesta che si agita nelle pagine di Vodka siberiana. Lettere epiche e alticce di Veronica Tomassini. Uno stile infuocato, ustionante, che brucia anche più del solito, se possibile: se allunghi la mano ti scotti, ti resta il segno. Le pagine non si possono toccare. Le righe ondeggiano. Le parole prendono forma di spettro. Sono spettri quelli che evoca Veronica Tomassini, i fantasmi della nostra cattiva coscienza, della cattiva coscienza dell’Occidente. E quella che ci viene sbattuta in faccia ogni volta è l’ipocrisia (che non è solo borghese, figuriamoci), il liquido incolore nel quale tutti viviamo immersi: il vero peccato originale dell’uomo. Nelle pagine si affollano immigrati polacchi, siberiani, emarginati, prostitute, una dimensione parallela, una umanità derelitta, dedita all’alcol, tra vita di strada, risse, espedienti, elemosine, illegalità, disperazione, degrado, dannazione, piccole catarsi. E creature mosse da pietà (“pietà” è tra le parole che più ricorrono nel libro), da amore, da un soffio di umanità, per chi è condannato fin dal principio. “Tu lo guardavi colma di pietà e anche allora il cielo si squarciava dentro una freccia infiammata di indulgenza e ogni segreto ti si svelava, ogni cuore si mostrava tenero simile alla luce tremolante accanto alla lampada del bambino, la pietà, l’innocenza, ti si svelava una parte del segreto deposto all’origine di tutte le cose, del dolore, della grazia, degli errori, delle croci assegnate per ognuno, anzitempo. Per ognuno”.

La caduta del Muro ha aperto i cancelli a masse di disperati senza nome, portatori di vite indicibili, incomprensibili, non redimibili, che da un inferno finiscono in un altro inferno. In una Sicilia spettrale, nella quale “la primavera non finisce mai, si chiama inverno”, una sola voce si staglia, per intonare un flebile canto, che emerge dalle macerie fumanti; un canto fatto di struggimento, di slanci ma anche di pentimenti, intagliato nel desiderio impossibile di offrire protezione, riparo, ristoro, di farsi ala. Un fiore può sbocciare anche nella nuda roccia, nel deserto. L’amore è sempre possibile, contro ogni ragionevolezza, ogni regola, ogni convenzione; è l’attrazione per un’anima, certo, ma anche un abbraccio rivolto all’intera umanità, a quella più infelice, sofferente, dimenticata, condannata alla perdizione; è l’amore per ciò che è tenuto ai margini, espulso, che non trova pace, che non ha un posto nel mondo. Non c’è mai stato posto per tutti. Non per chi è nato dal lato “sbagliato”. E chissà perché tocca ad alcuni e non ad altri. È la ruota del caso, il precipitato del caos. Il volto di un mondo libero per definizione, dove la libertà è anche libertà di crepare per strada, nell’indifferenza, senza nessuno che ti tenda la mano; e tutto questo mentre sopra le nostre teste rimbomba il megafono della retorica dell’accoglienza, della solidarietà, dei valori. La verità è che si muore nell’indifferenza. E che nessuno può farci nulla. Un vero mondo del sottosuolo, quello descritto dalla Tomassini, dostoevskiana come non mai; nel quale la scrittrice di oggi, la donna di oggi, parla alla ragazza che è stata, tra slanci e fragilità, doppi fondi della coscienza, voci ammonitrici e totali abbandoni. Tra ragione e poesia, due mondi fatti per non capirsi.

Veronica Tomassini, scrittrice con la maiuscola, dopo le esperienze con editori importanti (Sangue di cane, Laurana 2010; Il polacco Maciej, Feltrinelli 2012; L’altro addio, Marsilio 2017; Mazzarrona, Miraggi 2019, candidato al Premio Strega), ha deciso di auto-pubblicare il suo romanzo, e di venderselo da sola, nel segno della più totale libertà espressiva, senza vincoli, regole cui sottostare, contratti da firmare, clausole da rispettare, attese alle quali restare appesi. Un gesto anarchico, grazie al quale l’arte si fa totale, irresistibile, selvaggia, e perciò incontenibile. Molti ne hanno parlato, non tutti hanno capito. Io sì. Brava Veronica. Un libro indimenticabile.

Gianluca Barbera

*In copertina:  Józef Chełmoński, “Estate indiana”, 1875

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